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L’ identità creativa. Psicoanalisi e neuroscienze del pensiero simbolico e metaforico – Recensione del libro

Nel libro Calamandrei dai presupposti psicologici e neuro-scientifici si giunge ad un comune punto d’arrivo per concettualizzare l' identità creativa

ID Articolo: 147432 - Pubblicato il: 18 luglio 2017
L’ identità creativa. Psicoanalisi e neuroscienze del pensiero simbolico e metaforico – Recensione del libro
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Calamadrei concettualizza l’ identità creativa come proposizione dell’operosità del soggetto nel libero funzionamento della sua mente, la cui creatività, nonostante lavori silenziosamente ed in maniera inconscia, esprime la possibilità della produzione di significati per riconoscere la realtà, sia interiore che esteriore influenzando la costituzione dell’ identità individuale.

Marianna Formisano, Vincenza Merlino

 

Sulle tracce dell’ identità creativa tra materialismo scientifico e neuroscienze

Messaggio pubblicitario Me.Dia.Re. NOVEMBRE 2017 enL’idea che, per dimostrare l’esistenza di qualcosa, come non suscettibile di interpretazione, si debba ricorrere all’oggettività che il dato scientifico restituirebbe a valle della procedura scientifica che ne costituisce il metodo attraverso il quale la certezza del dato è incontrovertibile, è un pregiudizio che segna da sempre l’intero percorso dell’evoluzione nella conoscenza delle cose in generale.

Se poi, in particolare, ciò di cui si vuole dimostrare l’esistenza ha a che fare con i fenomeni che popolano l’universo interiore dell’essere umano che per definizione sono autonomi dalla materia e dunque non determinabili come qualcosa, il pregiudizio diventa un assunto sulla base del quale si formula la tesi secondo cui se un fenomeno non può essere indagato dalla prospettiva scientifica non può essere spiegato, quindi non può essere conosciuto, dunque non esiste.

Così per esempio, fin dagli albori del razionalismo scientifico, quando fu il turno di Cartesio di voler dar conto dell’esistenza di ciò che egli definì come la dimensione peculiare di cui l’uomo consiste, si potrebbe ipotizzare che non fu un caso il suo definirla come res cogitans ovvero come cosa pensante. Cosa pensante, dunque, che nonostante intesa come sostanza spirituale, nella misura in cui fu connotata da Cartesio come cosa, e dunque come non poter essere pensata a prescindere dalla materia, divenne il fondamento indubitabile della stessa esistenza. Da questo fondamento Cartesio fa emerge quell’ “IO” dell’uomo inteso come soggetto umano pensante che è l’io, è la mente, è l’anima, è l’intelletto e a partire dal quale è possibile per Cartesio dimostrare l’ autoevidenza esistenziale del suo “cogito ergo sum”.

L’ autoevidenza dell’ esistenza come soggetto pensante, non estendendosi però tout court all’autoevidenza dell’esistenza di ciò che è esterno, e dunque non garantendo l’esistenza della realtà che circonda l’uomo, portò Cartesio, come noto, a dover riconoscere l’esistenza di un’altra sostanza che avesse caratteristiche diverse dalla sostanza spirituale ma che fosse ad essa strettamente congiunta. Tale sostanza, connotata altresì come cosa avendo come caratteristiche quella della divisibilità e dell’estensione che la sostanza spirituale non poteva che rifiutare fu per Cartesio il corpo, ovvero la res- exsensa.

Questo dualismo sostanziale di mente e corpo se da un lato è stato ed è tutt’ oggi considerato come uno degli aspetti deteriori della filosofia cartesiana, compreso il tentativo di Cartesio di spiegare come attraverso la ghiandola pineale le due sostanze riuscissero a comunicare, dall’altro però ha dato avvio alla prima condizione per lo studio scientifico del corpo umano, in quanto nel riconoscere la sostanzialità al corpo, Cartesio, di fatto, lo svincola dalla concezione tradizionale (aristotelica) nella quale il corpo era considerato non come sostanza ma come organo o strumento della sostanza anima/mente e rendendone di conseguenza lecita l’accessibilità influenzerà notevolmente lo sviluppo degli studi biologici del comportamento.

E’ infatti proprio nella componente materialista delle posizioni di Cartesio e nel suo dualismo di mente e corpo che possono essere rintracciate le origini delle riflessioni su una serie di questioni come quelle del rapporto tra mente e cervello, della natura e dell’architettura cognitiva del soggetto, della capacità rappresentativa della mente umana, del ruolo dell’intenzionalità e coscienza del pensiero, dello statuto della psicologia del senso comune, dei rapporti tra ragione ed emozione, nonché le origini moderne di un’analisi del comportamento in chiave biologica che portate all’estremo inaugurano la teoria del materialismo, per l’appunto, secondo la quale tutti i fenomeni, compresi quelli mentali, sono di tipo materiale e dunque riconducibili alla materia fisica.

