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Abbraccialo per me: riflessioni psicologiche sul film e pensieri su una cura psicoanalitica delle psicosi

'Abbraccialo per me' stimola una riflessione sulla cura di disturbi gravi, quali le psicosi, spesso visti non curabili con la psicoterapia e la psicoanalisi

ID Articolo: 149944 - Pubblicato il: 21 novembre 2017
Abbraccialo per me: riflessioni psicologiche sul film e pensieri su una cura psicoanalitica delle psicosi
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Abbraccialo per me è un film emozionante che racconta il dramma che una famiglia vive quando al suo interno vi è un membro affetto da una disabilità psichica.

Mirella Montemurro

 

Introduzione: la disabilità psichica in Abbraccialo per me

Messaggio pubblicitario  Abbraccialo per me (2016) di Vittorio Sindoni è tra i più recenti film di argomento psichiatrico. Ha suscitato molto interesse e ottenuto riconoscimenti tra cui il patrocinio del Garante per l’Infanzia Vincenzo Spadafora e il timbro di “interesse culturale” dal ministero dei Beni e delle Attività Culturali.

E’ un film emozionante che racconta il dramma che una famiglia vive quando al suo interno vi è un membro affetto da una disabilità psichica. Il lungometraggio evidenzia lo stigma sociale, una psichiatria a volte inadeguata ed un particolare rapporto madre/figlio che non facilita il processo di cura.

Francesco Gioffredi detto “Ciccio” è un ragazzo esuberante, con problemi comportamentali. Ciccio e la sua famiglia vivono in una piccola cittadina siciliana che reagisce alle bizzarrie del ragazzo con ostilità. All’interno della famiglia il padre Pietro percepisce Ciccio come un nemico, perché soffre la sua esclusione dal rapporto simbiotico madre-figlio. La madre Caterina vive le sue esuberanze giustificandole come delle ragazzate negando la presenza di un benché minimo disagio psicologico. La negazione della malattia da parte della madre porterà Ciccio a non curarsi adeguatamente. Tania, sua sorella maggiore, prenderà in mano la situazione e riuscirà finalmente ad indirizzare il fratello verso un percorso di cura.

Questo bel film stimola, a mio avviso, una riflessione sulla tematica relativa al rapporto genitori/figlio e su un argomento più vasto legato alla necessità di ampliare l’orizzonte di osservazione rispetto al trattamento di malattie mentali gravi.

Nel presente lavoro, traendo spunto da Abbraccialo per me, farò alcune riflessioni sul rapporto genitori/figlio nella lettura di Donald Winnicott e nel successivo paragrafo focalizzerò l’attenzione su una tipologia di cura, quella psicoanalitica, su pazienti psicotici.

Lo scopo di questo lavoro è duplice: in primo luogo si vuole favorire una riflessione sul ruolo primario della famiglia nel processo di cura del paziente grave. Il secondo scopo è quello di riflettere su un percorso terapeutico integrato a quello farmacologico. In particolare il trattamento psicoanalitico dimostra, come ben raccontato nell’ultimo libro Psicoanalisi delle psicosi: Prospettive attuali a cura di Riccardo Lombardi, Luigi Rinaldi, Sarantis Thanopulos (2016), di aver già operato e di continuare a farlo nella direzione della cura del paziente grave.

Rapporto genitori/figlio: Abbraccialo per me nella lettura di D. Winnicott

Un illustre psicoanalista e pediatra inglese Donald Winnicott (1974) sosteneva che “la madre debba essere sufficientemente buona”. Secondo l’Autore una madre deve saper illudere e gradualmente disilludere. In una prima fase il bambino ha bisogno di un ambiente protettivo quasi perfetto. Successivamente la madre dovrà esporlo, gradualmente, alle frustrazioni e difficoltà esterne senza difenderlo da ciò che è in grado di affrontare da solo.

