Messaggio pubblicitario

La detached mindfulness è davvero mindfulness?

La detached mindfulness di Wells, a differenza della mindfulness di Kabat-Zinn, consente di osservare i propri pensieri e di prenderne le distanze.

ID Articolo: 148660 - Pubblicato il: 04 ottobre 2017
La detached mindfulness è davvero mindfulness?
Messaggio pubblicitario SFU MAGISTRALE 09-2017 2
Condividi

La detached mindfulness di Wells non prevede alcuna meditazione né alcun ancoraggio al corpo o al respiro ed ha, come obiettivo ultimo, quello di rendersi consapevoli dei propri pensieri più che all’esperienza del qui e ora nella sua totalità. Prevede la sospensione di tutti i coping maladattivi con lo scopo di rafforzare la meta-consapevolezza ed il distacco: l’obiettivo è aiutare il paziente a gestire la propria sintomatologia in modi efficaci.

Virginia Valentino

 

Le differenze tra la mindfulness e la detached mindfulness

Messaggio pubblicitario Me.Dia.Re. NOVEMBRE 2017 La detached mindfulness (DM) è stata messa a punto da Adrian Wells nella sua terapia metacognitiva come tecnica per favorire distacco e consapevolezza. Non a caso il termine “detached” deriva da “detachment” che vuol dire distacco, mentre “mindfulness” richiama la definizione classica di Kabat-Zinn, ideatore del famoso protocollo MBRS (mindfulness based stress reduction). Eppure è un errore frequente rapportare la detached mindfulness alle pratiche mindfulness intese come meditazione intensiva.
Vediamo nel dettaglio cosa succede.

Jon Kabat-Zinn descrive la mindfulness come “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, al momento presente, in modo non giudicante, non critico e di accettazione” (Kabat-Zinn, 1994); il momento presente comprende pensieri, credenze, ricordi ed una serie di sensazioni somatiche del qui e ora. La potenza della consapevolezza risiede nella sua capacità di creare un’attenzione che può nello stesso momento favorire l’accettazione.

Il secondo termine, detached, fa riferimento al prendere le distanze da ogni reazione emotiva verso gli eventi interni indesiderati e dolorosi, che sono indipendenti dalla coscienza, in modo che l’individuo sia uno spettatore esterno capace di osservare i propri pensieri e le proprie credenze (Wells A, 2012).

L’insieme dei due elementi (detached e mindfulness) favorisce l’interruzione di tutti i processi cognitivi e comportamentali che si mettono in atto nel tentativo di sopprimere l’evento interno indesiderato con il risultato di rafforzarlo ed ingigantirlo. Esempi di tali processi sono la ruminazione, il controllo del pensiero o delle emozioni, il monitoraggio della minaccia e gli evitamenti (sia cognitivi che comportamentali). Questi sono tutti elementi che Wells ha concettualizzato nella “sindrome cognitivo-attentiva”, più conosciuta come “CAS” quando ha descritto il modello dell’autoregolazione delle funzioni esecutive nel 1994 (Wells e Matthews, 1996).

È ovvio che la detached mindfulness non è una tecnica di evitamento, né cognitivo-emotiva e non è neppure una strategia di controllo; piuttosto è l’esatto contrario: i pensieri non vengono allontanati, modificati o controllati, ma osservati per quello che sono senza agire alcuna azione e senza giudicarli: è un modo diverso di osservarli.

In che cosa, allora, la detached mindfulness di Wells si distanzia dalla mindfulness di Kabat-Zinn?

Messaggio pubblicitario Nel suo lavoro principale, “Full catastrophe living” del 1990, Kabat-Zinn definisce la mindfulness come “porre attenzione”: la concentrazione sul respiro è mezzo per focalizzare l’attenzione sul momento presente, diventando consapevoli del proprio flusso di pensiero, senza giudicarlo ma lasciando fluire, accettandolo per come è. Il respiro è l’ancora! Nei suoi protocolli, l’autore richiede pratica intensiva, esercizi quotidiani (e qui si intravede l’influenza buddista) e la focalizzazione sul proprio corpo. Gli esempi più importanti sono le meditazioni formali, il body scan, la walking meditation oppure le meditazioni informali. Queste ultime si svolgono nelle attività quotidiane come mangiare, guidare o parlare al telefono così da apprezzare in pieno gli elementi di curiosità, di non giudizio, di accettazione e del lasciare andare.

La detached mindfulness di Wells non prevede alcuna meditazione né alcun ancoraggio al corpo o al respiro ed ha, come obiettivo ultimo, quello di rendersi consapevoli dei propri pensieri più che all’esperienza del qui e ora nella sua totalità. Prevede la sospensione di tutti i coping maladattivi con lo scopo di rafforzare la meta-consapevolezza ed il distacco: l’obiettivo è aiutare il paziente a gestire la propria sintomatologia in modi efficaci.

Ricordiamo che vi sono di diversi di esercizi di detached mindfulness e sono tutti descritti nel manuale di terapia metacognitiva dei disturbi di ansia e di depressione di Wells del 2012 ed in altri suoi approfondimenti (Wells, 2005). Nel testo sono anche spiegati i modi di utilizzo di quest’ultime e i casi in cui gli studi hanno dimostrato essere più fruttuosi come con i pazienti con depressione, disturbo di ansia generalizzato, il disturbo post traumatico da stress o il disturbo ossessivo compulsivo.

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 13, media: 3,08 su 5)

Articolo consigliato dall'autore

Detached mindfulness, strategia contro la ruminazione: il suo utilizzo in terapia

La detached mindfulness: strategia anti-ruminazione

La Detached Mindfulness viene descritta come uno stato di coscienza dei propri eventi interni senza l'obbligo di valutarli, controllarli o reprimerli

Bibliografia

  • Kabat-Zinn, J. (1990). Full catastrophe living: the program oh the stress reduction clinc at the University of Massachusetts Medical Centre. New York: Dell.
  • Kabat-Zinn, J. (1994). Mindfulness meditation for everyday life. New York: Hyperion.
  • Wells, A. (2012). Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione. Firenze: Eclipsi.
  • Wells, A. (2005). Detached mindfulness in cognitive therapy: A metacognitive analysis and ten techniques. Journal of Rational-Emotive and Cognitive- Behavior Therapy, 23, 337-355.
  • Wells, A. & Matthews, G. (1996). Modelling cognition in emotional disorder: the S-REF model. Behavior research and therapy.
State of Mind © 2011-2017 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario SCUOLA DI PSICOTERAPIA
Messaggio pubblicitario centro psicoterapia

Messaggio pubblicitario

Argomenti

Scritto da

Sono citati nel testo