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Lo stadio pre-operatorio : “facciamo finta che?”

Le principali manifestazioni dello stadio pre-operatorio sono l’imitazione differita, il gioco simbolico e sociale e la presenza del linguaggio

ID Articolo: 147446 - Pubblicato il: 24 luglio 2017
Lo stadio pre-operatorio : “facciamo finta che?”
Messaggio pubblicitario Università di Psicologia Milano - SFU 01-2017
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Ci accingiamo a esplorare lo stadio pre-operatorio: un mondo nuovo fatto di giochi da solo e con l’altro, giochi di fantasia, di associazioni, giochi con gli altri bambini e con la propria mamma in un universo ricco di stimoli è pieno di allegria.

Francesca Di Tullio

 

Messaggio pubblicitario Precedentemente abbiamo analizzato lo stadio senso motorio. Ci accingiamo ora a esplorare insieme al bambino lo stadio pre-operatorio un mondo nuovo fatto di giochi da solo e con l’altro, giochi di fantasia, di associazioni, giochi con gli altri bambini e con la propria mamma in un universo ricco di stimoli e pieno di allegria.

Il bambino ha due anni: iniziano le prime paroline ed ecco che in un batter d’occhio ci si ritrova seduti su una sedia a bere un finto the preparato da loro oppure presi in un campionato di rally tra le sedie della cucina.

Inizia lo stadio pre-operatorio

Piaget definisce questa fase, che va dai 2 ai 6 anni, come stadio pre-operatorio.

Il bambino inizia a maturare,compaiono le paroline e il bambino acquisisce concetti fondamentali per la sua crescita.

Le principali manifestazioni dello stadio pre-operatorio sono l’imitazione differita, il gioco simbolico e la presenza del linguaggio.

Ma cosa vuol dire “imitazione differita”? Basta pensare ad un bambino che assume un comportamento visto dal fratello o altro adulto e lo imita anche dopo diverso tempo ed in assenza del soggetto. Per Piaget questo deriva da una maggiore capacità del bambino di formare rappresentazioni mentali su azioni e comportamenti delle persone intorno a lui.

Il gioco durante lo stadio pre-operatorio

Ora che il bambino ha questa capacità può dedicarsi al gioco simbolico. Per Piaget esso implica la capacità del bambino di agire come se al di fuori del contesto normale e la capacità di utilizzare oggetti in sostituzione di quelli reali per esempio usare una scatola per simulare un telefono oppure un ferro da stiro, oppure una sedia per una macchina. Implica inoltre la capacità del bambino di mettere in scena azioni seguite da altri e l’abilità di collegare schemi di azioni differenti in sequenze tematiche correnti, dare cioè una sequenzialità a quello che sta facendo.

In questo stadio pre-operaorio il bambino grazie all’ indipendenza motoria che via via aumenta sente l’esigenza di trasformare l’oggetto in un compagno di vita, un partner metacognitivo al passo con lui e la sua crescita.

Scrive Piaget:

(…) Dopo aver appreso ad afferrare, dondolare, lanciare, il bambino prima o poi, afferra per il piacere di afferrare, dondola per il gusto di dondolare ecc. in breve egli ripete questo comportamento solo per il piacere di acquisire padronanza di esso e di mostrare il proprio potere di sottomettere la realtà (…) – da Piaget, “La formazione del simbolo nel bambino”, 1945

La capacità di camminare, afferrare e manipolare gli oggetti, prendere e sposare le cose danno al bambino sicurezza e gli permettono di muoversi ed organizzarsi al meglio nel proprio spazio di gioco.

Questo nuovo oggetto d’amore così concepito è reclutato a seconda di alcune caratteristiche salienti per il piccolo prime fra tutte la morbidezza, il colore, la forma.

La maggior parte delle bambine sceglie oggetti che abbiano per lo più una componente riconducibile all’aspetto umano, come ad esempio un peluche, in quanto dopo aver acquisito le capacità linguistiche, iniziano a rapportarsi con l’oggetto anche attraverso il linguaggio e quindi avere di fronte qualcosa che rappresenti un volto rende il tutto più agevole. Tipici dello stadio pre-operatorio sono l’animismo e l’artificialismo: i bambini pensano che anche i corpi immobili come le bambole o gli animali di plastica siano dotati di vita.

Ci sono anche casi in cui i bambini scelgono oggetti non propriamente con sembianze fisiche come macchinine o dinosauri. Acquisendo la capacità di stare da solo con l’oggetto il bambino consolida la fiducia in se stesso e sarà così più disponibile ad affrontare future situazioni che richiedano indipendenza.

A partire dal secondo anno di vita, quando nel bambino va sviluppando l’identità di genere, il gioco si va via via più raffinando e s’iniziano a notare differenze tra maschi e femmine. Il bambino utilizza il gioco come spazio scenico, di esplorazione e di costituzione dell’identità. È in questo scenario che acquista particolare importanza il gioco simbolico in quanto egli può fingersi ciò che non è.