Da ciò è conseguito non solo che l’indubitabilità del cogito ergo sum non ha avuto ha più ragion d’essere ma anche che la res cogitans ha smesso di esistere come sostanza in quanto dal punto di vista delle neuroscienze non sarebbe che la risultanza illusoria e meccanica di processi chimici e fisici attraverso i quali alla conoscenza della personalità dell’individuo si giunge attraverso la mera comprensione del funzionamento del cervello.

Ora, però se da un punto di vista meramente biologico-scientifico conoscere la personalità di un individuo equivale dunque a comprendere il funzionamento del cervello secondo il nesso sequenziale neuroni-cervello- personalità-comportamento- attraverso il quale tutto ciò che l’individuo fa non è altro che la conseguenza necessaria della sua neuro-chemio-biologia, da un punto di vista esperenziale, come ci ricorda Vito Mancuso, già Platone sosteneva invece con le parole di Socrate che:

Se uno dicesse che, se non avessi ossa, nervi e tutte le altre parti del corpo che ho, non sarei in grado di fare quello che ritengo di fare direbbe bene; ma se dicesse che io faccio tutte le cose che faccio proprio a causa di queste, e che, facendo le cose che faccio, io agisco sì con la mia intelligenza ma non in virtù della scelta del meglio, costui ragionerebbe con assai grande leggerezza.

Nella medesima prospettiva anche Marco Aurelio, sottolinea ancora Mancuso, scriveva nei suoi Pensieri:

Ricordati che ciò che muove i fili della tua esistenza è nascosto dentro di te, ed è energia, vita e, se così si può dire, uomo. Non confonderlo mai, quando te lo immagini, con l’involucro che l’avvolge, né con gli organi che gli sono stati modellati intorno. Questi sono come l’ascia che tini in mano, da cui differiscono solo in quanto intimamente aderenti al corpo. Queste parti, infatti, senza la causa che le muove e le controlla, non sono di utilità maggiore della sola spola per la tessitrice, della sola penna per lo scrittore, della sola frusta per l’auriga.

Seguendo queste considerazioni, non si vuole e non si deve negare o anche e solo contestare l’utilità della prospettiva scientifico-biologica ma evidenziarne i limiti, rivendicando una logica di comprensione dei fenomeni tutti che ha il suo cardine nei concetti di relazione e di sistema e grazie alla quale seppur la res cogitans continuerebbe a non poter essere considerata nella sua esistenza come sostanza, ciò che del cogito ergo sum cartesiano può essere ancora perfettamente indubitabile è la possibilità della libera consapevolezza di sé.

Ed è a questa accezione di consapevolezza di sé come libera che, a nostro avviso, può associarsi il significato della locuzione di identità creativa che Calamadrei concettualizza come proposizione dell’operosità del soggetto nel libero funzionamento della sua mente, per l’appunto, la cui creatività, quale caratteristica specifica dell’attività mentale spontanea, nonostante lavori silenziosamente ed in maniera incomprensibile poiché continua a svilupparsi in maniera inconscia, esprime la possibilità della produzione di significati per riconoscere la realtà, sia interiore che esteriore influenzando la costituzione dell’ identità individuale quale essenza della qualità dell’essere la cui sostanza sfugge per l’appunto come sottolinea Calamandrei anche alle neuroscienze.

Queste ultime infatti, seppur inaugurano un nuovo approccio alla comprensione della complessità del funzionamento cerebrale secondo una concettualizzazione di scienza che va nella direzione opposta al confinamento specialistico dello studio del cervello e alla delimitazione del sapere tecnico degli anni passati, attingendo da matematica, fisica, chimica, nanotecnologie, ingegneria, informatica, psicologia, medicina, biologia, filosofia, rimangono però, come ogni altra disciplina scientifica, confinate nell’ambito della metodologia scientifica e dunque impossibilitate intrinsecamente a conoscere le dimensioni psicologiche attraverso le quali l’identità dell’ Io si costituisce e il Sé si struttura e per le quali, come Calamandrei sottolinea, un aiuto maggiore può provenire piuttosto dall’antropologia e dalla storia evolutiva della nostra specie.

Le neuro-scienze, sottolinea ancora Calamandrei, per comprendere il funzionamento cerebrale sono portate infatti a studiare gli eventi a livelli sempre più dettagliati e frammentati tuttavia anche alle neuroscienze non va negata però l’utilità in quanto, come Calamandrei sottolinea, il loro contributo è di fondamentale importanza nella misura in cui le conoscenze acquisite per loro tramite sul funzionamento cerebrale stanno rendendo possibile un ricongiungimento tra la biologia della mente e la teoria psicoanalitica.

Esplorare la creatività: un viaggio transdisciplinare nella profondità dell’attività spontanea della mente dal riduzionismo scientifico alla necessità dell’unitarietà dei saperi

Nell’ottica della logica di comprensione dei fenomeni sopra evidenziata, con un intento finanche troppo esplicito, Calamandrei muove l’impianto del suo libro a partire proprio dal porre in evidenza la necessaria unità dei saperi per quella indispensabile nouvelle alliance, purtroppo oggi sempre più minacciata dalla parcellizzazione e dalla ultraspecializzazione delle conoscenze, su cui ha scritto pagine illuminanti il premio Nobel Ilya Prigogine.

