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IX Conferenza Internazionale dell’ Association for Behavior Analysis International – Report dal convegno

Nei giorni scorsi a Parigi la Conferenza Internazionale dell’ Association for Behavior Analysis International, tra i relatori Barnes-Holmes D. e Moderato P.

ID Articolo: 150376 - Pubblicato il: 29 novembre 2017
IX Conferenza Internazionale dell’ Association for Behavior Analysis International – Report dal convegno
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Si è tenuta nei giorni scorsi a Parigi la IX Conferenza Internazionale dell’ABAI, Association for Behavior Analysis International. L’ ABAI nasce nel 1974 negli Stati Uniti come associazione nazionale americana, e negli anni a venire si apre a una dimensione sempre più internazionale, diventando poi ABA International.

 

Messaggio pubblicitario La Conferenza Internazionale, che si svolge ogni due anni in una città al di fuori degli Stati Uniti, rappresenta concretamente questa progressiva apertura. La prima conferenza internazionale si è tenuta significativamente nel primo anno del nuovo millennio, nel 2001, a Venezia, sull’Isola di S. Giorgio, in collaborazione con il nostro gruppo italiano di analisti comportamentali. In quell’occasione, tra l’altro, si sono poste le basi per la fondazione dell’European Association for Behavior Analysis che si sarebbe formalmente costituita nel 2003 a Parma. (Arntzen, Hughes, Pellón, Moderato, 2009).

Quest’anno la Conferenza si è aperta e chiusa con due relazioni particolarmente rappresentative della ricerca europea: la relazione di apertura è stata tenuta da Dermot Barnes-Holmes, quella di chiusura da chi scrive. Entrambi possono essere considerati scienziati comportamentali piuttosto sui generis rispetto all’analisi del comportamento mainstream, soprattutto americana.

Dermot Barnes-Holmes e il tributo ai padri del comportamentismo

Dermot Barnes-Holmes, irlandese ma ora in servizio presso l’Università di Ghent, è noto per il suo contributo fondamentale allo sviluppo della Relational Frame Theory (RFT), la teoria post-skinneriana sullo sviluppo del linguaggio e della cognizione che vede come co-autori Steven Hayes e Brian Roche. La RFT sta alla base dell’Acceptance and Committmnet Therapy, il modello terapeutico di terza generazione sviluppato da Hayes, Wilson e Strohsal, di cui ci siamo occupati più volte su State of Mind.

La relazione di Dermot Barnes-Holmes è stata un percorso intellettuale e un tributo ai personaggi che hanno fatto la storia della ricerca nel campo del linguaggio in ambito comportamentista. Tutto comincia naturalmente con B. F. Skinner, che dopo la pubblicazione di Verbal Behavior (1957) pubblica, nel 1966, An operant analysis of problem solving, in cui traccia la distinzione fra comportamento modellato dalle contingenze e comportamento governato da regole. Ma il vero cambio di paradigma si ha con Morris Sidman, che negli anni Ottanta introduce il concetto di classi di equivalenza, grazie al quale anche i comportamentisti affrontano con successo due problemi fino ad allora trattati in modo insoddisfacente: l’origine del comportamento nuovo, cioè non frutto di training precedenti, e l’origine del significato.

Dermot Barnes-Holmes ricorda con emozione e devozione il contributo di Sidman, leggendo passi tratti da alcuni dei suoi libri. Avendo avuto il privilegio di conoscere personalmente Morris Sidman ho potuto condividere questa emozione e questa devozione: Sidman è un grande maestro di metodologia della ricerca nella scienza.

La relazione di Dermot Barnes-Holmes prosegue con il passo successivo, il primo abbozzo ante litteram di Relational Frame Theory, nel volume curato da S. Hayes nel 1989: Rule Governed Behavior, in cui scrivono i più illustri esponenti della scienza del comportamento. Per la prima volta si parla di track and ply, e di frames relazionali, termini che poi costituiranno l’ossatura della RFT.

Dermot Barnes-Holmes ammette che la Relational Frame Theory è una teoria ancora controversa e complessa, è un’interpretazione, che però è sostenuta da una quantità di evidenze sperimentali davvero impressionanti, in molteplici campi. E non dimentichiamo che è alla base dell’ACT, il modello psicoterapeutico che sta sfidando, con successo, la CBT tradizionale.

