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Fuggire da sé: Una tentazione contemporanea di David Le Breton (2016) – Recensione

Le Breton nel libro coniuga la prospettiva psicologica con quella sociologica per spiegare le difficoltà legate al sè e all'identità nella società odierna

ID Articolo: 148862 - Pubblicato il: 11 ottobre 2017
Fuggire da sé: Una tentazione contemporanea di David Le Breton (2016) – Recensione
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Nel dichiarare esplicitamente che il compito che il suo libro vuole assolvere, riguarda il dispiegarsi della complementarietà dell’indagine psicologica e dell’indagine sociologica quale presupposto per incrociare la trama affettiva con quella sociale, che a pari titolo impregnano di l’individuo e i significati che alimentano il suo rapporto con il mondo, Le Breton fornisce al lettore una chiave interpretativa per la comprensione della dimensione antropologica che la fuga da sé, quale tentazione contemporanea a cui poter cedere, ora per sottrarsi alla fatica di essere se stessi, ora per sfuggire alla difficoltà di essere se stessi, sottende.

Maria Anna Formisano, Vincenza Merlino

 

Le Breton spiega la fuga da sè come tentazione contemporanea tra le prospettive psicologica e sociologica

Messaggio pubblicitario Alla ricchezza dei riferimenti letterari che popolano il saggio e che Le Breton sembra utilizzare quasi a voler sottolineare come la fuga da sé, esplorata prevalentemente dalla prospettiva psicologica, sia da sempre presente, nella dimensione della sensibilità dell’animo umano, come una sorta di meccanismo di difesa che l’individuo attiva per accedere in uno spazio non univocamente definibile ma nel quale è possibile attenuare lo sforzo di esistere che rimanda alle difficoltà generate dal rapporto fra l’individuo e la realtà, fra l’Io e il mondo esterno, fa eco l’altrettanto ricchezza dell’interpretazione che le Breton offre del significato che la fuga da sé assume nell’attuale società contemporanea dove la vita, sottolinea l’autore, è probabilmente meno dura che in passato ma dove l’impresa di essere un individuo risulta per molti particolarmente gravosa.

In questa prospettiva, nel dichiarare esplicitamente che il compito che il suo libro vuole assolvere, riguarda il dispiegarsi della complementarietà dell’indagine psicologica e dell’indagine sociologica quale presupposto per incrociare la trama affettiva con quella sociale, che a pari titolo impregnano di sé l’individuo e i significati che alimentano il suo rapporto con il mondo, Le Breton fornisce al lettore una chiave interpretativa per la comprensione della dimensione antropologica che la fuga da sé, quale tentazione contemporanea a cui poter cedere, ora per sottrarsi alla fatica di essere se stessi, ora per sfuggire alla difficoltà di essere se stessi, sottende.

Connotando, quindi, gli aspetti psicologici e gli aspetti sociali quali elementi a partire dai quali è possibile esplorare l’intimità dell’individuo quando molla la presa senza per questo voler morire, o quando si inventa soluzioni per staccarsi temporaneamente o definitivamente da, Le Breton, fa emergere la rilevanza della dimensione antropologica che inerisce il profondo senso di inadeguatezza che pervade l’individuo che abita la società contemporanea quando, nel dover dimostrare di essere sempre all’altezza delle esigenze nei confronti di e nei confronti degli altri, fatica a mantenere un’identità stabile.

Nell’attuale società alla quale Zygmunt Bauman ha magistralmente attribuito l’accezione di liquida proprio per enfatizzare il modo attraverso il quale le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure, e che Le Breton descrive a sua volta come dominata dalla flessibilità, dall’urgenza, dalla velocità, dalla concorrenza, dall’efficienza e così via, il compito di essere un individuo è, infatti, arduo, in particolare quando si tratta di divenire se stessi .

L’incertezza del sè e la crisi dell’ identità nella società odierna

Così come per Bauman, di fatto, in questa società liquida, dove anche la vita è liquida nella misura in cui non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo, in materia di individualità non esistono scelte individuali in quanto ciascuno, dovendo seguire la stessa strategia di vita, deve essere incredibilmente uguale agli altri ovvero necessariamente capace di comporre, scomporre e ricomporre la propria identità, così per Le Breton la velocità, la natura liquida degli avvenimenti, la precarietà del lavoro, i molteplici spostamenti obbligano l’individuo ad un’incessante attività di costruzione di se stesso che mina la continuità e la consistenza di sé rendendo il senso di identità una mera questione di circostanze. E poiché, come esplicitato da Le Breton, ogni circostanza implica il farsi e il disfarsi dell’identità a seconda di chi o cosa l’individuo si trova davanti, ne consegue che ogni circostanza impone una costituzione identitaria di contesto che fa vacillare la continuità e la consistenza del, sia quando impatta con la dimensione sociale sia quando impatta con la sfera della riflessività della dimensione interiore.