Ed è all’utilizzo di questa concezione di nouvelle alliance che Calamandrei fa propria, che può iscriversi il tratto dell’originalità del suo scritto attraverso il quale Calamandrei, dando infatti anche conto della consapevolezza della differenza tra una scienza puramente speculativa come potrebbe essere definita la psicologia e una scienza applicata come potrebbe essere definita quella delle neuroscienze, può non temere come Freud aveva temuto per le conquiste della biologia, che le evoluzioni delle scoperte e delle conoscenze delle neuroscienze sostituiranno del tutto ciò che la psicologia ha teorizzato.

Con questa consapevolezza Calamandrei propone dunque il suo lavoro invitando il lettore ad interpretarlo come un percorso di integrazione, per l’appunto, nell’ottica della psicoanalisi, necessaria per ottenere una visione d’insieme dei meccanismi psicologici che sono competenze fondamentali alla base della matrice del pensiero, delle sue forme non consapevoli e che si situano in un’area intermedia tra biologia e psicologia nei cui meandri è possibile tracciare una probabile genesi del concetto di creatività la cui spinta vitale è uno degli aspetti cardine del funzionamento mentale. Analizzarla sostiene Calamandrei equivale infatti a descrivere come funziona la mente e delineare quali siano i meccanismi psicologici che sostengono la capacità di comprensione del pensiero cercando di mantenere la visione d’insieme dell’intera costruzione mentale, di come sia andata auto-costruendosi nel corso dei secoli evolvendo dall’antenato australopiteco. Interessante e molto, pertanto, il percorso delineato da Calamandrei che, seguendo un’ottica di tipo evolutivo che traccia una sorta di storia naturale dello sviluppo della mente, attraverso la puntualizzazione scientifica delle tappe evoluzionistiche, giunge alla descrizione di ciò che caratterizza un cervello tipicamente umano e che segna il combinarsi di plasticità e di creatività.

Il percorso di esplicitazione di questo passaggio, comincia dunque dalle nuove conoscenze neuro scientifiche acquisite sul funzionamento cerebrale secondo le quali la variabilità delle risposte che caratterizzano i diversi individui appartenenti ad una specie è un requisito di base della plasticità e creatività, ovvero della capacità di affrontare, con nuove e variabili strategie, situazioni problematiche che si presentano per la prima volta. Dal punto di vista evolutivo, uno dei requisiti all’origine della plasticità è la presenza di una corteccia in grado di fornire risposte non stereotipate o specie-specifiche ma individuali. Un contributo a tale concetto di variabilità, sottolinea Calamandrei, deriva dalle teorie della genetica che, superato il loro orizzonte di staticità, giungono ad affermare che l’influenza genetica è determinante per la psicologia di un individuo ma non nel senso di un’eredità biologia fissa ed inalterabile da cui non possiamo fuggire. Ne consegue che l’attività dei sistemi cerebrali è estremamente plastica e risulta modificabile dall’esperienza.

Come puntualizza Calamandrei, però, per l’organismo non ci sono esperienze diverse, quanto piuttosto differenti aspetti di un’unica esperienza, e dato che ogni sistema è plastico ciascuno apprende ed immagazzina informazioni relative alla stessa esperienza indipendentemente, come se ci fosse cioè una sorta di cultura condivisa all’interno del cervello tra i vari sistemi che sono esposti a circostanze ambientali analoghe. La nostra esperienza attentiva cosciente invece, sottolinea Calamandrei, sembra privilegiare una sola modalità percettiva, quella cioè maggiormente dipendente dai livelli simbolici e alla quale è data maggiore rilevanza costituendo la memoria del proprio vissuto che in quanto tale è estremamente soggettiva. Ciò implica che gli stimoli a cui prestiamo attenzione, quello che noi ricordiamo e quello che per noi risulta importante, vengono accompagnati, insieme all’elaborazione cognitiva, dalla marcatura emotiva. Quest’ultima che può divenire un processo di attivazione generale e diffuso da parte del sistema Reticolare Ascendente, definito “arousal” è quella che guiderà il nostro comportamento verso la situazione che lo stimolo emotivamente attivante necessita. Ciò spiegherebbe la modalità attraverso la quale gli stati emotivi monopolizzano le risorse del cervello e sono cruciali nell’organizzazione dell’attività cerebrale influenzando potentemente il pensiero cosciente, giungendo a poter concludere che il valore che un individuo attribuisce al proprio contenuto emotivo costituisce infatti il valore psicologico del suo vissuto che rappresenta la qualità dell’essere, dei suoi sentimenti, le capacità immaginative che donano il senso che hanno per quell’individuo, le esperienze che sta provando e che sono una possibilità di esperienza unicamente umana, altamente soggettiva e pertanto non generalizzabile.

