Assessment in età evolutiva: aspetti strategici e procedurali – Report del convegno di Palermo

L'assessment di pazienti in età evolutiva presenta presenta una complessità peculiare per il clinico. Giuseppe Romano ha parlato di questa importante fase di raccolta di informazioni, l'inizio del percorso terapeutico

ID Articolo: 154666 - Pubblicato il: 09 maggio 2018
Assessment in età evolutiva: aspetti strategici e procedurali – Report del convegno di Palermo
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L’assessment in età evolutiva e la sua particolare complessità, sono stati il focus dei lavori nel convegno di Palermo del 21-22 aprile scorsi, condotto da Giuseppe Romano.

La psicoterapia cognitiva si occupa, fin dalle sue origini, di valutazione e trattamento dei disturbi psichici, lungo tutto l’arco di vita. In questo contesto l’Assessment, in quanto prima fase valutativa, si pone come momento indispensabile per indagare il funzionamento globale della persona, attraverso la raccolta di informazioni provenienti da diverse fonti (test, colloqui, osservazione del comportamento), al fine di potere migliorare la qualità di vita della persona, scegliere le modalità di psicoterapia più efficaci e decidere circa l’opportunità della presa in carico.

Messaggio pubblicitario Condurre un buon assessment è un processo complesso e unico per ciascun paziente; l’età evolutiva pone specifici problemi, relativi alle peculiari modalità con cui il disagio si manifesta e al rilevante coinvolgimento dei genitori, fondamentale per una raccolta funzionale dei dati.

Di assessment in età evolutiva si è parlato nella due giorni di formazione organizzata il 21 e il 22 aprile scorsi dall’Istituto Gabriele Buccola (IGB), Scuola di Psicoterapia Cognitiva, sede di Palermo, corso aperto ai professionisti di tutti gli approcci.

Assessment in età evolutiva: le peculiarità

Apre i lavori il docente Giuseppe Romano, Psicologo, Psicoterapeuta e Docente presso l’IGB:

Condurre un Assessment in età evolutiva è alquanto complesso. La complessità del periodo dell’età evolutiva, la necessità di dover acquisire informazioni da più fonti (giovane paziente, genitori, insegnanti, ecc.) e la scarsa disponibilità da parte del bambino e/o dell’adolescente a intraprendere un percorso di psicoterapia, rende difficile realizzare questa prima fase. Riguardo alla complessità della fase evolutiva è importante sottolineare come il livello di sofferenza provata dal bambino sia più che altro espresso in forma privata: ecco che i disturbi d’ansia nei piccoli sono spesso nascosti, mentre vi è un’inflazione enorme dei disturbi del comportamento. Per quanto riguarda invece la raccolta delle informazioni dalle fonti, il discorso si fa anche qui complesso: infatti ciò che viene riferito dalle madri, dalle quali solitamente proviene la richiesta di aiuto, può essere travisato dalle loro valutazioni soggettive su quale sia il problema del figlio. In particolare, mi ricordo di una madre che si lamentava del supposto comportamento problematico della figlia (eccessiva vivacità), ma non delle occasioni rappresentative di effettivo disagio, come quelle in cui questa stava in silenzio anche per tre giorni di fila in gita scolastica, poiché era solo la vivacità della piccola a creare in lei disagio

Una raccolta di informazioni minuziosa, che non può lasciare nulla al caso, e che si avvale a tal fine altresì di specifici strumenti testistici, quali il Parental Bonding Instrument di Parker (utile nell’esaminare il costrutto dell’attaccamento nella dimensione dell’accudimento e dell’iperprotettività), al fine di trarre una concettualizzazione o formulazione del caso che orienti verso il da farsi.

Un buon assessment ci permette di giungere alla formulazione del caso, un modello che fotografa, per così dire, il funzionamento del disturbo (quando compare, quali pensieri ed emozioni vengono attivati, che problemi apporta) così da inferire cause e meccanismi di mantenimento che contribuiscono alla sua fissazione nel tempo, ostacolando una risoluzione spontanea, con un’attenzione ai temi di vita centrali (le credenze ad esempio sull’unità familiare, da indagare con strumenti quali il genogramma). In una prospettiva cognitiva, il terapeuta indaga il profilo interno del disturbo, ovvero gli stati mentali e le credenze che rendono ragione del funzionamento del problema presentato, attraverso la ricostruzione degli ABC, o sequenza dei pensieri disfunzionali di Beck. Mi preme qui sottolineare come le conseguenze apportate dal disturbo vengano adoperate strategicamente per la fase di trattamento, per motivare il paziente a superare il problema, puntando l’attenzione, per esempio, sulle mani distrutte dal sapone. In ultimo, una buona formulazione del caso permette di ottenere informazioni sugli elementi della storia di vita del paziente che hanno favorito la nascita, l’insorgenza del problema (vulnerabilità storica) e su quelli che, oggi, rendono il soggetto vulnerabile a una ricaduta nel disturbo (vulnerabilità attuale)

continua Romano.

Assessment in età evolutiva: il fondamentale coinvolgimento dei genitori

Una descrizione del problema che non trascura i punti di forza e l’analisi delle risorse utilizzate dal paziente per far fronte al disagio, e che coinvolge i genitori verso la presa di coscienza della disfunzionalità dei pensieri alla base del disturbo presentato dal figlio e la fattiva collaborazione lungo tutto il processo terapeutico.

Ai genitori viene chiesto un lavoro di collaborazione attraverso cui sostituire i pensieri dannosi con altri più funzionali, comprendendo insieme le ragioni storiche o situazionali che rendono certe situazioni problematiche, al fine di acquisire nuove strategie comportamentali ed emotive di gestione del comportamento del figlio. I genitori vengono altresì chiamati a valorizzare e chiarire a sé stessi il reale contributo e operato dello psicologo, attraverso precisi accordi sulla frequenza degli incontri con il bambino/ragazzo e con i genitori stessi, nonché sui tempi di verifica dei risultati, alla ricerca eventuale di nuove strategie utili al benessere dell’intera famiglia

conclude Romano.

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