Se da un lato, infatti, seguendo ancora le riflessioni di Le Breton, nella dimensione sociale l’individuo è obbligato ad assumere una serie di ruoli che implicano di cambiare costantemente il suo modo di rappresentarsi al mondo e dunque di cambiare costantemente il proprio personaggio; dall’altro, nella sfera della dimensione interiore che riguarda gli aspetti meramente psicologici dell’ Io della persona, inteso come riflessività sugli accadimenti, avviene che il numero infinito di ruoli racchiusi nell’individuo si contrae ed egli si trova imprigionato in se stesso, impantanato nella propria esistenza, incapace di riprodurre i propri diversi ruoli. In entrambi i casi, il senso di continuità e di consistenza del viene a mancare e, rendendo improbabile la conservazione di un’ identità stabile, spezza anche il legame con gli altri, costringendo l’individuo che non si riconosce più a ridefinirsi costantemente.

Nel dover costituire costantemente se stesso, seguendo le istanze che l’attuale società impone, l’individuo, dunque, si trova di fronte ad una moltitudine di possibilità per realizzare le quali, afferma le Breton, è necessario che disponga di risorse interiori adeguate, e in particolar modo di risorse simboliche, a cui attingere per mantenersi all’altezza, trovare sostegno alla propria autonomia e bastare a se stesso. E poco importa se, come pone in evidenza Le Breton, non tutti dispongono delle risorse necessarie per adeguarsi a queste contingenze, in quanto l’attuale ordinamento democratico in nome di quell’individualismo, di cui la nostra società è intrisa e che dovrebbe affrancare l’individuo da ogni autorità esterna rendendolo padrone di se stesso, è legittimato al non intervento.
Ciò implica che, nel doversi rendere autonomi, ognuno a proprio modo, gli individui, sono comunque chiamati a farsi carico di una libertà che non hanno scelto ma che è concessa loro da questo ordinamento democratico e ad assumersi, di conseguenza, la responsabilità di essere se stessi.
Responsabilità che, nella misura in cui nell’attuale configurazione della società contemporanea deve essere perseguita, quindi, senza più l’ appoggio di una cultura di classe e senza più il sostegno di un destino condiviso con altri, genera inquietudine e smarrimento e, rendendo la continuità del solo un’idea, ma indispensabile per riuscire a vivere, e mette in moto uno sforzo costante sia per preservare il proprio posto all’interno del legame sociale sia per mantenere il significato di essere se stessi.

Essere se stessi insomma, a dispetto del suono familiare come da citazione di Kaufmann riportata da Le Breton “altro non è che una sensazione, una convinzione necessaria, uno sforzo su di .”
Uno sforzo che, come sottolinea Le Breton, riguarda, quindi, la fatica non solo di continuare ad essere se stessi ma anche la difficoltà di far proprie le sfaccettature di volta in volta richieste dai ruoli che si succedono nella vita quotidiana.
Ed è allora proprio quando lo sforzo di continuare ad essere se stessi e quando la fatica di resistere alle costrizioni di costruirsi costantemente identità di contesto diventano insostenibili che il cedere alla tentazione di fuga da sé, può costituire, una soluzione per far fronte allo sfinimento di essere stessi; alla sensazione cioè di aver dato troppo e di aver esaurito, di conseguenza, le risorse per trasformare le cose, nel tentativo di continuare a reggere il cambiamento incessante dei diversi personaggi.
Incapace allora di continuare entro le costrizioni che il legame sociale impone e sfinito dalla gravosità che il compito di essere se stesso comporta, l’individuo rivendica il proprio diritto all’astensione, al silenzio, alla cancellazione, al ritiro. Scegliendo di conseguenza di voler esercitare questo diritto, l’individuo manifesta la volontà di rinunciare a se stesso e l’esigenza di vivere al riparo dalle intollerabili ambivalenze della realtà esterna. Fuggendo quindi dalla quotidianità, dalle sue maglie che lo rinserrano in ruoli difficili da abbandonare, ma pesanti da reggere per troppo tempo, l’individuo può scegliere di tuffarsi nell’interiorità o scegliere di abitare in un altrove fisico consentendo alla volontà di allentarsi e al di fluttuare rompendo la routine.