Ciò conduce Calamandrei a poter affermare che non solo ogni mente deve essere considerata come estremamente individuale e che di conseguenza esista in un suo particolare modo di funzionare ovvero quello specifico di quell’unico soggetto che non può essere generalizzato ma anche che ciascuna mente non è data ma è costruita. Ogni mente cioè, sottolinea Calamandrei, si deve formare e avere coscienza del proprio funzionamento per poter dare una definizione soggettiva ai sentimenti che accompagnano le immagini che sperimenta. Ed è proprio l’acquisizione della propria mente e la coscienza del proprio funzionamento che consente, secondo gli psicoanalisti, di poter ottenere la proprietà di divenire un soggetto ovvero il costituirsi di ciò che gli psicoanalisti chiamano Sé e che nel tempo hanno connotato come soggettivazione. Ciò implica una considerazione di estrema rilevanza che Calmandrei pone in evidenza e secondo la quale il cervello e la mente sono intrinsecamente legati al corpo biologico e l’acquisizione di un senso di soggettivazione psicologica non si limita solamente alle componenti cerebrali, contenute nella scatola cranica, ma è un fenomeno mentale diffuso nel corpo fino alla periferia percettiva.

Di conseguenza, si può considerare, per Calamandrei, come sia proprio il percorso di acquisizione dell’esperienza soggettiva a trasformare le tappe neuronali in un prodotto che acquisisce senso per l’individuo. In questa prospettiva, la creatività, nello stretto rapporto tra parte cognitiva e parte emotiva esprime l’esistenza di logiche diverse alla base della dimensione individuale attraverso le quali la mente filtra il rapporto tra il cervello, i diversi input  sensoriali e le informazioni con le quali processerà la realtà.

In questa direzione è ancora l’alliance tra neuroscienze e psicologia che permette a Calamandrei di raggiungere una prospettiva a partire dalla quale è possibile osservare in un’ottica innovativa i rapporti tra cervello e rappresentazione della realtà. Non è un caso infatti che i capitoli dedicati alla memoria, che come noto costituisce una sorta di luogo simbolico della mente, sviluppano con grande generosità di dettagli il complesso intreccio tra i meccanismi predeterminati e i processi olistici che caratterizzano ogni funzione mentale.

In questo intreccio, lo scarto tra ciò che la prospettiva psicologica non riesce a spiegare come risultato di ciò che è innato e predeterminato e ciò che la prospettiva delle neuroscienze non riesce a spiegare come risultato di ciò che è acquisito, ancora nell’ottica di integrazione dei saperi, viene colmato dal contributo della prospettiva delle teorie antropologiche relative al confronto con i nostri antenati e con la loro produzione artistica. In quest’ultima che si manifesta in forme d’arte nelle quali l’oggetto rappresentato si fonde con la sua rappresentazione e non è concepito ancora come simbolo, può trovare dimora allora lo stato mentale creativo che conterrebbe la totale libertà di espressione dell’uomo che si istituisce in una dimensione simile a quella del funzionamento psichico neonatale e che consente la totale libertà interiore contraddistinta dal suo essere inconscia.

Lo stato mentale creativo all’origine della tessitura della trama dello sviluppo dell’intero apparato psichico

Nel tempo che anticipa la rivoluzione simbolica nella quale le specializzazioni funzionali più raffinate si potranno integrare solamente attraverso il processo esperenziale di maturazione ed apprendimento che è un fenomeno esclusivamente sociale, la mente può configurarsi, seguendo le considerazioni sopra esplicitate, come una tabula rasa dove i livelli superiori di elaborazione ovvero quelli neocorticali dove si trova la cognizione devono ancora formarsi.

È in questo tempo dunque che il contributo creativo percorre strade di riflessione psicologica e di comprensione interiore che sono, per gran parte del loro percorso, inconsce così come è inconscio e dunque lontano dalla nostra consapevolezza il lavoro di elaborazione che Calamandrei definisce come quello di un fiume carsico che si muove nel sottosuolo della mente fino a quando, affiorando in superficie, permette alla coscienza di prendere coscienza del lavoro svolto.

Per comprendere allora l’enigma del contributo della creatività nel costituirsi del Sé, Calamandrei ci invita dunque a considerare l’esistenza di questo stato mentale di base antecedente alla costituzione e fruizione della funzione percettiva ed ancora di più di una funzione rappresentativa e a fare lo sforzo di riuscire a far sostare la nostra riflessione su questi primi momenti vitali. È in questi infatti che emerge il primo aspetto del Sé che costituirà la base funzionale per lo sviluppo dell’intero apparato psichico che si continuerà nel processo di soggettivazione narcisistica e si manterrà anche quando sarà maggiormente coinvolto nel processo di intersoggettività. Tutto ciò conduce Calamandrei a poter affermare inoltre che il Sé non è dunque un risultato del processo di crescita realizzato da un apparato psichico che è costruito e che funziona nello stesso modo in ogni individuo ma che al contrario ogni individuo è il proprio apparato psichico e il proprio funzionamento. Ne consegue che lo sviluppo psichico quindi, può essere complessivamente considerato un processo di auto-creazione nel quale l’intera soggettività, con l’insieme delle sue funzioni e delle sue esperienze, viene coinvolta.