Tony Biglan: come la scienza del comportamento migliora la nostra vita

Dopo la relazione di Dermot Barnes-Holmes è salito sul palco Tony Biglan, dell’Oregon Research Institute, autore dello splendido volume: The Nurture Effect: how the science of human behavior can improve our lives and our world. La sua relazione è stata un’appassionata, puntuale e convincente analisi di come la scienza del comportamento possa migliorare la nostra vita e il nostro mondo: il mondo naturale, agendo ad esempio per migliorare il clima e aumentare le risorse alimentari, e il mondo sociale, agendo per la prevenzione e il contrasto a povertà, comportamenti antisociali, comportamenti ad alto rischio (droghe, alcool, tabacco, sesso non protetto).

Il lavoro di ricerca di Biglan si è focalizzato sulla possibilità di fare prevenzione: contesti ambientali che definisce “nutrienti” (nurturing environments) possono promuovere la pro-socialità e al tempo stesso diminuire la probabilità di attivazione di manifestazioni aggressive e disadattive. Biglan parla anche di “ambienti tossici”, che sono l’opposto dei  “contesti nutrienti”. Gli ambienti tossici sono contesti in cui i giovani sono lasciati a se stessi, in cui viene loro negata la possibilità di provare emozioni, in cui viene prevalentemente incoraggiato un modello di evitamento dei sentimenti. La nostra cultura ci indirizza verso un atteggiamento di chiusura rispetto ai pensieri e ai sentimenti definiti “negativi”; questo assunto potrebbe acquistare un significato se inserito in un’ottica di “cura” verso il soggetto, allo scopo di proteggere quest’ultimo dalla sofferenza, ma spiega Biglan, in realtà è un atteggiamento punitivo, che sottende il pensiero “ti darò qualcosa per cui piangere”. L’ambiente tossico è un ambiente che non rinforza, che promuove scarsamente le abilità “prosociali”, in quanto è un contesto in cui emerge la rigidità e la scarsa flessibilità del comportamento, dove la punizione diventa il mezzo privilegiato per controllare il comportamento. i contesti nutrienti offrono la possibilità di insegnare promuovere, rafforzare tutti quei comportamenti che costituiscono la prosocialità.

Biglan non parla solo del coinvolgimento della famiglia nella creazione di questi contesti nutrienti, ma anche di quello degli insegnanti e della comunità più in generale, sottolineando l’importante compito delle istituzioni che dovrebbero insegnare ai ragazzi ad essere rispettosi, responsabili e gentili. Questo può realizzarsi, secondo Biglan, dando importanza e valore al rinforzo tramite un uso più frequente dell’approvazione, del “contatto affettuoso”, del riconoscimento pubblico di coloro che agiscono con modalità prosociali.

La letteratura scientifica mostra l’efficacia di programmi d’intervento per la prevenzione dei comportamenti antisociali basati sul ribaltamento radicale di prospettiva nella gestione genitoriale di questi comportamenti: dall’atteggiamento coercitivo, caratterizzato dall’uso di punizioni e penalizzazioni come strumento di controllo e cambiamento, bisogna passare a un saggio, coerente e contingente uso di pratiche positive. Il rinforzamento positivo di condotte desiderabili rappresenta la migliore strategia per promuovere comportamenti adeguati e adattivi, non solo nel sistema famiglia ma anche nel contesto scolastico e nel contesto sociale. Biglan ne ha presentato molti esempi.

Costruire servizi che siano in grado di prendersi cura delle persone con disturbi del neurosviluppo e gravi e gravissimi disturbi del comportamento rimane una delle sfide più importanti nell’applicazione della moderna scienza del comportamento. A Parigi un intero simposio coordinato da Cynthia M. Anderson del May Institute di Boston ha visto eccellenze internazionali presentare modelli di servizio per la scuola (Todd Harris del Devereaux Advanced Behavioral Health) per l’ambulatorio intensivo (Patricia Kurtz del Kennedy Krieger Institute), per il trattamento ospedaliero (Louis Hagopian del Kennedy Krieger Institute) e per i servizi residenziali (Mauro Leoni e Giovanni Miselli di Fondazione Istituto Ospedaliero di Sospiro Onlus). I colleghi italiani hanno presentato i dati ottenuti, in termini di riduzione nei comportamenti problematici, nell’uso delle contenzioni, negli infortuni e nello stress e burnout degli operatori, in dieci anni di applicazione dei modelli contestualistici di analisi del comportamento, integrati con i modelli di qualità di vita per i servizi residenziali per gli adulti, sotto la direzione di Serafino Corti.

