Je so’ pazzo (2018): il toccante documentario di Andrea Canova – Recensione

Il documentario "Je so’ pazzo", del regista Andrea Canova, offre uno sguardo sulla realtà del manicomio criminale. Le immagini ci guidano nella storia di un ex detenuto all'interno dell'Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Sant'Eframo, che oggi si ripropone con nuove vesti come Centro Sociale per la comunità.

ID Articolo: 154060 - Pubblicato il: 24 aprile 2018
Je so’ pazzo (2018): il toccante documentario di Andrea Canova – Recensione
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L’Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Sant’Eframo Nuovo vive tanto nelle sue crudeli disumanità quanto nei momenti di arricchimento personale. Oggi la stessa struttura a Napoli vive della buona volontà e della professionalità di chi nel sociale ci crede e spende tempo e risorse.

 

Unica finalità del manicomio giudiziario è la punizione di coloro, per la cui cura e tutela, medicina e giustizia dovrebbero esistere.

Messaggio pubblicitario Questa la frase di Franco Basaglia ad apertura del Documentario Je so’ pazzo del regista Andrea Canova, che emblematicamente riassume la criticità che accompagna storicamente il concetto di manicomio criminale e che ha condotto alla sua soppressione, alla luce proprio delle osservazioni di Basaglia sulla disumanità delle condizioni di vita in cui versavano i reclusi nelle strutture psichiatriche giudiziarie in cui lui stesso prestò servizio negli anni della sua carriera di psichiatra.

Sui concetti di cura, riabilitazione, sofferenza (e speranza) ruota di fatto l’intero documentario, che racconta, attraverso scene e suoni densi di pathos, la vita quotidiana dei detenuti dell’Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Sant’Eframo Nuovo a Napoli, beneficiando della testimonianza diretta di Michele Fragna, ex detenuto, e della lettura degli stralci del diario tenuto nei suoi cinque anni di reclusione.

Sant’Eframo, Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario: lo racconta Michele Fragna

Sant’Eframo “un luogo per secoli inaccessibile, isolato dal quartiere da cui per anni si sentivano provenire urla strazianti a ogni ora del giorno”, “un luogo che adesso appartiene alla memoria di tutti”, dopo la sua dismissione nel 2008 e il ritorno alla luce nel 2015, sotto forma di Centro Sociale, “luogo di incontro, di solidarietà e di libertà”. Sant’Eframo, un luogo di comune, umana, sofferenza, da non stigmatizzare come insana, disumana pazzia poiché “i detenuti qui sono persone normali, come accadde per chi si rompe un braccio o una gamba, normali, con qualche problema”.

Ecco che lo spettatore viene accompagnato lungo le scene di normale vita quotidiana di un “popolo dimenticato”, con un solerte Michele Fragna che ricorda la “piatta regolarità [dove] i più fortunati lavoravano o facevano teatri o corsi professionali”, o il “grigio e maleodorante” ambiente in cui era costretto a vivere, immagine rafforzata dallo scorrere di immagini di pareti scrostate, pavimenti sporchi e spioncini che restano chiusi tutta la notte e che lasciano i detenuti prigionieri del buio pesto della notte dentro le celle minuscole.

Viene naturale essere progressivamente coinvolti nella testimonianza delle violenze fisiche e psicologiche a cui i detenuti erano sottoposti: detenuti picchiati, come abuso di potere, “tenuti legati con delle fascette a letti di ferro”, come metodo di contenzione, oppure che hanno visto nel suicidio la fine di orrori e di una vita “per cui non trovavano una logica e una soluzione”, come Enrico.

Testimonianze senz’altro toccanti, rese ancora più vivide dal suono metallico, a tratti inquietante, delle chiavi delle celle, e smorzate dalla lettura delle pagine del diario di Michele in cui questi invocava, ai tempi della sua detenzione, la forza di non arrendersi, la speranza di uscire, di trovare la pace e continuare la propria vita da uomo libero.

Uomini liberi, uomini riabilitati al legame sociale: riabilitazione, ricostruzione delle relazioni sociali, contro la disintegrazione delle stesse a opera del reato, sono queste le finalità garantite dai professionisti operanti nell’ Ospedale Psichiatrico Giudiziario, tra cui psicologi, infermieri, psichiatri, che mettono in campo la loro “umanità oltre che professionalità”. Una “squadra” che Michele ricorda con un sorriso, operosa nell’organizzare le attività ricreative che si svolgevano all’ Ospedale Psichiatrico Giudiziario, in particolare il teatro, in grado, come egli sottolinea, di “illuminare le sue giornate”.

L’Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziariodi Sant’Eframo oggi è un Centro Sociale rivolto alla comunità

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA E se la memoria storica dell’Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Sant’Eframo Nuovo vive tanto nelle sue crudeli disumanità quanto nei momenti di arricchimento personale, oggi la stessa struttura a Napoli vive della buona volontà e della professionalità di chi nel sociale ci crede e spende tempo e risorse.

Riqualificato come Centro Sociale, quello che una volta fu luogo di detenzione e oscurità oggi si propone come “luogo entro il quale sentirsi parte di una Comunità” come raccontato dagli operatori che svolgono la loro opera sociale. Attività libere, gratuite, “per chi non può permettersi di pagare il teatro o uno spazio sportivo”, che vanno dai campi di calcetto all’insegnamento della lingua italiana agli immigrati all’orientamento al lavoro.

Questa riqualificazione, se riconsegna dignità agli abusi subiti, mai dimenticati dai detenuti e dalla Comunità, non riesce tuttavia a togliere dagli occhi e dalla mente le immagini di degrado e umiliazione di chi il documentario l’ha visto, di chi ha udito la voce tremante di Michele nel racconto del suo “essere legato al letto, senza pietà, fino a quando non si calmava” o la storia di Vito De Rosa, recluso in una cella senza sedia per cinquantadue anni, e dei tanti altri reclusi di cui Michele dichiara di avere perso ogni traccia.

Un intrecciarsi di storie tristi e sofferenze oltremisura, rese e rinascite (come l’epilogo della vicenda di Michele, attualmente in libertà, dopo cinque anni di reclusione, e che conduce adesso una vita autonoma). Una catena di sofferenze umane inflitte da altri esseri umani e che rimanda all’osservazione iniziale di Basaglia sul ruolo curativo di medicina e giustizia, sul ruolo e la reale efficacia dei metodi punitivi, gratuitamente disumani e spersonalizzanti, sul senso etico e terapeutico del rispetto umano, non solo come diritto inalienabile, ma come misura educativa finalizzata alla cura e alla tutela tanto del detenuto quanto della Comunità in cui dovrà, una volta scontata la sua condanna, utilmente reinserirsi.

JE SO’ PAZZO – IL TRAILER DEL DOCUMENTARIO:

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