La relazione diventa disfunzionale quando l’ambiente di accudimento è carente: quando le funzioni di holding (sostegno) ed handling (maneggiamento del neonato) sono deficitarie e anche quando la madre non riesce a modulare le fasi di illusione/disillusione. Questa mancata modulazione porta il bambino ad una illusione infantile onnipotente che inevitabilmente lo esporrà ad una disillusione traumatica mancando la madre della gradualità delle frustrazioni del mondo esterno.

Il rapporto tra Caterina e Ciccio in Abbraccialo per me è di tipo simbiotico. Caterina con tutte le sue forze nega a sé stessa ed agli altri la malattia del figlio. Con tutte le sue energie distorce la realtà, proprio come fa Ciccio con le sue allucinazioni e deliri. Nel tentativo di proteggerlo crea in lui una illusione onnipotente nella quale viene coinvolta a tal punto da assomigliare ad una folie à deux.

Winnicott sostiene che vi è una condizione psicologica che chiama “preoccupazione materna primaria” (1981) che inizia durante la gravidanza e si protrae fino a qualche mese dopo il parto caratterizzata da devozione, dipendenza. Winnicott parla di “ritiro”, “dissociazione”, “fase schizoide” della personalità. La fase di “preoccupazione materna primaria” è una condizione psicologica necessaria che ha bisogno di emergere, stabilirsi e cessare quando il bambino non ha più bisogno di tale stato di cose. Caterina sembra permanere in questo stato di devozione, dipendenza, fornendo a Ciccio una protezione eccessiva.

In Abbraccialo per me, nella madre Caterina prende il sopravvento anche un potente processo identificativo. Caterina si identifica con la fragilità di Ciccio, la fa propria. La simbiosi con il figlio le impedisce di vedere il figlio come “Altro da Sé” e quindi di aiutarlo. C’è un figlio ideale, un figlio frutto delle sue proiezioni, che non è Ciccio. A tale proposito, colpisce la scena dove il giovane riceve la proposta di suonare ad un matrimonio. Ciccio è preoccupato di non farcela e seduto sul letto chiede alla madre di aiutarlo. In questa scena sembra che glielo stia dicendo in qualche modo alla madre: “mamma aiutami perché non riesco più a far finta di nulla. Il gioco, il gioco della vita, sta diventando troppo complesso per me”. Anche in questo caso la madre non riesce a cogliere il bisogno del ragazzo. Caterina viene fomentata da questa notizia: finalmente vedrebbe suo figlio valorizzato. Gli compra una giacca molto elegante, eccessiva. Quella giacca è emblematica. E’ ciò che Caterina mette addosso al proprio figlio. E’ una giacca/Sé molto impegnativa e soprattutto che non sceglie Ciccio.

Come sostiene Palacio Espasa (2001) il bambino reale non è mai solo “il bambino”, ma è anche il “bambino che i genitori avrebbero voluto essere…” e specularmente i genitori si identificano con “i genitori che avrebbero voluto avere…” Queste identificazioni incrociate sono cruciali per la formazione dei primi legami e rappresentano una delle chiavi di lettura per comprendere le interazioni tra genitori e figli.

Caterina, ad esempio, ritiene che Ciccio abbia bisogno di musica, di esprimere la sua vena artistica, proprio quella che non era riuscita a coltivare lei stessa da giovane: “So io quello di cui ha bisogno Ciccio!” si può tradurre in: “So io quello di cui avevo bisogno da piccola”.

Come si poteva recuperare la relazione madre/figlio? Attraverso un padre. Il delicato compito del padre è quello di contrastare una possibile regressione fusionale della coppia madre-bambino.

All’inizio il padre ha una funzione di affiancamento alla compagna, per sostenerla nelle cure rivolte al neonato. Successivamente diventa una figura relazionale. Anche il padre si ritroverà a fare i conti con la mancata coincidenza tra figlio reale e figlio idealizzato. Per poter riconoscere ed accettare il figlio come “Altro da sé”, nella sua concretezza di persona diversa, dovrà operare uno sforzo separativo come quello richiesto alla madre.

