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Cartesio, il Disturbo Ossessivo Compulsivo e Dio

Cartesio analizza due processi di conoscenza: la Verità e la Menzogna. Come stare nel giusto e nella perfezione? Attraverso un lungo rimuginio su come avvicinarsi alla verità, decide di smettere di cercarla e di considerare falso tutto ciò che genera un dubbio.

ID Articolo: 152563 - Pubblicato il: 09 marzo 2018
Cartesio, il Disturbo Ossessivo Compulsivo e Dio
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Ad una prima lettura Cartesio si rivela un uomo pieno di dubbi e di domande ed è curioso che l’incalzare di domande fosse in passato relegato e considerato “normale” nell’ambito della filosofia. A seguito di questa riflessione sarebbe utile forse riflettere su come la categorizzazione e l’inserimento di ogni sintomo in una casella ci abbia portato a non avere più una visione olistica dell’essere umano integrato in tutti gli aspetti di psiche, anima e corpo.

 

Messaggio pubblicitario Mi sono trovata casualmente a leggere la quarta parte di questa opera di Cartesio, Le prove dell’esistenza di Dio e dell’anima umana, ossia i Fondamenti della Metafisica.

Famosa è la sua frase più celebre “Penso, dunque sono”, tuttavia è interessante analizzarne il processo di costruzione. È evidente ad una prima lettura che Cartesio fosse un uomo pieno di dubbi e di domande ed è curioso che l’incalzare di domande fosse in passato relegato e considerato “normale” nell’ambito della filosofia. A seguito di questa riflessione sarebbe utile forse riflettere su come la categorizzazione e l’inserimento di ogni sintomo in una casella, o di ogni patologia associata ad un etichetta ci abbia portato a perdere di vista la visione d’insieme, o meglio ancora a non avere più una visione olistica dell’essere umano integrato in tutti gli aspetti di psiche, anima e corpo. Ricordo qualche anno fa un paziente nella comunità psichiatrica dove lavoravo, che era completamente spiazzato perché in India era considerato un filosofo, un saggio e in Italia era considerato pazzo. Sarebbe per noi utile per recuperare una visione d’insieme, integrare le diverse conoscenze culturali e intercontinentali in materia di strumenti per la psicologia e per la psichiatria? O siamo troppo certi delle nostre ragioni per scendere a compromessi con i nostri dubbi? O forse potremmo provare ad abbandonare lo scetticismo ponendoci in una posizione di conoscenza senza giudizio? Tornando a Cartesio, inizialmente, durante la lettura, mi è sembrato di ascoltare qualcosa di molto simile alle infinite domande e rimuginii alle quali si assiste con un paziente ritenuto ossessivo in una stanza di psicoterapia.

Il filosofo apre il suo trattato mettendo sui due piatti della bilancia i due aspetti della vita, dei processi di conoscenza: la Verità e la Menzogna. Come stare nel giusto e nella perfezione? Dopo un incalzare di domande in cui arriva anche a dire chi sono io, dopo numerosi interrogativi su come avvicinarsi a qualcosa che fosse accostabile alla verità, tira fuori un idea che potrebbe essere uno strumento di lavoro per i terapeuti in termini di visualizzazioni e di concettualizzazioni. Egli decide di smetterla di cercare la verità e di capovolgere l’imbuto, il binocolo con cui aveva guardato fino ad allora, decise di considerare falso tutto ciò che genera un dubbio dentro di lui “pensai che dovevo fare il contrario, rigettare come assolutamente falso tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo dubbio” .

Questo capovolgimento della visuale, questa estensione dello zoom, lo porta in maniera estrema, ma efficace, a considerare che gli uomini sbagliano ragionando e ancora dopo a capire che i pensieri possono valere quanto i sogni, che cambiano e si modificano di giorno come di notte, ma soprattutto lo conducono ad operare uno spostamento in cui si sostituisce il dubbio con la conoscenza.

Forse, come suggerisce Cartesio, la persona che riesce ad abbandonare ogni dubbio considerandolo portatore di falsità, a favore di un processo di conoscenza che si concentri sull’essere e non sul “potrebbe essere” si libera e si ritrova in quel modo d’essere del “penso, dunque sono” e allora non ha più senso “cosa penso” (inteso come mero e meccanico controllo ossessivo) e acquista valore il meccanismo del pensare in quanto tale. Non i contenuti ma il processo del pensare.

Spesso lavoriamo nelle stanze di psicoterapia per l’integrazione delle parti, Cartesio offre una visione e un’opportunità di capovolgere la prospettiva, dando al dubbio un ruolo talmente centrale tanto da farlo diventare normale. Nella normalità perde potenza e si trasforma in modo multidimensionale nelle varie istanze dell’essere umano.

Cartesio e la riflessione sul rapporto tra uomo e Dio

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Inoltre Cartesio ci conduce in una intensa riflessione sul rapporto tra uomo e Dio, pur considerando il grado di soggettività religiosa, a me sembrerebbe che si parli di qualcosa che va oltre la religione e che offre uno spazio di recupero di un’identità spirituale che è dell’uomo a partire dalla sua nascita. Cartesio si interroga molto sul filo sottile che mette in connessione l’uomo con Dio, e a tal proposito si domanda: ma cosa lega l’uomo alla ricerca di una qualche perfezione? E in fondo cosa nel mondo è più perfetto dell’uomo? Egli trova nella natura una armonia e una perfezione che può a suo avviso aver preso forma da una perfezione spirituale e innata di cui l’uomo non è responsabile ma ne eredita il compito di curarsene. A tal proposito mi viene in mente che nella Cabbalà si dice che ogni essere umano è scintilla dell’eterno e allora cosa manca alla psicologia per legarsi alle trascendenza?

Non so se Cartesio fosse un Cabbalista, ma ha in comune con essa l’opinione che l’idea di Dio sia innata negli esseri umani, e essendo un’idea perfetta ne deriva che tale idea è introdotta nell’uomo dalla potenza e onnipresenza del divino. Il recupero di questa idea certa dell’esistenza di Dio (ossia il recupero della consapevolezza della propria spiritualità individuale), ci aiuterebbe a comprendere meglio forse alcuni aspetti deliranti o del pensiero magico che notiamo nelle narrazioni dei pazienti psicotici e/o ad entrare in relazione in generale con l’anima e la componente spirituale nostra e dei nostri pazienti. Ormai molte scienze che avevano escluso questo studio del divino stanno cambiando prospettiva e aprono le porte allo sconosciuto mondo spirituale. La fisica quantistica ad esempio si è aperta allo studio di questo mondo metafisico e spirituale, sarebbe una sfida anche per la psicologia concepire nei suoi studi e nelle tecniche la potenzialità della “particella Dio” e attingere dalla spiritualità e non dalla religiosità, delle metodologie di lavoro?

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