Messaggio pubblicitario

La neofobia alimentare: un riflesso psico-fisiologico ancestrale che potrebbe causare carenze nutrizionali?

Un'eccessiva neofobia alimentare può avere conseguenze nocive per la salute. Conoscerne le cause, può promuovere lo sviluppo di un’alimentazione sana

ID Articolo: 147111 - Pubblicato il: 10 luglio 2017
La neofobia alimentare: un riflesso psico-fisiologico ancestrale che potrebbe causare carenze nutrizionali?
Messaggio pubblicitario Università di Psicologia Milano - SFU 01-2017
Condividi

La neofobia alimentare, ovvero la riluttanza ad ingerire nuovi cibi, è una caratteristica degli animali onnivori, incluso l’essere umano. Il rischio di ingerire risorse alimentari tossiche, consente di approcciare ai nuovi alimenti in maniera cauta e, quando possibile, evitarli in favore di cibi familiari e conosciuti.

 

La neofobia alimentare, ovvero la riluttanza ad ingerire nuovi cibi, è una caratteristica degli animali onnivori, incluso l’essere umano. Questi organismi, esposti al rischio di un ambiente in cui molte risorse alimentari possono essere tossiche, consente di approcciare ai nuovi alimenti in maniera cauta e, quando possibile, evitarli in favore di cibi familiari e conosciuti.

Messaggio pubblicitario E’ stato quindi suggerito che la neofobia alimentare abbia una funzione protettiva, che agisce tramite comportamenti alimentari di messa in sicurezza (Schulze, 1995). La risposta neofobica non è presente fin dalla nascita, bensì inizia a manifestarsi attorno alla fine del primo anno di vita, per toccare l’apice tra i 2 e i 5 anni. In questo periodo i bambini passano dall’essere totalmente nutriti di latte materno (e protetti a livello alimentare), all’essere esposti ai primi cibi solidi. Sebbene essi vengano selezionati per lo più dai genitori, la rapida crescita e acquisizione di autonomia e motricità, nonché le aumentate occasioni sociali (asilo, feste di compleanno ecc..) rendono ben presto i bambini in grado di esplorare il mondo e pertanto anche in grado di “procurarsi” il cibo da soli (in cucina, dalle mani degli amichetti, o nei barattoli lasciati su tavolini e ripiani ad esempio). Inoltre la neofobia alimentare sembra proteggere le scelte alimentari fintanto che non vengono acquisite alcune regole alimentari base, di cucina e composizione dei cibi, che possono far selezionare come “cibi buoni” gli alimenti che assomigliano e richiamano cibi già noti per le loro caratteristiche.

La neofobia alimentare dovrebbe piano piano ridursi e scomparire spontaneamente durante il proseguimento dell’infanzia. Tuttavia, anche alcuni adulti sembrano mantenere atteggiamenti neofobici nei confronti dei cibi nuovi, con nette preferenze per le pietanze note e familiari, nonostante non ci siano reali motivi per mantenere attivo tale comportamento difensivo.

Ciò fa pensare che un prolungarsi dell’atteggiamento neofobico possa produrre conseguenze nocive per la salute, in quanto meccanismo responsabile di una dieta alimentare poco varia e restrittiva. Scoprire quali fattori influenzano il grado di reazione neofobica può rappresentare un importante elemento per favorire lo sviluppo di un’alimentazione sana e variegata in bambini ed adulti.

Fattori che influenzano la neofobia alimentare

Informazioni indirette ed dirette

E’ stato rilevato che i cibi ben accetti sono solitamente quelli che sembrano buoni al gusto e che sembrano portare benefici all’organismo (due caratteristiche opposte a quelle di disgusto e pericolo che guidano l’evitamento di cibi nuovi). Pertanto, qualsiasi fattore situazionale che induca l’aspettativa di buon gusto e sicurezza di un cibo dovrebbe ridurre la neofobia alimentare. Tuttavia, le ricerche eseguite in questa direzione portano a conclusioni contrastanti.

Uno studio condotto da Pelchat e Pliner (1995) non rilevava incrementi di predisposizione al nuovo assaggio, in un gruppo di studenti a cui veniva mostrato del cibo, in una caffetteria, con indicazioni sulle proprietà nutrizionali benefiche dell’alimento. Per contro, lo stesso Pliner, in una successiva ricerca (McFarlane e Pliner, 1997) mostrava che le informazioni sulle conseguenze positive di un cibo aumentavano la predisposizione all’assaggio del nuovo cibo quando tali informazioni erano giudicante importanti o rilevanti per i soggetti. Inoltre, sembra che il fornire informazioni sia efficace soltanto con alcuni tipi di alimenti, mentre altri ne sono totalmente immuni. Ad esempio, Martins e colleghi (1997) rilevarono un’invariata propensione all’assaggio di nuovi cibi di origine animale.