Nel film Abbraccialo per me la figura paterna è mancata. Pietro non ha saputo “salvare” la relazione madre/figlio. Si è posto all’interno del rapporto in una posizione simmetrica rispetto a Ciccio. Non è riuscito a creare un legame con questo figlio perché accecato dalla rabbia narcisistica: “questo figlio si è preso tutto, me l’ha rubata” dice a Tania poco prima di morire.

La madre perpetrando la negazione del disagio psichico del figlio ha tardato le cure per poi interromperle definitivamente. Ciccio ha iniziato a curarsi per merito della sorella Tania che ha assunto un ruolo materno competente vicariando la madre simbiotica.

Concludendo, si può asserire che per riattivare un processo di crescita della relazione genitore/figlio sia necessario che i genitori sviluppino nei confronti del figlio un equilibrio tra amore di sé nell’altro (investimento narcisistico) e amore dell’altro come differente da sé (investimento oggettuale). La relazione simbiotica genitore/figlio, spesso foriera di danni psicologici, diventa ancor più pericolosa quando, come nel film Abbraccialo per me, il figlio presenta a monte un disagio psichico.

Una cura psicoanalitica delle psicosi

Messaggio pubblicitario  Abbraccialo per me stimola anche una riflessione più generale sulla cura dei disturbi psichiatrici gravi che vengono di solito ascritti a quella categoria di malattie non curabili con la talking cure. Come sottolineato dal regista (“La carenza di strutture e di terapie adeguate è uno dei problemi che le famiglie affrontano. In molti casi la risposta che viene data loro passa solo dagli psicofarmaci mentre esistono anche altre possibilità”) ritengo sia necessario ampliare l’orizzonte di osservazione clinica. Sebbene la cura psichiatrica in Italia venga considerata una delle migliori al mondo si ritiene che l’orientamento biologista tipico di alcuni psichiatri odierni precluda l’apertura verso cure in parallelo a quella psicofarmacologica. Si dovrebbe, al contrario, optare per un modello che preveda l’attenzione su dinamiche biologiche, psicologiche e sociali. La lettura in parallelo del disturbo mentale potrà quindi legittimare tanto il trattamento psicoanalitico quanto quello farmacologico (Martini, 2016).

Lo studio della psicosi ha una lunga storia nella psicoanalisi, così come il dibattito sull’adeguatezza del trattamento psicoanalitico per la loro cura. Freud sosteneva che lo schizofrenico non potesse essere trattato psicoanaliticamente perché il suo ritiro libidico di tipo narcisistico impediva lo sviluppo del transfert (Kafka, 2016). Federn (1952) fu il primo psicoanalista a trattare pazienti psicotici; teorizzando che nello psicotico non ci siano abbastanza “guardie di confine”: L’Io non può differenziare gli stimoli esterni da quelli interni. Diversi psicoanalisti (Aulagnier, Bion, Grotstein, Ferrari) convergono verso una lettura della psicosi come “buco nero” nella rappresentazione affettiva e mentale del proprio corpo e del rapporto con la realtà.

Un primo esempio di cura psicoanalitica di pazienti gravi si realizzò nell’Ospedale Psichiatrico Chestnut Lodge nel 1933 quando il dottor Bullard jr (che successe al padre nella direzione clinica) trasformò l’istituto in un primo ospedale psichiatrico ad approccio psicoanalitico. Chestnut Lodge si sviluppò fino a diventare una istituzione con cento pazienti e venti psichiatri che tenevano dalle quattro alle cinque sedute settimanali con ciascuno dei loro pazienti. Kafka (2016), psichiatra e psicoanalista americano che lavorò presso il Chestnut Lodge dal 1957 al 1967, racconta di come vi fosse un assiduo lavoro di équipe e di come venisse data importanza al singolo individuo, promuovendo un trattamento “su misura”. “Se sai qualcosa di una persona schizofrenica, sai qualcosa di una persona schizofrenica” (Kafka, 2016). Chestnut Lodge era dotata anche di una struttura dove venivano ospitati quei pazienti dimessi dall’ospedale ma non ancora reinseriti nel tessuto sociale e lavorativo. Inoltre veniva offerta accoglienza anche alle famiglie che provenivano da lontano. Il Chestnut Lodge era anche un istituto di formazione per la ricerca clinica che forniva la possibilità di osservare pazienti per lunghi periodi. Al Lodge infatti i pazienti continuavano ad essere curati anche nelle fasi di compenso psicopatologico.