Di conseguenza, la costituzione del Sé, dell’apparato psichico, lo sviluppo delle istanze, le identificazioni, in una parola la soggettivazione può definirsi come un lavoro di trasformazione e di appropriazione soggettiva a partire dalla capacità della mente di informarsi sul proprio funzionamento e di rappresentarsi la propria attività rappresentativa.

Questo modo di procedere del contributo creativo nella misura in cui opera nella quasi totale invisibilità alla coscienza può allora essere associato secondo Calamandrei al modo di procedere dello sviluppo del narcisismo che, nelle indicazioni avanzate da Freud in “Introduzione al Narcisismo”, può essere interpretato come fenomeno strettamente connesso a livello biologico ovvero come un elemento sano costitutivo del Sé e delle basi narcisistiche della personalità che si manifesta prima del concepimento strutturale della mente.

In questa prospettiva e particolarmente nei momenti iniziali della vita, dunque, l’instaurarsi del narcisismo e lo strutturarsi del Sé nella misura in cui possiedono, quindi, una loro storia ed una propria evoluzione autonoma di sviluppo rispetto alle dinamiche che si stabiliscono nei confronti dell’oggetto, si legano allora alla concettualizzazione della creatività, confermando l’ipotesi dell’esistenza di un periodo iniziale di narcisismo presente già nel periodo immediatamente successivo alla nascita e prevalente fino alla metà del primo anno di vita in cui l’attività mentale deve per l’appunto strutturarsi e ancora svilupparsi per avere coscienza del proprio funzionamento.

Narcisismo sano e creatività: elementi primitivi a vantaggio del processo di strutturazione del Sé

Stabilito il nesso tra narcisismo e creatività, l’incedere del libro evolve verso le conquiste cognitive più elevate. Queste ultime nell’orizzonte teorico che vede il narcisismo e la creatività come gli elementi di base, i più primitivi che compaiono al primo accenno di organizzazione mentale e di soggettivazione, si strutturano nei processi di funzionamento mentale più complessi il cui progredire è determinato dall’incontro con l’ambiente e con gli oggetti esterni che, dal punto di vista della psicoanalisi, come tutte le stimolazioni interne ed esterne vengono mediate dal legame con la madre.

A questo legame, Calamndrei dedica particolare considerazione in quanto sarà dalla qualità di questo legame che dipenderà l’evoluzione del rapporto madre-bambino e di conseguenza lo sviluppo del narcisismo sano e quindi della creatività che, nella prospettiva avanzata da Calamandrei, concorrendo a pieno titolo entrambe alla strutturazione del Sé, sono fortemente connesse al concetto di Processo Primario e al concetto di Processo Secondario.

Illuminanti a questo proposito le riflessioni di Calamandrei che fruendo dell’ausilio di svariate teorie psicoanalitiche che si sono occupate dell’elaborazione della relazione madre- bambino, pone particolare rilievo ai modelli operativi affettivo-relazionali inconsapevolmente appresi che costituiranno le modalità interiorizzate ed inconsce utilizzate  come guida per i comportamenti relazionali futuri. Tra queste, quella di Shore, per esempio, riuscendo ad individuare nella regolazione affettiva della madre la garanzia per rendere il bambino un individuo sociale, trova il suo fondamento nel meccanismo del  “cross modal matching” che si realizza, per l’appunto, quando l’affettività della madre è strettamente correlata, durante la costituzione del Sé, con lo stato d’animo del neonato e la sua risposta media ed indirizza verso il significato ogni sensazione che deriva dalla sensorialità. Con questo meccanismo, spiega Calamandrei, la madre infatti, da un lato favorisce la percezione interiore quando indica al neonato la forma dinamica ed emotiva che deve valorizzare, dall’altro favorisce la condivisione e la conferma di ciò che il bambino esperisce inducendo in lui un atto percettivo interiore di spostamento e di correlazione e accompagnando il bambino con la condivisione di una sensazione emotiva gli insegna sa creare significati.

Questo meccanismo, inoltre, spiegherebbe anche il meccanismo psicologico di base dell’identificazione che sottolinea Calamandrei, sembra essere infatti in prima istanza molto vicino a quello percettivo quando porta, per l’appunto alla significazione resa quando due rappresentazioni vengono correlate attraverso un atto di percezione interiore con il quale il concetto di identificazione acquisisce lo stesso significato dell’atto dell’appropriarsi soggettivo e del comprenderne la via elaborativa nella quale si sviluppa poi il meccanismo che forma i simboli. .