Questa volontà di allentarsi, che contiene la volontà di arrestare il flusso del pensiero, di porre finalmente termine alla necessità sociale di dare sempre corpo ad un personaggio a seconda delle circostanze e degli interlocutori di volta in volta presenti, rappresenta ciò che Le Breton definisce biancore. Biancore che, configurandosi come quello stato di assenza, più, o meno intenso, quel prendere congedo da in ragione della difficoltà o della fatica di essere se stessi, è ciò che Le Breton connota come resistenza da opporre agli imperativi di costruirsi un’identità di contesto; come risposta che l’individuo dà alla sensazione di essere saturo. Il biancore è, dunque, un mettere tra parentesi – attraverso ciò che Husserl ha definito come riduzione fenomenologica, più comunemente conosciuta come epochè – qualsiasi elemento che l’individuo riconosce di aver importato dall’esterno; è un collocarsi fuori di per prendere fiato; un prendere congedo da , sostiene ancora le Breton, scegliendo la fuga non come atto ultimo disperato di rinuncia alla vita ma come tentativo piuttosto di continuare a vivere ma alleggeriti dello sforzo di esistere.
Il biancore può dunque configurarsi, sottolinea ancora Le Breton, come un rifugio più o meno prolungato, una posizione di attesa, mentre l’individuo cerca ancora la propria collocazione che gli sfugge di continuo.
Il biancore sopraggiunge, dunque, quando l’individuo perviene al punto di esaurire le risorse di cui dispone per la conservazione dell’identità che, in queste circostanze, non va da e che costituisce un problema nella misura in cui non gli si presenta più certa e non gli appare più come ovvia. In questi momenti, infatti, l’identità, costantemente strattonata in direzioni antitetiche, spinta com’è sotto il fuoco incrociato e costretta a procedere sotto la pressione di due forze contrapposte, si trova a dover scegliere, come posto in evidenza da Bauman, tra due possibilità: porsi al servizio del tentativo di emancipazione dell’individuo, oppure essere parte di una collettività sovraordinata alle idiosincrasie individuali.

In questi termini, seguendo ancora le riflessioni di Bauman, ogni identità rivendicata è insomma invischiata in un doppio legame da cui non può far altro che tentare di liberarsi. Ed è proprio nei termini di una forma di scelta radicale di libertà, che trova espressione nel rifiuto di collaborare tenendosi a distanza o sottraendosi alla componente più costrittiva di un’identità compressa entro il legame sociale, che Le Breton definisce la fuga da sé e il biancore, di conseguenza, come un distacco dall’identità, come un non luogo nell’ambito del quale vengono meno le costrizioni imposte dal mondo circostante per l’appunto, e in cui l’individuo sperimenta un momento paradossale, in cui ricrearsi, farsi vuoti attorno, spogliarsi di quanto è ormai troppo ingombrante, di tutti gli strati che costituiscono l’identità.

Tenuto conto di tutto ciò, è allora sul concetto di identità, che il saggio di Le Breton, ci invita a riflettere, in quanto, è il concetto di identità che, nel continuo interrogarsi di ogni individuo e delle nostre società, ad essere divenuto essenziale, proprio perché è l’identità che oggi entra in crisi e alimenta come riportato nel testo, dalla citazione di Gauchet “una radicale incertezza sulla continuità e la consistenza di ”.

Lontana allora dalla definizione che Ricoeur le ha attribuito descrivendola come un sorta di combinazione tra l’ipséité che presuppone coerenza e consistenza e la mêmetè che rimanda alla concettualizzazione della continuità, l’identità a cui poter fare riferimento per far fronte a tale radicale incertezza è forse quella di cui Nietzche ha scritto in -Al di là del bene e del male – intendendola come disponibilità ad indossare maschere per far propri e con meno fatica i diversi ruoli da rappresentare al fine di poter essere più armonici con le situazioni diversificate della vita ?

Come posto in evidenza da Le Breton, effettivamente, l’esistenza sociale è resa possibile soltanto grazie alla capacità dell’individuo di assumere una serie di ruoli diversi a seconda di dove o con chi si trova.

Allo stesso tempo però, seguendo ancora le riflessioni di Le Breton, nella misura in cui l’individuo incarna sulla scena sociale uno dei tanti personaggi che lo abitano, è costretto a lasciare tra parentesi tutti gli altri continuando ad avvertire, di conseguenza, l’obbligo di quella costrizione identitaria che la contingenza comporta e che rende, come già argomentato, l’identità una questione di circostanze.

