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Bleah! Il senso del disgusto per proteggerci

Un recente studio ha indagato se il disgusto è un segnale adattivo che ci spinge ad allontanarci da stimoli potenzialmente dannosi per la nostra salute, dai comportamenti sessuali promiscui agli insetti

ID Articolo: 155730 - Pubblicato il: 22 giugno 2018
Bleah! Il senso del disgusto per proteggerci
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Uno studio, pubblicato recentemente sul Royal Society’s Philosophical Transactions B journal dal gruppo di ricerca di Val Curtis, del dipartimento di igiene e medicina tropicale dell’Università di Londra, ha indagato il senso del disgusto e in particolare la teoria per la quale il disgusto rifletterebbe un meccanismo motivazionale che ci consente di evitare infezioni debilitanti o pericolose per la nostra salute.

Non è un caso che molti stimoli per i quali la maggior parte delle persone prova disgusto siano implicati nella trasmissione di malattie infettive, come ad esempio la saliva, fluidi vaginali e seminali, cibo infetto o marcio e comportamenti atipici o poco igienici (Curtis & Biran, 2001).

Disgusto: un’emozione protettiva

Il fatto che alcuni stimoli siano al contempo fonte di rischio per le infezioni sia elicitatori di disgusto ha condotto molti ricercatori del campo dell’etologia a teorizzare che questa relazione abbia un ruolo funzionale per la sopravvivenza degli animali e degli esseri umani, soprattutto adattivo nel motivare l’animale ad evitare tutto ciò che potrebbe contagiarlo o infettarlo (Tybur, Lieberman et al., 2013).

Messaggio pubblicitario Tale teoria del disgusto definita di “evitamento del parassita” afferma che l’emozione del disgusto consentirebbe all’animale, tramite comportamenti di evitamento, di ridurre il contatto con patogeni o parassiti e che quest’emozione sia innata come meccanismo di difesa (Behringer, Butler & Shields, 2006).

Tuttavia questa teoria non è stata accettata unanimemente nel momento in cui è stata estesa agli esseri umani in quanto molti ritengono che il disgusto possa servire come forma di protezione dalla natura animale che l’essere umano è consapevole di avere e dal proprio senso di mortalità, oltre che come forma di conservazione dell’ordine morale socialmente accettato (Rozin, Haidt et al., 2009).

Altri invece ritengono che la reazione di disgusto sia funzionalmente integrata con il sistema immunitario (Schaller, Miller et., 2010) tanto che, soprattutto durante la gravidanza, periodo di maggiore vulnerabilità per la contrazione di infezioni, la sensibilità al disgusto tende ad aumentare (Fessler et al., 2005).

Disgusto: lo studio per verificare se è un segnale adattivo

Se il disgusto rappresenta un meccanismo difensivo che produce la messa in atto di un comportamento di evitamento dello stimolo patogeno, allora ne consegue che ci dovrebbero essere delle specifiche reazioni di disgusto nei confronti di differenti tipi di stimoli infettivi.

Per verificare questa ipotesi, per la quale il disgusto di fatto rappresenterebbe per gli esseri umani un segnale adattivo che consentirebbe all’intero organismo di predisporre un qualche tipo di comportamento adattivo e protettivo a fronte di stimoli specifici potenzialmente dannosi, Curtis e colleghi (2018) hanno indagato tramite survey il grado di disgusto per diversi item in un gruppo composto da circa 3000 volontari di origine caucasica, di prevalenza anglosassone.

I partecipanti sono stati chiamati ad indicare per ciascun item, creato dai ricercatori sulla base di categorie di trasmissione di malattie infettive, il proprio grado di disgusto, il tutto con l’intento di testare l’ipotesi che esisterebbe una struttura patogena a fattori che riflette le diverse modalità di trasmissione di una malattia (Curtis, de Barra, 2018).

L’analisi fattoriale condotta sui dati ha mostrato come il grado maggiore di disgusto dei partecipanti sia in particolare indotto da queste categorie di stimoli:

  • l’igiene
  • alcuni animali e insetti, come zanzare e ratti portatori di infezioni
  • comportamenti sessuali promiscui che aumentano le probabilità di contrarre una malattia sessualmente trasmissibile
  • alcuni aspetti fisici atipici, in particolare deformità del corpo
  • alcuni comportamenti come il tossire in modo convulso e respirare in modo anomalo
  • lesioni corporee, in particolare sulla pelle come pustole, vesciche e bolle purulente
  • cibi in fase di deperimento.