L’identificazione, afferma Calamndrei è infatti l’apprendere l’atto stesso, il come fare, è cioè l’impadronirsi del procedimento che correlando due stimoli “grezzi” questi, diventano qualcosa di più, accedendo ad un livello superiore di significato. Se poi, questo “nuovo” significato, puntualizza Calamandrei, viene anche condiviso da qualcuno che esterno a noi, diviene simbolico consentendo al bambino di accedere all’altra faccia della medaglia del processo di significazione che è il Processo Secondario. Pertanto è fondamentale evidenziare per Calamndrei una puntualizzazione che riguarda il fenomeno dell’appropriazione soggettiva. A questo proposito, sostiene Calamandrei, sebbene il fenomeno di appropriazione, vada considerato come un’auto-creazione soggettiva, nella misura in cui si manifesta in questa fase iniziale della vita nella quale si sviluppa contemporaneamente anche l’intersoggettività cioè la relazione con la madre, l’oggetto e la sua mente, non bisogna mai dar troppo per scontato raccomanda Calamandrei  come, fin dall’inizio, l’esperienza del pensiero e la sua costruzione, come anche l’appropriazione del significato, siano una co-creazione del rapporto madre-bambino.

In questa co-creazione, l’assenza della fondamentale sintonia affettiva, genererebbe, infatti, come teorizzato da Winnicott e Khan, il sentimento della “separatezza” che rappresenta il fallimento della regolazione degli affetti e viene sperimentato come una lacerazione nel sentimento di continuità nell’esistenza del bambino. In questi termini, la relazione madre bambino costruita con questa sintonia affettiva, rappresenta lo spazio potenziale in cui comincia  l’area dell’esperienza culturale che potrà definirsi sana e non destrutturante per l’adulto solo se la mediazione della madre in questa fase consentirà al bambino di acquisire quella sensazione di sicurezza che gli donerà una predisposizione psicologica all’arricchimento interiore e alla capacità di un’esperienza di condivisione con gli altri di tipo identificativo. Ciò conduce Calamandrei a poter affermare che quando gli investimenti narcisistici sono fluidi ovvero quando sono stati metabolizzati dal bambino in una forma che gli ha concesso l’elaborazione della separazione dalla madre oggetto in termini di autonomia si giunge all’esito favorevole del processo creativo che consisterebbe infatti nella capacità di effettuare un buon passaggio dal Processo Primario al Processo Secondario in modo che il soggetto possa riuscire ad incanalare parte delle energie narcisistiche in modo che non restino patogene e paralizzanti ma al contrario rivolte verso obiettivi creativi socialmente condivisibili.

Sulla differenza tra il pensiero metaforico e il pensiero simbolico: la prospettiva della psicoanalisi

Messaggio pubblicitario Entrando quindi nel dettaglio dell’analisi del concetto di Processo Primario e del concetto di Processo Secondario che nella costruzione psicoanalitica freudiana definiscono due modalità del processo del pensiero, scrive Calamandrei che il primo concetto, parafrasando Winnicot, coincidendo con la stessa esperienza del vivere conduce all’esplicitazione dell’evoluzione psicologica che avviene nel contesto sociale; il secondo concetto conduce invece all’esplicitazione della costruzione psicologica identitaria del singolo rispetto alla socialità e vedrà l’espansione della creatività nell’area dell’esperienza culturale, con l’acquisizione dei concetti simbolici, con la loro definizione da parte della mente.

In questa prospettiva il Processo Primario si dovrebbe poter considerare, come aveva già teorizzato Freud come una formazione prodotta da eventi naturali spontaneamente e dunque costituito dalla prima esistenza dell’inconscio in cui la parte dell’inconscio che non è stata rimossa è primitiva ed infantile. In questa fase, secondo Freud, ciò che l’uomo esprime attraverso la rappresentazione dell’immagine, infatti, non è che la mera rappresentazione della cosa ovvero la memoria dell’esperienza di una cosa esterna o interna al corpo, accaduta alla sensorialità percettiva, necessariamente inconscia di cui la mente si è poi appropriata.

Nel processo Primario sarebbe dunque presente la modalità del pensiero metaforico che, dal punto di vista della psicoanalisi, rappresenta la capacità cognitiva cerebrale di formare correlazione che espressa attraverso la metafora assume, seguendo le considerazioni di Model riportate da Calamandrei, la funzione fondamentale di interpretare la memoria inconscia delle sensazioni somatiche, proprio perché le memorie emotive formano categorie basate sulla similitudine metaforica. In quest’orizzonte teorico, le metafore si formerebbero quindi, sostiene Calamandrei, proprio nell’interazione tra percezione e motricità e analizzate nella prospettiva che si basa sul concetto di mente incarnata ovvero di mente radicata basilarmente nel corpo, sono rese somiglianti per analogia le cose. Il significato cognitivo delle metafore è dunque strutturale per il pensiero metaforico che è stato per qualche millennio il tipo di pensiero proprio dei cacciatori-raccoglitori fino all’introduzione del linguaggio e ha costituito la fonte della loro immaginazione e creatività. Ciò confermerebbe come sostenuto da Calamandrei, che la competenza qualitativamente più elevata dell’elaborazione cognitiva non sembra essere coinvolta nella creazione primitiva delle immagini, avallando dunque l’esistenza dello stato mentale inconscio in cui opera la creatività.

