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Mindfulness e autismo ad alto funzionamento 

La mindfulness aiuta gli individui con autismo ad alto funzionamento a mettere in atto comportamenti diretti ad uno scopo invece che quelli ripetitivi.

ID Articolo: 149574 - Pubblicato il: 10 novembre 2017
Mindfulness e autismo ad alto funzionamento 
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La pratica di mindfulness aiuta gli individui con autismo ad alto funzionamento a mettere in atto comportamenti diretti ad uno scopo in sostituzione di tutti quei pattern ripetitivi e maladattivi diventati oramai automatici (Pahnke et al., 2014).

Marzia Paganoni, OPEN SCHOOL PTCR di Milano

 

L’autismo ad alto funzionamento

Messaggio pubblicitario Oggi l’autismo colpisce 10 bambini su 1000 e sembra essere presente in misura nettamente superiore nei maschi (Fombonne et al., 2003). La prognosi del disturbo è influenzata dal grado di funzionamento cognitivo che viene designato come miglior indicatore rispetto allo sviluppo futuro (Panerai et al., 2014).

Si parla di autismo ad alto funzionamento (HFA) quando il QI totale è superiore a 65/70, quando l’individuo ha sviluppato il linguaggio verbale, quando non sono presenti disturbi neurologici e quando quindi non vi è disabilità intellettiva (Ibidem).

Secondo Panerai et al. (2014) gli individui con diagnosi di autismo ad alto funzionamento presentano difficoltà marcate nel processo dell’inferenza sociale ed in particolare, questa disfunzione, si manifesta nel momento in cui è chiamato a scegliere quale informazione prendere in considerazione e nella fase di memorizzazione.

Presentano quindi difficoltà durante l’interazione sociale che, secondo Hobson (2006), è spiegata dalla scarsa comprensione e consapevolezza che hanno di se stessi e dalle difficoltà che incontrano nel momento in cui devono dare un nome alle emozioni e devono essere in grado di esprimerle in modo socialmente convenzionale, autoregolandosi e condividendo quindi in modo adeguato i propri stati d’animo.

Va inoltre evidenziato come, in soggetti con autismo ad alto funzionamento, la scarsa capacità di regolazione emotiva può rinforzare strategie maladattive ed automatiche come la ruminazione (Mazefsky et al., 2014). I deficit nella regolazione emotiva potrebbero essere intrinsecamente legati sia all’ansia che all’autismo (Ibidem).

Le possibili terapie per l’autismo ad alto funzionamento

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT), con l’obiettivo di lavorare sugli schemi cognitivi e comportamentali e sulle strategie di controllo emotivo, è stata adattata al disturbo dello spettro autistico con lo scopo di trattare l’ansia e lo stress che risultano spesso associati a questa condizione (Sofronoff, Attwood e Hinton, 2005).

Essendo i soggetti con autismo ad alto funzionamento persone che hanno la tendenza ad assumere come propri schemi di pensiero e che hanno difficoltà nel considerare soluzioni e spiegazioni alternative ai problemi risulta importante attuare un intervento di CBT che miri alla ristrutturazione cognitiva e all’educazione emotiva (Ibidem).

L’acceptance and commitment therapy (ACT), terapia di terza ondata, che ha come obiettivo quello di aumentare la flessibilità psicologica e ridurre la rigidità degli schemi abituali di funzionamento attraverso l’accettazione, il riconoscimento dei propri pensieri e valori personali, l’impegno nell’azione, il contatto con il momento presente e il sé come osservatore della propria esperienza nel qui ed ora, si sta rilevando essere molto efficace nel campo dell’autismo (Hayes e Strosahl, 2004).

Si tratta infatti di un approccio che utilizza strategie basate sull’accettazione e sulla mindfulness (Ibidem).

La mindfulness come possibile terapia dell’ autismo ad alto funzionamento

La pratica di mindfulness aiuta gli individui con autismo ad alto funzionamento a mettere in atto comportamenti diretti ad uno scopo in sostituzione di tutti quei pattern ripetitivi e maladattivi diventati oramai automatici (Pahnke et al., 2014).

In seguito ad un intervento ACT, opportunamente adattato per soggetti con autismo ad alto funzionamento, si sono registrati miglioramenti dei sintomi emozionali, una riduzione dell’ansia e dell’iperattività che si sono mantenuti anche nel periodo di follow-up. Sembra infatti che le abilità acquisite dai soggetti durante la pratica mindfulness abbiano avuto un effetto protettivo sullo stress quotidiano e sul distress psicologico (Pahnke et al., 2014).

Un altro studio, effettuato sempre nello stesso anno da Murza et al., volto ad indagare l’efficacia del metodo ACT in associazione con un intervento di verifica di generalizzazione dell’abilità acquisita in contesti differenti ha fornito risultati contrastanti. A fine trattamento è stato infatti rilevato un miglioramento nella generazione dell’inferenza durante la lettura e nelle abilità metacognitive mentre non si sono invece osservati cambiamenti significativi per quanto riguarda l’abilità di inferenza sociale. È quindi probabile che le acquisizioni dell’inferenza nella lettura non bastino perché i risultati vengano generalizzati ad altri contesti comunicativi. Gli autori stessi ritengono che forse in questo studio non ci si è focalizzati esplicitamente sull’inferenza sociale vera e propria, che è sicuramente diversa dall’inferenza nella lettura, anche se di situazioni sociali.