Pertanto, l’identità da poter prendere in considerazione per dar consistenza e continuità al è allora forse quella da intendersi come quell’identità che assomiglia a quell’ Io che non sopprime le altre personalità latenti che abitano la nostra interiorità e che si fa egemone cercando ogni giorno di tenere a freno tutte le altre nostre identità latenti in modo da consentire, come ben argomentato da Galimberti, a noi di riconoscerci abbastanza identici a noi stessi e agli altri di riscontrare la nostra identità in modo da rendere possibili quei rapporti sui quali si fondano le relazioni sociali?

Anche questa definizione, in prima istanza, potrebbe essere avallata nella misura in cui rimanda, stando ancora alle riflessioni di Le Breton, a quel concetto di identità che può essere inteso come quel luogo di controllo di che contiene la riserva di significato che sostiene il rapporto con la realtà e che può configurarsi come quell’area che ospita i freni inibitori e di cui la psichiatria del primo novecento aveva ipotizzato l’esistenza e la psicoanalisi di Freud estesamente delineato.

Allo stesso tempo però, anche questa definizione porta con delle considerazioni che non possono essere taciute. Se infatti, le identità latenti non smettono di abitare l’individuo, nonostante l’egemonia presa in carico da una delle nostre identità che si esibisce come nostro Io, l’individuo rimane comunque sempre combattuto tra le diverse personalità che si agitano in lui e il peso dell’individuazione, generato mettendo in scena l’apparenza di una presenza entro la comune socialità, non elimina la fatica di sostenere le innumerevoli identificazioni che si ridefiniscono di continuo.

L’identità, allora, probabilmente, non può che essere pensata, come Le Breton asserisce, ben associata all’immagine di un diamante dalle molteplici sfaccettature, ciascuna delle quali ne offre una visione particolare rispetto alla quale l’identità non rivelandosi in nessuna ne costituisce comunque il riflesso.

Su ciascun riflesso, prosegue Le Breton, influisce il ruolo che ciascuno esercita sul senso di identità e che, come da citazione di James riportata da Le Breton implica, di conseguenza, che di fatto “un uomo ha tanti Io sociali quanti sono gli individui che lo conoscono e che portano l’immagine di lui nella mente e da ciò risulta quella che praticamente è la divisione dell’uomo in tante personalità diverse” tale per cui anche Pirandello poteva far dire alla sua Signora Ponza di – Cosi è se vi pare-: “io sono colei che mi si crede”.

In quest’ottica, si potrebbe allora forse approvare l’affermazione di Rhinehart, che Le Breton cita nel testo, secondo la quale poiché “ciascuno di noi ha centinaia di Io potenziali repressi, la personalità multipla è l’unica che può dare soddisfazione in una società multivalente” qual è l’attuale società contemporanea? A ben vedere, ci sarebbe il fenomeno dell’importanza attribuita, proprio nell’attuale società, all’autobiografia, come posto in evidenza da Le Breton, a sottolineare invece come nel raccontare di sia espressa la necessità di definirsi e come attraverso il racconto sia manifestata l’esigenza di porre in essere la ricostruzione dell’unità della propria esistenza, non secondo un impensabile obiettivo, quanto invece nella ricerca di senso e di coerenza.

Ne consegue che, pur nella consapevolezza della frammentazione di ciò che siamo in rapporto alle innumerevoli costrizioni della temporalità sociale, e dunque in rapporto alle circostanze e agli altri, come sostenuto da Le Breton, per esistere rimane indubbiamente indispensabile non abbandonare il convincimento, se non altro, di possedere un Io, un’identità, sebbene sia evidentemente impossibile definirne con esattezza i contorni e sebbene sia manifestamente difficile rispondere alla domanda “chi sono io?”

Stante ciò, se insomma l’identità che comunque fonda il nostro rapporto con il mondo non può essere evidentemente garantita e se la sensazione di essere un unico può essere conservata solo come una finzione personale che gli altri devono costantemente corroborare, l’individuo, sostiene Le Breton, deve allora rinascere di continuo per rimanere se stesso nel corso del tempo pur trasformandosi sotto il fuoco delle circostanze e, nel cambiare per rimanere se stesso, può fare dell’identità non la proiezione dell’identico a se stesso bensì il passaggio.