Pertanto, seguendo ancora le teorizzazioni di Freud si determina un cambiamento qualitativo nel processo di pensiero quando alla sola rappresentazione della cosa nell’immagine, si aggiunge una denominazione ovvero la rappresentazione di parola che consentirebbe il passaggio dal Processo Primario al Processo Secondario. E’ quest’ultimo che per Freud è preconscio, più adulto e civilizzato ad essere caratterizzato dal linguaggio. Ne consegue che la rappresentazione verbale gioca dunque un ruolo importante di associazione significativa che vede nel Processo Secondario lo stabilirsi di un legame che connette le due rappresentazioni “cosa” e “parola” e attraverso il quale la capacità manifestata dalla mente nel produrre questo accoppiamento genera la creazione dell’organizzazione superiore. Nelle teorizzazioni di Freud, è dunque già esplicita la comprensione che nella formazione del Processo Secondario il linguaggio non è un semplice atto di denominazione ma un esprimersi attraverso le parole che si configura come una modalità di pensiero che ha un ruolo essenziale seppur non esclusivo nello sviluppo della funzione simbolica attraverso la quale l’acquisizione dei concetti simbolici che come noto rimanda alla rivoluzione sintattica o come la definisce Calamandrei rivoluzione dello scambio, costituisce anche il presupposto dell’intersoggettività nella misura in cui rappresenta una modalità del linguaggio attraverso la quale il Sé si modella in senso cognitivo rispetto all’interazione con gli altri Sé al fine di una condivisione di significato attribuita all’oggetto a cui il simbolo rimanda. Il simbolo, a differenza della metafora che sostituisce un termine proprio con uno figurato, rimanda a qualsiasi elemento atto a suscitare nella mente un’idea diversa da quella offerta dal suo immediato aspetto sensibile ma capace di evocarla.

Nell’elaborazione del pensiero simbolico, di conseguenza, a differenza dell’elaborazione del pensiero metaforico, l’oggetto perde le sue caratteristiche individuali per trasformarsi in una rappresentazione che contiene tutte le possibili variazioni dell’oggetto. La capacità di trasmissione di tali rappresentazioni generate da un’attività mentale individuale ad altre menti dipende dalla condivisione dell’esperienza che deve essere simile per tutte le menti e che rimanda al concetto di ambiente culturale condiviso. La rappresentazione verbale, quindi, consente di comprendere in maniera cosciente ciò che avviene internamente, rendendosi palese come qualcosa che viene dall’esterno.

Strade di identità creatività oggi: generare e condividere un mondo nell’indistinzione dei limiti tra noi e gli altri percorrendo lo spazio evolutivo del pensiero simbolico e del linguaggio

Come sintetizzato da Calamndrei, dato che il simbolismo è un’acquisizione intersoggettiva che deve quindi essere appresa, il linguaggio è anche lo strumento che dall’esterno plasma la nostra mente e che, fin dai tempi antichi, noi tutti utilizziamo per pensare con noi stessi al modo in cui pensano gli altri. Da questo meccanismo Calamandrei ci invita a poter dedurre che tutto ciò che può determinare la nostra comprensione, anche degli stati emotivi interni, è qualcosa che abbiamo già percepito, che proviene dall’esterno, che è simbolico e sociale, appreso nel rapporto materno prima e riflesso nel rapporto con gli altri poi.

In questa prospettiva si può allora condividere la tesi secondo la quale l’elemento determinante per il progresso della nostra specie è stata la conquista cognitiva di poter mantenere un’intesa tra due persone su di uno stesso obiettivo quale un’unità di intenti o di emozioni e significati e quindi di poter imparare ad utilizzare i simboli, sviluppando il Processo Secondario e poi potersi esprimere compiutamente attraverso il linguaggio. È in questi termini che la teoria psicoanalitica seppur non si è occupata molto della formazione del linguaggio ma solamente del suo aspetto razionale, anche se ha sempre sottolineato il potere evocativo delle parole, in quanto intimamente connesse con il loro essere degli atti senso-motori, ritiene che l’intenzionalità e l’emotività inconscia siano una forma di pensiero che può essere comunicata e percepita, compresa da un’altra persona attraverso una relazione identificativa tale per cui la nicchia ecologica in cui si è sviluppato l’uomo è stata modellata, fin dall’inizio, dalla sua capacità di intenzionalità inconscia condivisa.

In tale relazione, afferma Calamandrei, Il Sé partecipa e modella l’ambiente umano e viene alterato da ciò che percepisce, ma è anche vero che ciò che percepisce è una creazione del Sé. In questo gioco di contaminazione di strutturazione interna ed esterna i cambiamenti psicologici sono sinonimo di crescita solo in persone che hanno la capacità di integrare le nuove esperienze e si sanno modificare. Ne consegue che la costituzione del Sé non è mai definitiva ma costantemente soggetta a cambiamenti per i quali come Calamandrei ha ampiamente argomentato l’interazione con l’ambiente procede attraverso l’attivazione di nuove funzioni o lo sviluppo di nuovi pensieri il cui evolversi dipende da quell’attività mentale spontanea attraverso la quale la mente si auto-costruisce fin dalle prime percezioni, attraverso il processo di appropriazione soggettiva.