Un nome che segnò la storia di Chestnut Lodge fu Frieda Fromm-Reichmann psichiatra, neurologa e psicoanalista che lavorò nell’ospedale dal 1935 al 1957 anno della sua morte. Joanne Greenberg paziente di Frieda scrisse un libro autobiografico che racconta il dramma della malattia e l’incontro con la cura. Un percorso doloroso ma il solo in grado di permettere a Deborah (alias Joanne) di acquisire lentamente la consapevolezza di sé e del mondo reale. Il titolo Non ti ho mai promesso un giardino di rose (1964) pare fosse una frase che Frieda disse a Joanne.

Il Chestnut Lodge non è l’unico esempio di istituto psichiatrico ad orientamento psicoanalitico. Un’altra importante realtà è il Menninger Clinic nel Kansas dove hanno lavorato illustri psicoanalisti tra cui: Rapaport, Simmel, Fenichel, Fonagy, Kernberg, Gabbard e l’italiano Edoardo Weiss. Nel 2003 la Menninger Clinic si è spostata a Houston e continua ad operare con efficacia.

In riferimento ai trattamenti psicoterapici afferenti a diversi approcci (psicoanalitico, cognitivo-comportamentale, sistemico, etc) sono presenti organizzazioni internazionali tra cui l’International Society for the Psychological Treatments of the Schizophrenias and Other Psychoses che si occupa in modo organico e sistematico del trattamento psicoterapico integrato delle psicosi. A San Francisco è anche presente The Center for The Advanced Study of the Psychoses, diretto dai noti L. Bryce Boyer e Thomas H. Ogden, autori di articoli e libri conosciuti in tutto il mondo. In Italia sono diversi gli psicoanalisti (A. Correale, F. De Masi, R. Lombardi, F. Petrella, L. Rinaldi,  S. Thanopulos ed altri) che operano prevalentemente su pazienti gravi.

Si premette che i pazienti psicotici che si possono curare con la psicoanalisi sono pazienti trattati farmacologicamente e che presentano una qualche capacità di autoriflessione, una organizzazione narrativa della mente, come anche che tollerino il ritmo di presenza-assenza della seduta (Correale, 1997). Nel lavoro analitico bisogna tener conto della matrice multifattoriale della psicosi (Grotstein, 2001) e dei suoi limiti. Come sostiene lo psicoanalista Lombardi (2016) il lavoro deve essere un lavoro di équipe: psichiatra farmacologico, analista per la famiglia e analista per il paziente psicotico. Lombardi sottolinea inoltre l’importanza di intervenire il prima possibile specie quando la psicosi si presenta in età adolescenziale e nei primi esordi schizofrenici.

Il trattamento psicoanalitico non può essere quello classico. Non si può costruire, ad esempio, un setting strutturato; non si utilizza l’interpretazione di transfert ed in generale il pensiero simbolico (De Masi, 2016). Il lavoro psicoanalitico con questo tipo di pazienti è prevalentemente di tipo descrittivo e di chiarificazione in modo tale che la persona possa comprendere sempre meglio quale è la parte sana e quale è quella psicotica. Si lavora per costruire una esperienza di scambio, comprensione e fiducia nella relazione analitica che favorisce la costruzione di un legame del paziente con la dimensione relazionale (Lombardi, 2016).