Queste expertise e le collaborazioni internazionali sono il fondamento per riuscire a costruire servizi a supporto della famiglie che possano rispondere in maniera tempestiva e preventiva ai gravi disturbi del comportamento anche in fascia evolutiva, esigenza sempre più forte anche nel nostro Paese.

Altre importanti relazioni si sono ascoltate a Parigi, ma diventa lungo darne conto in dettaglio.

Paolo Moderato: Le sfide dell’analisi comportamentale moderna

Messaggio pubblicitario Il congresso si è concluso con la relazione a invito di chi scrive, presentato da Michael Dougher, attuale presidente di ABA International. Il titolo della relazione era Behavior analysis in a complex world. Ho colto quest’occasione per presentare la nostra visione dell’Applied Behavior Analysis, una visione contestualista, funzionalista, individualizzata, e umanizzata, e per mettere sul tavolo tre sfide fondamentali per l’analisi comportamentale moderna. In primo luogo, il tema della disabilità intellettiva e dell’autismo, che non può limitarsi a interventi intensivi e precoci, certamente essenziali, ma deve estendersi a interventi per adolescenti e giovani adulti, una popolazione che richiede interventi non semplicistici, scientificamente basati, sensibili al contesto, che abbraccino anche la dimensione clinica, considerato che questa popolazione presenta un alto rischio per lo sviluppo di disturbi psicopatologici quali ansia, compulsioni, depressione.

In secondo luogo, il tema della Clinical behavior analysis. L’analisi comportamentale degli inizi non si è occupata molto di temi che costituiscono invece il campo di lavoro principale dei clinici: ansia, depressione, traumi. In tal modo ha lasciato una prateria allo sviluppo della psicoterapia cognitiva. Fortunatamente negli ultimi vent’anni si sono elaborati modelli terapeutici come l’ACT, la FAP, la DBT, la Behavior Activation, che affondano le loro radici nella moderna scienza del comportamento e hanno dimostrato la loro efficacia anche nella “terapia della parola”.

Infine il tema della behavioral economics, di cui abbiamo trattato su queste pagine in occasione del premio Nobel per l’Economia assegnato a Richard Thaler. Si tratta di una nuova rivoluzione comportamentista, che ha già dimostrato la sua efficacia nelle applicazioni finalizzate a migliorare e semplificare la vita dei cittadini, grazie alla costituzione di Behavior Insight Units in vari paesi (tranne che in Italia….).

La moderna analisi del comportamento ha ancora sfide importanti da affrontare. Oltre a quelle menzionate da Tony Biglan, ne ho ricordate altre due: l’atteggiamento antiscientifico incarnato dai movimenti antivax o a favore di cure prive di fondamento scientifico, che mettono a rischio la salute dell’umanità, conquistata faticosamente nei secoli, e le agenzie che disseminano scientemente falsità, le cosiddette fake news, che mettono a rischio il futuro della democrazia. Non sono sfide facili, ma abbiamo metodo, tattiche strategie e strumenti per affrontarli.

L’intera relazione è disponibile sullo Youtube IESCUM Channel:

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Bibliografia

  • Arntzen, E. J., Hughes, C., Pellón, R., Moderato,P. (2009).Behavior Analysis in Europe. An update. European Journal of Behavior Analysis, 2, 10, 95-100.
  • Anthony Biglan (2015) The nurture effect. How the Science of Human Behavior Can Improve Our Lives and Our World. New Harbinger.
  • Hayes, S.C (1989) Rule governed behavior. Plenum
  • Skinner, B.F (1957) Verbal Behavior . Prentice-Hall.
  • Steven C. Hayes, Dermot Barnes-Holmes, Bryan Roche (Eds) (2001)20)0) Relational Frame Theory: A Post-Skinnerian Account of Human Language and Cognition. Plenum.
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