In questo passaggio, che Le Breton definisce come caratterizzato da tensioni contraddittorie e mutevoli, fra ciò che Freud evoca come tensione fra Eros e Thanatos, fa creazione e distruzione, entra in gioco la capacità di iniziativa dell’individuo di poter deliberatamente scegliere di perdere l’identità e di volerla allo stesso tempo recuperare da qualche parte ponendo in essere una diversa modalità di esistenza.

Ed è proprio per porre in essere una diversa modalità di esistenza che sono necessarie, afferma Le Breton, certe pratiche che consentono un momento di riposo, di pacificazione, di vacanza da e che rispondono all’esigenza di recuperare le forze, riprendere il fiato ed eventualmente rigenerare la voglia di vivere tramite un quotidiano ritiro in se stessi o una lunga parentesi, mirando in definitiva a ritrovarsi e a far sì che la scomparsa delle costrizioni legate all’identità si compia positivamente. E sono queste pratiche che, nel susseguirsi dei capitoli, Le Breton ha esplorato con lo scopo di far emergere le numerose modalità attraverso le quali si compie la fuga da sé che, declinata nelle sue accezioni più allusive che rispondono ora alla scomparsa di ora alla cancellazione di , si configurano come modalità attraverso le quali è possibile cedere alle molteplici tentazioni di disfarsi delle costrizioni di quell’identità affaticata e che comportano un passaggio, per l’appunto, per liberarsi del logorio di essere se stessi.

Un passaggio, nell’ambito del quale si compie il senso del cedere alla tentazione di fuggire da che implica, quindi, una spersonalizzazione deliberata volta da un lato a cancellare i vincoli che l’identità comporta nell’ambito del legame sociale, dall’altro, a ritrovare, attraverso la fase di sospensione e non di cancellazione di senso che il biancore consente, la propria vitalità e la propria interiorità. Questo passaggio si compie allora non con l’obiettivo di morire ma con lo scopo di non rimanere dove ci è stato assegnato il compito di essere noi stessi e di poter iniziare una nuova vita inaugurando una nuova modalità di esistenza, liberi cioè del peso eccessivo che il compito di essere se stessi, secondo quanto finora argomentato, comporta. Se questo passaggio riesce, nel senso quasi iniziatico del termine, afferma Le Breton, l’individuo mette mano alla propria metamorfosi. In questi termini la fuga da sé non è mai una fatalità, sottolinea Le Breton, in quanto se determinate circostanze l’hanno provocata, altre possono annullarla, consentendo all’individuo di tornare al mondo in una veste più propizia.

Consapevole dunque di ciò che fa anche nel momento in cui si disfa del , costretto dagli obblighi che il legame sociale impone, ma nei quali non sempre si riconosce, l’individuo, può ricominciare, senza dover rendere conto a nessuno proprio perché pone in essere una nuova modalità di esistenza nell’ambito della quale potrà rispondere soltanto alle informazioni che del nuovo darà ai nuovi interlocutori.

Seguendo questa linea interpretativa, attraverso la quale è possibile scorgere con chiarezza la compresenza della dimensione sociale e della dimensione psicologica quale prospettiva privilegiata che Le Breton ha scelto per scandagliare un’antropologia dei limiti nella pluralità dei mondi contemporanei, lo scopo di Le Breton di analizzarne la complementarietà può ritenersi non solo ben riuscito ma anche ben argomentato.

Nel declinare, le diverse modalità attraverso le quali è possibile dissociarsi dal vissuto del quotidiano intriso di incombenze che a vario titolo, sia la società sia il dispiegarsi della vita stessa dell’individuo impongono, Le Breton, attribuendo l’accezione di tentazione e per di più contemporanea alla locuzione fuggire da sé, è riuscito infatti a collocare in un’unica dimensione interpretativa la tentazione di sospendere il significato del termine vincolo, al quale il termine legame rimanda sia nel suo configurarsi come inevitabile relazione tra individuo e società sia nel suo configurarsi come imprescindibile rapporto tra l’Io e la sua travagliata dimensione interiore.

E sono proprio le difficoltà interiori, che si intessono con le difficoltà che il legame sociale comporta, che affiorano dalla lettura di ogni capitolo e dalla cui analisi emerge quanto e come le piste percorribili per cedere alla tentazione di fuggire da sé esibite, nel susseguirsi dei capitoli, come modalità attraverso le quali è possibile dar seguito alla volontà di eclissarsi, di spogliarsi, di sgravarsi di, quali forme di scomparsa di e di cancellazione di che il fuggire da sé acclude, siano battute dall’individuo per alleviare lo sforzo di essere se stesso, per superare, in definitiva, le difficoltà legate alla necessità di dare significato e valore all’esistenza, di riconoscere la relazione con gli altri, e di essere, di conseguenza, riconosciuto, di sentire che esiste un proprio posto all’interno del legame sociale e che ogni individuo porta con sè nell’ambito della singolarità della propria individualità nella quale, concordando con quanto afferma Le Breton, la trama affettiva e la trama sociale essendo costitutivamente legate a doppio filo si intrecciano costantemente.

