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Congresso dell’EABCT 2017: il report dalla prima giornata

Bridging dissemination with good practice - Congresso della Società europea di Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale EABCT 2017 LJUBLJANA, SLOVENIA

ID Articolo: 148391 - Pubblicato il: 15 settembre 2017
Congresso dell’EABCT 2017: il report dalla prima giornata
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Il 47esimo congresso della European Association for Behavioural and Cognitive Therapies (EABCT) inizia mercoledì 13 settembre con il discorso introduttivo del principale organizzatore della manifestazione, Mehmet Sungur, Professore di Psichiatria all’Ospedale Universitario di Marmara, Istanbul. Non è un momento del tutto felice per Sungur, che avrebbe voluto inaugurare il congresso nella sua Istanbul, sede originaria del congresso. Le preoccupazioni per i rischi del terrorismo internazionale hanno suggerito lo spostamento a Lubiana in Slovenia. 

Mehmet Sungur - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Mehmet però si lascia alle spalle le difficoltà del mondo e si concentra su quelle della psicoterapia cognitivo-comportamentale -meno drammatiche ma altrettanto confuse- e tenta di elencarle concentrandosi sulla principale, che ormai si ripropone uguale a tutti gli ultimi congressi:

“la terapia cognitivo comportamentale conserva ancora una sua identità coesa e coerente oppure è diventata un ombrello troppo ricco di contenuti nel quale si raccoglie un po’ di tutto, accomunato solo da una generica attinenza con l’attività mentale?”

Mehmet non risponde ma ha il merito di porre la domanda e non sarà l’ultima volta in questo congresso.

Il 47esimo Congresso EABCT

Il giorno dopo iniziano i lavori del congresso. La prima relazione a cui assisto è di Keith Dobson, professore di psicologia a Calgary, Australia. Presenta un modello cognitivo classico per il trauma. Nulla di nuovo, ma ha il merito di ricordarci che la psicoterapia cognitivo comportamentale è ancora il trattamento più efficace per le condizioni post-traumatiche insieme all’eye movement desensitisation and reprocessing (EMDR), trattamento emergente che ha affiancato la terapia cognitivo-comportamentale per il trauma ma non la ha mai scalzata.

Keith Dobson - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

 

Dopo Dobson, ascolto Arnoud Arnzt, lo psicologo professore dell’Università di Amsterdam che da anni porta avanti la cosiddetta Schema Therapy, terapia specifica per i disturbi di personalità. I dati di Arnzt sono impressionanti. Secondo i suoi dati la Schema Therapy è definitivamente il trattamento più efficace per i disturbi di personalità. Dati rigorosi, frutto di una meta-analisi faraonica che raccoglie i dati di 72 studi effettuati su 4463 pazienti dal 1990 a oggi. La Schema Therapy, tra le nuove terapie, è quella che mantiene la parentela più stretta con la psicoterapia cognitivo-comportamentale classica. All’intervento razionalista classico questa nuova psicoterapia unisce una forte componente emozionale ottenuta attraverso interventi di tipo immaginativo, guided imagery, e relazionale, self-disclosure e re-parenting, individuati dallo stesso Arnzt come gli interventi decisivi.

Arnoud Arntz - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Messaggio pubblicitario Una terapia a elevata temperatura emotiva, in cui il terapista svolge una funzione di forte ri-genitorializzazione (re-parenting) per così dire. Con alcuni limiti, certo, ma anche con una vicinanza e un coinvolgimento forti.
Non basta però: c’è anche un altro elemento. Che è il grande impegno tecnico. La Schema Therapy è una terapia da eseguirsi in maniera molto meticolosa, con interventi descritti in maniera formalizzata e replicabile ed esercizi dall’esecuzione minuziosa e dal timing controllatissimo. Secondo Arnzt, questo aspetto tecnico è centrale e i terapisti migliori sono proprio i più tecnici, quelli che più si impegnano nell’apprendimento e nell’esecuzione fedele dell’intervento. Il dato empirico più stupefacente riportato da Arnzt è che la tecnica migliora e predice la relazione terapeutica, dato contro-intuitivo ma -secondo Arnzt- corroborato da conferme empiriche.

Psicoterapia ed esposizione comportamentale


Nel pomeriggio assisto a un intervento di Adam Radomsky della Concordia University di Montreal su come rendere la psicoterapia cognitivo-comportamentale più accettabile e amichevole. Secondo Radomsky il problema non è il paziente, ma il terapista. Siamo noi che abbiamo difficoltà a eseguire la nostra terapia, non il paziente a reggerla. Ci annoiamo, ci confondiamo e spesso  nascondiamo le nostre difficoltà dietro lo schermo della relazione con il paziente. Sosteniamo di non eseguire i protocolli per non danneggiare il paziente, per non renderlo meno motivato, meno partecipe. Insomma, per non danneggiare la relazione terapeutica. La realtà è che siamo noi quelli che fanno fatica e confusione.