Lo studio di Murza et al. (2014) risulta essere comunque di grande rilievo in quanto suggerisce che gli individui affetti da autismo ad alto funzionamento possono imparare strategie di inferenza molto facilmente.

Gli studi citati risalgono a tempi recenti, di conseguenza i risultati, anche se promettenti, meritano maggiore attenzione e necessitano di ulteriori approfondimenti. La quantità degli scritti presenti non è inoltre ancora sufficiente per fornire conclusioni soddisfacenti.
Gli studi sulla mindfulness presentano sicuramente qualche lacuna (Dimidjian & Segal, 2015) o, comunque, la pratica di mindfulness stessa potrebbe incontrare nuovi ostacoli, laddove fosse applicata ad una popolazione clinica fortemente eterogenea, quale è l’autismo, e ancora caratterizzata da diversi interrogativi.

Esistono tuttavia interventi adatti a promuovere la mindfulness che non fanno largo uso di competenze linguistiche e che non necessitano di un impegno cognitivo particolare. È il caso dei mindful movements, ovvero la pratica della consapevolezza dei propri movimenti.

Il movimento corporeo è considerato da tempo una buona via per coltivare diverse abilità mentali, quali l’attenzione, l’autocontrollo e la mindfulness, e recenti studi hanno riportato i vari benefici, apportati da addestramenti al movimento consapevole (Clark, Schumann & Mostofsky, 2015). La pratica del movimento consapevole è risultata efficace anche nella riduzione dello stress, componente presente nei soggetti affetti da autismo ad alto funzionamento, e delle sue conseguenze fisiche e psichiche (Ibidem).

Nel campo dell’autismo ad alto funzionamento, un programma d’intervento che tenga conto anche di esercizi di mindful movements potrebbe risultare efficace per trattare i sintomi comportamentali, dati i riscontri positivi nell’autoregolazione, anche nei casi in cui non è prevista una terapia farmacologica (Rosenblatt et al., 2010).

In uno studio di Silva e Schalock (2013), in cui si sono osservati gli effetti di una pratica orientale, il qigong, che si focalizza sui movimenti, sull’affermazione, sulla respirazione, sulla meditazione e sul massaggio su bambini con diagnosi di autismo, si è evidenziato un significativo miglioramento nell’autoregolazione comportamentale e sensoriale.

Inoltre, è stato dimostrato che anche una terapia integrativa basata sulla danza risulta efficace in adolescenti affetti da autismo in quanto, lo studio effettuato da Koch et al. (2015) ha evidenziato un’aumentata consapevolezza corporea, una migliore capacità nel distinguere sé dall’altro e miglioramenti nelle abilità sociali nei soggetti che si sono sottoposti al trattamento.

Messaggio pubblicitario Bremer et al. (2016) osservano come l’esercizio fisico, come ad esempio, nuoto, jogging o yoga, inserito come approccio terapeutico integrativo per bambini e adolescenti con autismo ad alto funzionamento, apporti importanti benefici in diversi indici comportamentali. Sono stati infatti osservati miglioramenti significativi nella frequenza e nell’intensità di comportamenti stereotipici, nel funzionamento socio-emotivo, nella cognizione e nelle capacità attentive.

Tutte queste tecniche si focalizzano sull’esercizio fisico, la respirazione e la corporeità, aspetto quest’ultimo centrale nella condizione dell’autismo ad alto funzionamento, se si pensa alle precedenti considerazioni sulla consapevolezza corporea e sull’autoregolazione. Secondo Clark et al. (2015), diversi sono i processi coinvolti nelle pratiche di questo tipo in quanto, la coordinazione dei movimenti potrebbe migliorare in conseguenza alle informazioni sensoriali in entrata, si sperimenta pianificazione ed organizzazione del nuovo movimento e si va ad aumentare la consapevolezza così da poter avere la possibilità di scegliere tra diverse prospettive, risposte nuove e contestualmente appropriate che permettono così all’individuo affetto da autismo ad alto funzionamento di ridurre le risposte abituali disfunzionali.

Infine, interventi di mindfulness risultano efficaci anche se applicati sui caregivers in quanto, un lavoro di questo tipo aiuterebbe il genitore, laddove fosse necessario, a trattare i livelli di stress percepito, ad osservare e affrontare con maggiore consapevolezza e minore impulsività i problemi comportamentali del figlio e ad aumentare il senso di auto-efficacia e di rilassatezza genitoriale (Singh, Singh, Lancioni, et al., 2010).

Gli stessi autori hanno preso in considerazione il fatto che un intervento di mindfulness, appositamente pensato per gli operatori legati alla realtà dell’autismo, potrebbe incidere sul soggetto autistico in modo indiretto. In questo caso, il miglioramento della qualità dell’attenzione e della capacità di riconoscimento delle emozioni dell’operatore avrebbe un effetto salutare indiretto sul soggetto affetto da autismo, in quanto a beneficiarne sarebbe in primis la relazione nella sua totalità (Singh, Singh, Lancioni, et al., 2010).

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