Il convergere dunque di tutte le narrazioni di cui Le Breton si è servito per dar voce alle possibilità dell’individuo di liberarsi della propria identità, quando questa affatica, mostra l’attrazione che esercita il rovescio del legame sociale quando non sembra più necessario continuare a mantenere in vita il proprio personaggio e soprattutto quando l’individuo si rende consapevole del fatto che può optare per un’esistenza fuori dei sentieri battuti quando cioè realizza che è nelle sue capacità poter prendere sempre l’iniziativa, per inventare la propria vita, e scandire secondo le proprie esigenze il proprio ritmo di esistenza. Ed è con questa chiave di lettura che gli stratagemmi posti in essere dall’individuo per scivolare tra le maglie del tessuto sociale e rinascere altrove, in una versione diversa, e che sono stati esplorati nell’avvicendarsi delle pagine, possono essere compresi, concordando con quanto affermato da Le Breton, come esperienze che rivelano la mescolanza di forza e fragilità inerente il senso di sé e nel contempo anche la possibilità di disfarsi di quando prevale la necessità interiore per inventarsi sotto altre spoglie.

Conclusioni: uno sguardo al sè nel rapporto dinamico tra individuo e società

Messaggio pubblicitario Colpisce per tanto del saggio di Le Breton lo sguardo al che percorre il testo. Uno sguardo che nel prendere in considerazione, esaminare, analizzare la possibilità insita in ogni individuo di liberarsi dalle costrizioni esterne ponendo in essere una forma di libertà interiore come espressione di capacità di iniziativa individuale, e non come forma di eccentricità o patologia, è uno sguardo che non appiattisce il significato del nella sola dimensione sociale dell’individuo ma costituisce un accesso a qualcos’altro che va oltre la correlazione strutturale tra l’individuo e la società.

Se verosimilmente è innegabile infatti la simbiosi tra l’individuo e la società, tra il particolare e l’universale, che è tale nella misura in cui ogni evento influenza altri eventi e l’individuo è da essi influenzato in un movimento bidirezionale e circolare, strutturalmente aperto e dinamico allora, l’individuale e il collettivo devono essere parimenti intesi come categorie interpretative del sociale che non può continuare a servirsi invece di un’ analisi interpretativa che segue la logica dei compartimenti stagni, ma necessita di una continua rimodulazione di strutture logiche in grado di individuare le innumerevoli variabili sottese ai molteplici e complessi eventi che caratterizzano l’esistenza di ogni individuo.

In altri termini, al fine di una possibile ermeneutica in grado di evidenziare la logica della concatenazione dei fattori che fungono da elementi fondativi delle stesse strutture esistenziali, e con lo scopo di non impoverire l’individuo nella sfera dei suoi interessi e ridurlo ad essere strumento del compito che la società lo chiama ad assolvere, le diverse prospettive, devono muovere dalla consapevolezza che non è possibile considerare l’uomo se non avvalendosi dei poteri e delle capacità che sono in suo possesso, ovvero considerarlo come una realtà a sé che seppur in costante rapporto con la realtà circostante in cui vive, rimane una realtà a sé irrisolvibile negli elementi sociali che si possono riconoscere in essa.

Ed è in questi termini che il saggio può ritenersi apprezzabile nella misura in cui Le Breton, con l’intenzione di analizzare una delle tentazioni più forti, quella di fuggire da sé, è riuscito a far emergere come le condizioni sociali sono sempre frammiste a quelle affettive e come ai fini di una comprensione antropologica della contemporaneità sia necessario, coniugare, per l’appunto, l’indagine psicologica che, a suo dire, da sola occulta spesso le radici sociali e culturali, con l’indagine sociologica che, ancora a suo dire, da sola invece trascura i dati affettivi poiché considera gli individui quali eterni adulti che non hanno mai avuto un’infanzia, né un’adolescenza né un inconscio e neppure difficoltà interiori.

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Bibliografia

  • Le Breton, D. (2016). Fuggire da sè. Una tentazione contemporanea. Raffaello Cortina Editore.
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