Più coerenti appaiono invece le ricerche riguardanti il ruolo svolto dalla pura esposizione a cibi nuovi, intesa come reale prova di assaggio. Birch e colleghi si sono a lungo occupati di questo fattore, rilevando la notevole influenza ed effetto positivo di ripetute esposizioni a nuovi alimenti (Birch, 1982; 1987;1998). Questi risultati sono stati interpretati in termini di “sicurezza appresa”, per cui ripetute esposizioni insegnano che l’alimento è sicuro e non produce conseguenze negative.

Solitamente i soggetti anticipano che un cibo nuovo avrà un cattivo gusto. L’esposizione a nuovi cibi gustosi potrebbe aiutarli a modificare le loro aspettative negative nei confronti di altri nuovi cibi, le quali spesso non hanno un reale fondamento. Le esperienze positive con nuovi cibi potrebbero venir generalizzate anche ad altri alimenti, e pertanto produrre una riduzione della tendenza neofobica in maniera globale e duratura.

Influenza sociale

Vari studi sostengono il forte effetto dell’influenza sociale sulle scelte alimentari. I bambini seguono spesso un “modello di riferimento”, finendo per selezionare gli stessi cibi o sviluppare le stesse preferenze. Ma succede lo stesso anche per quanto riguarda i nuovi cibi? In uno studio di Harper e colleghi (1975) i bambini erano più propensi ad accettare un cibo nuovo se lo avevano visto mangiare prima dalla mamma. Hendy e colleghi (2000) hanno invece sondato l’ambiente scolastico, rilevando che i piccoli seguivano l’esempio della maestra, assaggiando nuovi alimenti, soltanto se questa esprimeva in maniera entusiasta commenti sull’alimento, mentre non ne venivano influenzati se il cibo veniva mangiato in silenzio.

Somiglianze familiari nella neofobia alimentare

I genitori giocano un ruolo importante nello sviluppo delle abitudini alimentari dei figli. Vari studi hanno esaminato le somiglianze familiari in termini di preferenze alimentari (Birch, 1980b; Pliner 1983). Tuttavia i risultati mostrano soltanto una modesta relazione tra le preferenze genitoriali e dei bambini, mentre più consistenti sembrano essere le somiglianze di preferenze alimentari tra fratelli. Sembra invece confermato il dato per cui genitori con maggior grado di neofobia alimentare da adulti, scelgono un’alimentazione maggiormente selettiva e abitudinaria per il nucleo familiare, che di conseguenza ne viene influenzato, apprendendo la preferenza per cibi familiari.

Implicazioni cliniche della neofobia alimentare

Effetti sulla salute

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Dal momento che il rifiuto di nuovi cibi probabilmente diminuisce la varietà della dieta, ci si aspetta che la neofobia alimentare abbia delle ripercussioni nutrizionali. Uno studio condotto da Galloway e colleghi nel 2003 rilevava una correlazione negativa tra neofobia alimentare e consumo di verdure in bambine di 7 anni. Similmente, Cooke e colleghi, nel 2004, mostravano una correlazione negative tra neofobia e il consumo di frutta e verdura in bambini di età pre-scolare. In entrambi gli studi, il ridotto consumo di vegetali sembrava correlare con carenze vitaminiche.

Trattamento della neofobia alimentare

Visto che in alcuni casi la neofobia alimentare può compromettere un sano introito nutrizionale, predisporre strumenti in grado di ridurla sembra essere una valida alternativa. Conoscere i fattori che influenzano la neofobia diventa quindi essenziale. Sulla base di quanto emerso dalle ricerche citate nei paragrafi precedenti, strategie in grado di ridurre la neofobia alimentare dovrebbero focalizzarsi sul: fornire informazioni positive ed accattivanti sui nuovi alimenti, favorire l’esposizione diretta e ripetuta ai nuovi cibi e presentare i nuovi alimenti in situazioni familiari.