Adam Radomsky - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Per rimediare, Radomsky propone degli accorgimenti che rendano la nostra psicoterapia più digeribile. Per esempio, visto che l’esposizione comportamentale è una delle nostre bestie nere (è tanto più bello chiacchierare col paziente della sua storia personale) Radomsky suggerisce di inserire negli interventi di esposizione degli aspetti rassicuranti che mantengano in parte quei safety behaviours che lo aiutano a controllare l’ansia, chiamandoli supportive approaches. Che è interessante, anche se è in contraddizione con l’assunto iniziale: se siamo noi terapisti ad avere problemi con l’esposizione comportamentale forse varrebbe la pena chiedersi quali siano i nostri safety behaviours (pardon, ora si chiamano supportive approaches) che ci aiuteranno a eseguire quei maledetti interventi di esposizione che tanto ci mettono a disagio.

Dibattito: Il futuro della psicoterapia cognitivo-comportamentale

Sungur Hayes Salkovskis Hofmann Leahy - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Infine c’è il dibattito. Dibatte un quartetto di voci: un esponente della psicoterapia cognitivo comportamentale classica, Paul Salkovskis, un esponente dei nuovi sviluppi, Steven Hayes, e due studiosi posizionati in mezzo tra conservazione e innovazione, Robert Leahy e Stefan Hofmann. Moderatore Mehmet Sungur, ancora lui. Chiaramente è li per la sua esperienza di gestione del rischio di terrorismo ai congressi. Il problema è che Hayes e Salkovskis battagliano da una ventina d’anni sul futuro del paradigma cognitivo, e lo fanno in maniera intensa, sfiorando spesso l’offesa personale. Dieci anni fa, al congresso di Helsinky, l’offesa personale non la sfiorarono ma la centrarono in pieno e finì con Hayes con gli occhi lucidi, tanto era rimasto scosso dal violento sarcasmo di Salkovskis. Ancora una battuta dell’inglese e una lagrima gli avrebbe rigato le guance.

Messaggio pubblicitario Questa volta Hayes si emoziona ma non piange. Rinnova le sue accuse a Salkovskis. Va detto che sono pugni duri. Hayes gli imputa, e con lui imputa l’intera vecchia guardia dei teorici della psicoterapia cognitivo comportamentale, da Beck a Clark, di aver creato un modello che funziona clinicamente ma che è teoricamente debole perché debole è la conoscenza della psicologia di base di questi vecchi teorici e clinici. Un modello che si funziona, ma per ragioni diverse da quelle pensate da Beck e Clark.
Salkovskis non può non rispondere duramente, dicendo che queste accuse sono ridicole. Reazione inevitabile: Hayes ha appena dato dei cialtroni a Beck, Clark e Salkovskis. Con l’aggravante che Clark e Salkovskis sono psicologi, e quindi doppiamente cialtroni. Almeno Beck si salva essendo psichiatra e medico. Qualche semplificazione teorica al patriarca Beck la si può perdonare: la sua formazione non è psicologica. Non Clark e Salkovskis che, da psicologi, passano per due rintronati che non hanno ancora capito la materia che hanno studiato all’Università. Eppure è quello che sta dicendo Hayes.

Steven Hayes - Paul Salkovskis - EABCT 2017 LJUBLJANA - SLOVENIA

Steven Hayes e Paul Salkovskis

Dopo il “ridicolo” fucilato da Salkovskis però lo scontro si sgonfia. Il colpo Salkovskis peraltro non lo ha sparato a Hayes ma alle sue accuse; stavolta niente attacco ad personam. C’è un altro colpetto beffardo di Hofman che da del “carismatico” a Hayes (sembra un elogio ed è un offesa) mentre Lehay, che è un piacione, si affanna a metter pace. L’urto frontale infine non avviene, ormai i due contendenti sono stanchi da anni di duelli. Semplicemente prendono atto di parlare due linguaggi troppo diversi e incompatibili. Va detto finalmente: i nuovi sviluppi sono qualcosa di filosoficamente altro rispetto alla psicoterapia cognitivo-comportamentale classica. Il nuovo paradigma “processuale” –volgarmente chiamato di “terza onda” (la prima essendo stato il comportamentismo e la seconda la psicoterapia cognitivo-comportamentale classica)- ha tagliato le radici con il passato. Non è uno sviluppo ma una rivoluzione.

Ci pensa Mehmet Sungur però a sganciare la bomba terroristica:

“per diventare terapisti processuali la formazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale classica, quella che ancora oggi tutti gli studenti seguono nei loro primi passi, è ancora necessaria?” La domanda è talmente gravida di conseguenze che finisce per rimanere senza risposta.

Mehmet rilancia temerario (fermatelo!): siamo ancora uniti o ci stiamo dividendo? Stavolta rispondono tutti e quattro: rimaniamo uniti, per carità! Lo dice perfino Hayes. Lo dicono con una faccia un po’ così, un po’ confusi e stupidi come nel finale primo dell’Italiana in Algeri di Rossini, con un’espressione un po’ così come in una canzone di Jannacci.

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