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Breve storia teorica della terapia cognitivo comportamentale tra funzionalismo e strutturalismo

Il cognitivismo clinico è il risultato dell'evoluzione da una posizione iniziale "funzionalista", che fu quella del comportamentismo e del cognitivismo teorico/sperimentale, verso una posizione "strutturalista", raggiunta attraverso un'importante svolta clinica, cognitiva di Beck e costruttivista di Mahoney e Guidano.

ID Articolo: 154177 - Pubblicato il: 27 aprile 2018
Breve storia teorica della terapia cognitivo comportamentale tra funzionalismo e strutturalismo
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Una versione un po’ diversa di come è nato il cognitivismo clinico racconta un’evoluzione non proprio armonica dal comportamentismo al cognitivismo, fino a quella che oggi viene definita “terza onda”.

 

Messaggio pubblicitario In un articolo che abbiamo appena pubblicato sul Journal of Rational Emotive and Cognitive Behavior Therapy e che qui potete scaricare in formato pdf, presentiamo la nostra versione della storia del movimento cognitivo clinico – sia americano che italiano – di fronte alle sfide a cui è andato incontro degli ultimi anni, sia in termini di cosiddetta “terza onda” (vedi Dai contenuti ai processi mentali: la terza ondata della Terapia Cognitiva) che di integrazione con gli interventi relazionali (vedi La relazione terapeutica è pervasiva ma non risolutiva. Due argomentazioni contro la centralità della relazione: i “fattori comuni” e il “paziente difficile”).

Narriamo un racconto un po’ diverso dalla storia del comportamentismo che si sarebbe armonicamente sviluppato in cognitivismo e che a sua volta sarebbe sfociato – un po’ meno armonicamente – nella “terza onda”. Nella nostra storia, invece, vi è una posizione iniziale che denominiamo “funzionalista” e che fu quella del comportamentismo e poi del primo cognitivismo teorico/sperimentale, ma non del cognitivismo clinico. La posizione funzionalista mostrò alcuni limiti pratici nelle applicazioni cliniche ma aveva in sé un rigore e una correttezza che poi in parte abbiamo trascurato a favore della significatività clinica. Beninteso, riteniamo che fosse un passaggio necessario e nessuna perdita è mai definitiva, tutto può essere recuperato.

Vi fu poi una prima forte crisi – non un’evoluzione armonica – che portò alla svolta clinica, cognitiva di Beck e costruttivista di Mahoney e Guidano, svolta che denominiamo “strutturalista” e che corrispose ad alcuni bisogni clinici concreti e che portò a un grande passo in avanti a cui non vogliamo rinunciare, ovvero la superiore efficacia specifica della terapia cognitivo-comportamentale per alcuni disturbi-bersaglio, ma che determinò anche – a nostro parere – alcuni fraintendimenti teorici su cui è bene riflettere, senza catastrofismi.

Noi proponiamo che la svolta cognitiva nella clinica non fu propriamente l’esatto corrispettivo della “rivoluzione cognitiva” che era avvenuta nel campo teorico-sperimentale. Essa fu anche un primo esempio, in parte felice ma non del tutto, d’integrazione tra concetti che non appartenevano all’impostazione funzionalista e alla sua attenzione per i processi mentali. Si introdussero concetti che ipotizzavano strutture sottostanti, soprattutto quelle centrate sul sé. E’ questo passaggio dalle funzioni mentali alle strutture psicologiche che ci fa chiamare questa evoluzione “strutturalista”.

Si noterà che in questa nostra storia il cognitivismo di Beck e il costruttivismo di Mahoney e Guidano sono raccontati nelle loro somiglianze e comunanze e non – come si fa di solito – nelle loro differenze.

La storia prosegue sostenendo che alcune caratteristiche “strutturaliste” di Beck, Mahoney e Guidano abbiano prodotto alcune conseguenze in parte positive ma con alcuni rovesci della medaglia. L’aspetto migliore fu quello che portò alla fioritura delle procedure efficaci di Beck e alle intuizioni cliniche sull’importanza della storia di vita di Mahoney e Guidano, insomma gli sviluppi esplorativi ed evolutivi tipici del costruttivismo in tutte le sue declinazioni.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Altri aspetti della svolta ci lasciano più perplessi. L’attenzione data alle credenze centrate sul sé – la cosiddetta self-knowledge – ebbe un grande valore clinico e pratico, ma spostò l’attenzione dei clinici lontano dai processi e dalle funzioni mentali a favore di concetti strutturali, come appunto il sé o i significati personali. I concetti “strutturalisti” come il sé erano forse più maneggevoli e intuitivamente comprensibili per il clinico. Questo però forse generò un interesse verso la storia di vita del paziente come scoperta di sé clinicamente promettente, ma anche a rischio di riduzione della terapia (e della relazione terapeutica) a un lavoro di scoperta esistenziale a due – terapista e paziente – emotivamente ricco ma operativamente vago e dalla efficacia non chiarissima, con scarsa attenzione alla condivisione contrattata con il paziente di un modello di funzionamento e di apprendimento di un funzionamento diverso.

Insomma, forse si perse qualcosa della rigorosità dell’impostazione funzionalista del cognitivismo e comportamentismo iniziale. Perdita parziale che forse contribuì al calo di fiducia nell’intervento esplicito sulle funzioni esecutive e consapevoli del paziente a favore di interventi provenienti da altre tradizioni, la cui integrazione nel cognitivismo/comportamentismo è – a nostro parere – ancora tutta da elaborare teoricamente.

La nostra storia si conclude con una descrizione forte della “terza onda” come recupero del funzionalismo – ovvero il recupero del rigore teorico del comportamentismo – tenendo però presente il meglio della seconda onda di Beck, Mahoney e Guidano, ovvero l’operatività clinica e non da laboratorio, applicata finalmente sul giusto bersaglio scientifico: i processi mentali.

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