Il bambino gioca ad impersonare ruoli diversi, esplorare luoghi sperimentando le sue diverse emozioni sia proprie che del suo “alter ego”.

Il bambino si finge madre, padre si traveste, accentua caratteristiche per lui interessanti di un determinato soggetto che interpreta. È nello stadio pre-operatorio che il gioco dell’immaginazione si sviluppa e permette alla sua fantasia di “correre” veloce in avventure, personaggi e ambienti diversi. In questa fase si vedono bambine che giocano alla mamma con le bambole, che si prendono cura del loro orsacchiotto, maschietti che fanno le parti del papà oppure insieme che cooperano per la risoluzione di storie fantastiche.

Inventano storie, recitano parti dando libero sfogo alla loro immaginazione o in alcuni casi esprimendo attraverso il gioco ansie, paure e traumi. Con il gioco il bambino è capace di raccontare un avvenimento a cui ha assistito mettendo in mostra anche le sue emozioni.

Il compagno di giochi del bambino viene investito da quest’ultimo di qualità e attributi diversi. Riveste un ruolo importante nella sperimentazione delle proprie paure. Ad esempio a volte vediamo il piccolo che sostiene sia la sua bambola o il suo amico immaginario ad avere paura, e lo rassicura, lo consola. La paura dal bambino è avvertita come qualcosa che dall’esterno penetra all’interno coinvolgendo l’ambiente, lo spazio e anche chi vi è dentro. Il bambino che consola il proprio giocattolo dà un beneficio a se stesso superando le proprie paure.

Il gioco simbolico è in consequenzialità con il gioco sociale. A tre anni i bambini iniziano a frequentare la scuola dell’infanzia ed li che iniziano le relazioni sociali con gli altri e mettono in campo se stessi e le loro capacità: i bambini si sperimentano.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Insieme agli altri sviluppano uguaglianze, differenze di ruolo di genere e d rango. Nel gioco con gli altri bambini è possibile apprendere qual è il ruolo atteso da loro e quali i comportamenti da attivare per essere accettati e approvati.

Il gioco sociale dipende oltre che dalle interazioni con la madre e con gli altri bambini anche dal contesto e dal tipo di giocattoli utilizzati. È molto più facile che si sviluppi nelle scuole dell’infanzia che a casa e man mano che il bambino acquisisce capacità linguistiche la collaborazione con gli altri bambini diventa sempre più articolato.

I bambini mettono in scena giochi di rincorsa, nascondino, scambio di ruoli. Il linguaggio permette loro di fare richieste, scambiarsi battute e cercare consensi. Situazioni queste molto importanti per entrare in contatto con l’universo dei bambini da parte dell’adulto per cercare di leggere e decodificare i desideri, i problemi, che il bambino proietta nel gioco.

Il gioco sociale permette l’assunzione di un ruolo sociale e di una responsabilità differente. Si vedono bambini che organizzano sfilate, the con le amiche, gare di auto o con gli animaletti.

In questa fase ognuno si sente parte del gruppo e tende a escludere i soggetti estranei. Esso fa acquisire una significativa valenza sociale rispetto a quella individuale ed egocentrica; a tale valenza è attribuita la funzione di modellamento nel processo d’interiorizzazione dei valori e delle norme sociali. Il bambino, superata la fase egocentrica, è portato a giocare con gli altri ed in gruppo.

Egli, attraverso questo tipo di gioco, è, pertanto, sottoposto a tutte quelle regole che favoriranno in lui la formazione del senso di responsabilità, di onestà e, soprattutto, di socialità. Il gioco non ha soltanto una funzione di socializzazione, ma ha anche un elevato valore educativo. Esso assolve, a tal proposito, non solo il compito di far sviluppare adeguatamente il linguaggio e di riequilibrare il mondo affettivo e relazionale del bambino, ma anche quello di eliminare o di attenuare le ansie e le paure, di agevolare lo scaricarsi dell’aggressività accumulata ed il processo di apprendimento.

A casa come in altri contesti il gioco è essenziale per il bambino. Nessuno in fin dei conti può dire di no davanti un bambino che ci chiede di giocare “a fare finta di”.

Anche successivamente allo stadio pre-operatorio, ovvero nello stadio operatorio-concreto che analizzeremo più in là, il gioco si riconferma come “ ingrediente” fondamentale per i futuri apprendimenti.

 

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Bibliografia

  • Bellisario  L., Gioco e simbologia degli affetti, Aspetti relazionali della comunicazione ludica, Guerini e associati, Milano
  • Bertamini D., Iacchia E.,Rinaldi S., Rezzonico G., Gioco, socialità e attaccamento nel, esperienza infantile; Milano, Franco Angeli Editore
  • Piaget J., (1964). Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia. Einaudi, Torino 1967.
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