Lo psicoanalista aiuta il paziente a pensare, lo aiuta a comprendere e a sviluppare delle capacità di far fronte al pensiero psicotico. Il paziente viene aiutato ad uscire dal mondo delirante, acquisendo pian piano una modalità di funzionamento basato sulle leggi della realtà psichica e dei legami emozionali fino ad arrivare a svolgere una vita del tutto normale. Vi sono numerose testimonianze di come si possa ritornare a vivere normalmente. Nella stessa opera letteraria troviamo riscontri positivi della cura psicoanalitica delle psicosi. Oltre al già citato libro Non ti ho mai promesso un giardino di rose, ricordo The Center Cannot Hold: A Memoir of My Schizophrenia (Un castello di sabbia. Storie della mia vita e della mia schizofrenia) di Elyn R. Saks pubblicato nel 2007 e diventato un best seller negli Stati Uniti. La Saks brillante professoressa universitaria racconta in questo libro il decorso della sua schizofrenia cronica e di come abbia potuto affrontarla anche grazie alla psicoanalisi. Elyn Saks ha beneficiato per una durata di trent’anni dell’assistenza di una terapia farmacologica e parallelamente di una psicoanalisi con il noto psicoanalista Kaplan.

 

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Abbraccialo per me di Vittorio Sindoni (2016) - Cinema e Psicologia

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Abbraccialo per me è una commedia che tratta delle difficoltà di una famiglia che si trova alle prese con un figlio con una grave malattia mentale.

Bibliografia

  • Correale, A. (1997). Quale psicoanalisi per le psicosi? In Correale A., Rinaldi L. (a cura di) Quale psicoanalisi per le psicosi? Milano: Raffaello Cortina.
  • De Masi, F. (2016). Il mio percorso verso la terapia analitica della psicosi. In R. Lombardi, L. Rinaldi, S. Thanopolos. Psicoanalisi delle psicosi. Prospettive attuali. Milano: Edizioni Libreria Cortina.
  • Federn, P. (1952). Psicosi e psicologia dell’io. Tr.it. Torino: Boringhieri, 1976.
  • Greenberg, J. (1964). Non ti ho mai promesso un giardino di rose. Tr. It. Roma: L’Asino D’Oro Editore, 2015.
  • Grotstein, J.S. (2001). A rationale for the psychoanalytically informed psychoterapy of schizophrenia and other psychosis. Towards the concepts of ‘rehabilitative psychoanalysis’. In Williams., P (a cura di) A Language for Psychosis. Whurr Publishers Ltd, London-Philadelphia.
  • Kafka, J. (2016). L’approccio psicoanalitico alla psicosi dall’esperienza di Chestnut Lodge a oggi. In R. Lombardi, L. Rinaldi, S. Thanopolos (a cura di) Psicoanalisi delle psicosi. Prospettive attuali. Milano: Edizioni Libreria Cortina.
  • Lombardi, R. (2016). Psicosi e dissociazione corpo-mente. Una prospettiva personale sulla psicoanalisi delle crisi acute e della schizofrenia. In R. Lombardi, L. Rinaldi, S. Thanopolos (a cura di) Psicoanalisi delle psicosi. Prospettive attuali. Milano: Edizioni Libreria Cortina.
  • Manzano, J., Palacio Espasa, F., & Zilkha, N. (2001). Scenari della genitorialità. Milano: Raffaello Cortina.
  • Martini, G. (2016). Psicoanalisi e psicofarmaci nel trattamento dei disturbi psicotici. In R. Lombardi, L. Rinaldi, S. Thanopolos (a cura di) Psicoanalisi delle psicosi. Prospettive attuali. Milano: Edizioni libreria Cortina.
  • Saks, E.R. (2007). Un castello di sabbia. Storie della mia vita e della mia schizofrenia. Milano: Franco Angeli Editore.
  • Winnicott, D. (1974). Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Roma: Armando Editore
  • Winnicott, D. (1981). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze: Martinelli.
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