A livello di setting clinico, è possibile trattare la neofobia alimentare come un’altra fobia specifica, combinando pertanto tecniche tradizionalmente usate nei disturbi d’ansia (rilassamento, gerarchia espositiva, desensibilizzazione sistematica, ristrutturazione cognitiva e modelling) con educazione alimentare e nutrizionale. L’idea è quindi quella di esporre gradualmente il soggetto ai cibi temuti, mentre si modella il comportamento alimentare corretto, si sfidano le distorsioni cognitive e si previene l’evitamento (Pliner et al.,1983).

Conclusioni

Sebbene la neofobia alimentare sia chiaramente un riflesso adattivo per la specie, è possibile sostenere che la cultura abbia assunto gran parte della funzione protettiva svolta dalla neofobia. Tranne in rari casi, la cultura impedisce lo scontro con cibi pericolosi e tossici, rimuovendoli dall’ambiente o etichettandoli come nocivi. In un certo senso, la neofobia avrebbe perso un po’ la sua utilità.  E’ stato infatti rilevato che in vari casi, le limitazioni causate dalla neofobia alimentare provocano rischi e carenze nutrizionali. Le ricerche devono ancora chiarire la rilevanza di questo meccanismo, tuttavia può essere vantaggioso sviluppare strategie per ridurlo.

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 2, media: 3,00 su 5)

Articolo consigliato dall'autore

Alimentazione vegetariana e preferenze sessuali il fenomeno della vegan-sexuality

Vegan-sexuality ovvero ama come mangi: processi cognitivi e preferenze sessuali di chi sceglie un' alimentazione vegetariana

L' emergente fenomeno della vegan-sexuality, ci mostra come la scelta di adottare un' alimentazione vegetariana può influenzare le preferenze sessuali

Bibliografia

  • Schulze, G. and Watson, N.V. (1995) Comments on ‘Flavor neophobia in selected rodent species’. In: Wong, R. (ed.) Biological Perspectives on Motivated Activities. Ablex Publishing Corporation, Norwood, New Jersey, pp. 229–230.
  • Pelchat, M.L. and Pliner, P. (1995) ‘Try it. You’ll like it’. Effects of information on willingness to try novel foods. Appetite 24, 153–165.
  • McFarlane, T. and Pliner, P. (1997) Increasing willingness to taste novel foods: effects of nutrition and taste information. Appetite 28, 227–238.
  • Martins, Y., Pelchat, M.L. and Pliner, P. (1997) ‘Try it; it’s good and it’s good for you’: effects of taste and nutrition information on willingness to try novel foods. Appetite 28, 89–102.
  • Birch, L.L. and Marlin, D.W. (1982) I don’t like it; I never tried it: effects of exposure on two-year-old children’s food preferences. Appetite 3, 353–360.
  • Birch, L.L., McPhee, L., Shoba, B.C., Pirok, E. and Steinberg, L. (1987) What kind of exposure reduces children’s food neophobia? Looking vs. tasting. Appetite 9, 171–178.
  • Birch, L.L., Gunder, L., Grimm-Thomas, K. and Laing, D.G. (1998) Infants’ consumption of a new food enhances acceptance of similar foods. Appetite 30, 283–295.
  • Harper, L. and Sanders, K. (1975) The effects of adults eating on young children’s acceptance of unfamiliar foods. Journal of Experimental Child Psychology 20, 206–214.
  • Hendy, H.M. and Raudenbush, B. (2000) Effectiveness of teacher modelling to encourage food acceptance in preschool children. Appetite 33, 1–16
  • Birch, L.L. (1980b) The relationship between children’s food preferences and those of their parents. Journal of Nutrition Education 12, 14–18.
  • Pliner, P. (1983) Family resemblance in food likes and dislikes. Journal of Nutrition Education 15, 137–140.
  • Galloway, A.T., Lee, Y. and Birch, L.L. (2003) Predictors and consequences of food neophobia and pickiness in young girls. Journal of the American Dietetic Association 103, 692–698.
  • Cooke, L.J., Wardle, J., Gibson, E.L., Sapochnik, M., Sheiham, A. and Lawson, M. (2004) Demographic, familial and trait predictors of fruit and vegetable consumption by pre-school children. Public Health and Nutrition 7, 295–302.
  • Pliner, P., Salvy, S.J. (2006) Food neophobia in humans. In Shepherd R. (Ed.), The psychology of food choise, 75-92.
State of Mind © 2011-2017 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario SCUOLA DI PSICOTERAPIA
Messaggio pubblicitario centro psicoterapia

Messaggio pubblicitario

Argomenti