Disgusto: funziona grazie alla vista

I risultati dello studio hanno parzialmente supportato l’ipotesi di partenza dei ricercatori ma hanno sorprendentemente suggerito che gli item con il grado maggiore di disgusto e potenzialmente dannosi non fossero categorizzati dalle persone sulla base di categorie mediche astratte e generali di rischio di contagio come indicava la letteratura precedente (trasmissione per contatto tra fluidi, tramite ingestione o funghi) ma sono categorie riconducibili a specifici oggetti riconoscibili come bolle purulente, vesciche, persone che mostrano segni visibili di malattia o scarso igiene personale e pratiche rischiose come il sesso promiscuo o l’ingerimento di cibo avariato (Curtis, de Barra, 2018)

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Le categorie ben si associano con il punto di vista dei ricercatori per il quale il “sistema” non sopporterebbe di “vedere” microbi, parassiti o stimoli che sono diventati disgustosi a seguito del contatto con microrganismi patogeni.

A detta di Tybur, Çınar, Karinen e colleghi (2018) il disgusto, in termini evoluzionistici, si è sviluppato per consentirci la sopravvivenza consentendoci di evitare tutto ciò che potrebbe essere nocivo e potrebbe arrecarci un danno: ad esempio è stato osservato come le donne ritengano disgustosi alcuni comportamenti sessualmente promiscui a causa del fatto che questi potrebbero aumentare il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili e quindi il rischio di vedere ridotte le proprie capacità riproduttive e di portare a termine una futura gravidanza.

Al contrario una ricerca condotte da Simone Schnall (2008), ricercatore all’università di Cambridge e direttore del Mind, Body and Behavior Laboratory, evidenzia come il disgusto non sia tanto legato alla prevenzione di infezioni o malattie ma avrebbe lo scopo, in alcuni casi, di allontanarci da attività rischiose come il paracadutismo acrobatico, il rafting su discese, il gioco d’azzardo o il gambling finanziario.

Infatti sembrerebbe che le persone con un alta sensibilità al disgusto abbiano una percezione maggiore del rischio rispetto ad altri con una sensibilità ad esso minore.

Ad esempio situazioni rischiose da un punto di vista sociale, come il contraddire un’autorità o parlare di un argomento impopolare con un superiore, potrebbero essere vissute o percepite dalla persona che la esperisce come disagevoli e potrebbero essere considerate rischiose se in associazione con un’alta sensibilità al disgusto.

Ne va da se che la persona in questione considerandole disgustose in quanto rischiose, le evita.

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Bibliografia

  • Behringer, D. C., Butler, M. J., & Shields, J. D. (2006). Ecology: avoidance of disease by social lobsters. Nature, 441(7092), 421.
  • Curtis, V., de Barra, M. (2018). The structure and function of pathogen disgust. Phil. Trans. R. Soc. B 373: 20170208.
  • Curtis, V., & Biran, A. (2001). Dirt, disgust, and disease: Is hygiene in our genes?. Perspectives in biology and medicine, 44(1), 17-31.
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  • Rozin, P., Haidt, J., & Fincher, K. (2009). From oral to moral. Science. 323(5918), 1179-1180 doi: 10.1126/science.1170492
  • Schaller, M., Miller, G. E., Gervais, W. M., Yager, S., & Chen, E. (2010). Mere visual perception of other people’s disease symptoms facilitates a more aggressive immune response. Psychological Science, 21(5), 649-652.
  • Schnall, S., Haidt, J., Clore, G. L., & Jordan, A. H. (2008). Disgust as embodied moral judgment. Personality and social psychology bulletin, 34(8), 1096-1109.
  • Tybur JM, Çınar Ç, Karinen AK, Perone P. (2018) Why do people vary in disgust? Phil. Trans. R. Soc. B 373: 20170204.
  • Tybur, J. M., Lieberman, D., Kurzban, R., & DeScioli, P. (2013). Disgust: Evolved function and structure. Psychological review, 120(1), 65.
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