Questo potenziale di auto-creazione opera soprattutto durante l ‘acquisizione della metafora prima e del simbolo verbale poi quando cioè trasforma la sensazione corporea in strumento cognitivo per comprendere il mondo circostante. Infatti, se la metafora costituisce la base del pensiero inconscio ed è uno strumento a sostegno del processo di identificazione e soggettivazione, il simbolo costituisce l’emblema della comunicazione umana in quanto, come afferma Calamandrei solo gli uomini comunicano utilizzando simboli e pensare per simboli è dunque ciò che ci rende essenzialmente esseri umani.

Il pensiero simbolico, quindi, emerge insieme con i cambiamenti anatomici del cervello, della società e della comunicazione collettiva agli albori dell’umanità, per evolvere poi compiutamente attraverso la scoperta e l’utilizzo del linguaggio definito nella prospettiva antropologica “pieno” o complesso.

Quando il linguaggio è divenuto “pieno” dal punto di vista psicologico, sostiene Calamandrei, significa che la nostra mente è andata incontro a modificazioni, in quanto ascoltare e capire qualcuno che sta parlando con noi, ci consente di identificarci, di diventare l’altro o piuttosto di lasciare che l’altro diventi per un breve istante parte di noi.

Il linguaggio pertanto, da quando si è sviluppato, è stato l’agente fondamentale dell’articolazione della complessità delle esperienze e dei processi di pensiero, poiché ne ha reso espliciti gli elementi e i nessi, rendendo possibile l’organizzazione strutturale della mente in cui ogni vera creatività si manifesta allora nei cambiamenti interiori e costringe la mente a spingersi oltre i limiti delle proprie possibilità già raggiunte.

Probabilmente, insomma, afferma Calamandrei, senza il linguaggio o qualche altra forma di significazione senso-motoria che strutturasse il processo del pensiero, l’umanità non si sarebbe evoluta oltre il Processo Primario.

Da ciò consegue che il funzionamento mentale, nel suo strutturarsi evolve dalla necessità di creare legami differenzianti dall’esperienza globale primitiva attraverso un conoscere insieme. Ciò implica per Camalmandrei che una caratteristica particolare del nostro cambiamento psicologico e della crescita della mente è dunque il suo manifestarsi sul limite della interazione con gli altri che costituisce lo spazio dove ciò che avviene è già un fenomeno intersoggettivo, in quanto si realizza in una condivisione che implica le identificazioni incrociate che includono anche quella parte di mondo che si costituisce come “non-me” e che esige inevitabilmente, un cambiamento interno per essere integrato.

In quest’ottica, lo spazio dell’esperienza culturale è allora l’area dove si realizza la coscienza di Sé e delle relazioni interpersonali, dove queste vivono attraverso le identificazioni e l’empatia. Pertanto, raggiungere un’ identità creativa afferma Calamadrei significa dunque scambiare emozioni attraverso le identificazioni ed è in questi termini che l’ identità creativa può configurarsi per Calamandrei come il confronto in cui il nostro Sé si integra nello scambio delle identificazioni, si eleva nel livello di comprensione, grazie all’indistinzione dei limiti tra noi e gli altri, quando cioè lasciamo l’opportunità che nell’incontro venga concessa un’occasione per l’attività creativa inconscia.

Concludendo il libro di Calamandrei si potrebbe definire come un lungo viaggio orientato non alla ricerca dei presupposti psicologici e neuro-scientifici della costituzione dell’ identità creativa ma indirizzato all’ esplicitazione degli stessi come assunti a partire dai quali è possibile, seguendo una mappatura ben definita dalle traiettorie delle strade percorse dalla teoria psicoanalitica, dalle conoscenze neuro-scientifiche e dalle teorie prodotte da tutti gli altri contributi disciplinari, giungere ad un comune punto d’arrivo in cui la concettualizzazione della locuzione di identità creativa potrebbe essere considerata come una delle più arcaiche intuizioni dell’umanità in quanto è nell’ accezione creativa che l’identità può configurarsi come l’ unica possibilità di evoluzione per l’essere umano dai tempi in cui può definirsi tale e al contempo come l’unica possibilità di non estinzione per il genere umano oggi a condizione però che se si acquisisca il significato attribuito da Calamandrei alla creatività che nella sua spontaneità e libertà di procedere concede all’ identità la capacità di effettuare un cambiamento ogni volta che è necessario consentendoci di non regredire nello stato dell’indistinto fusionale dal quale con tanta fatica ci siamo evoluti.

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Bibliografia

  • Calamandrei, S. (2016). L’identità creativa. Psicoanalisi e neuroscienze del pensiero simbolico e metaforico. Franco Angeli Editore
State of Mind © 2011-2017 Riproduzione riservata.
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