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Ho avuto solo molta fortuna. Biografia intellettuale di Daniel Bovet (2006) di D. Cozzoli – Recensione del libro 

Daniel Bovet, premio Nobel per la medicina 1957 fu tra i padri della psicobiologia. La sua storia narra anche di un’epoca della ricerca scientifica.

ID Articolo: 147566 - Pubblicato il: 25 luglio 2017
Ho avuto solo molta fortuna. Biografia intellettuale di Daniel Bovet (2006) di D. Cozzoli – Recensione del libro 
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La storia di Daniel Bovet viene raccontata da Daniele Cozzoli, ricercatore romano trapiantato a Barcellona, in una brillante biografia intellettuale. Si tratta della storia di un uomo ma anche di un’epoca della ricerca scientifica.

 

Messaggio pubblicitario Daniel Bovet vinse il premio Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1957, dopo essere stato tra i candidati già in almeno altre due occasioni. A lui si devono infatti la scoperta del principio attivo del sulfamide (il primo farmaco batteriostatico), la creazione degli antistaminici (i primi farmaci antiallergici), la sintesi dei curari artificiali, che vennero utilizzati su larga scala come anestetici. Fu infine uno dei padri della psicobiologia, contribuendo largamente alla sua diffusione nel nostro paese, come ricorda anche Alberto Oliverio nella sua commossa prefazione.

La storia di Daniel Bovet viene raccontata da Daniele Cozzoli, ricercatore romano trapiantato a Barcellona, in questa brillante biografia intellettuale. Si tratta della storia di un uomo ma anche di un’epoca della ricerca scientifica, nella quale l’idea di una collaborazione trans-nazionale europea era evidentemente già possibile, anche se senza il sostegno della politica (per voler usare un’espressione eufemistica).

Daniel Bovet e i suoi contributi alla scienza medica

Figlio di uno svizzero e di una francese, Daniel Bovet studiò a Ginevra e ottenne un posto di rilievo all’Istituto Pasteur di Parigi, dove conseguì i suoi primi importanti risultati sugli antimicrobici nel 1936, perfezionando la scoperta di un chimico tedesco, Gehrard Domagk, che a sua volta aveva messo a frutto le idee di un altro scienziato tedesco, Paul Ehrilch. Questi era partito dall’idea che la proprietà di alcuni coloranti, di legarsi solo ad alcune cellule o tessuti (proprietà già utilizzata, per esempio, in microscopia), potesse essere sfruttata per individuare dei composti che attaccassero soltanto gli agenti patogeni estranei all’organismo umano, senza danneggiare l’organismo stesso.

Il programma di ricerca si rivelò estremamente efficace e consentì una collaborazione tra ricerca e industria, prima in Germania e poi in Francia. Fu infatti il legame tra l’Istituo Pasteur e l’industria farmaceutica Rhône-Poulenc a finanziare, tra l’altro, le ricerche di Daniel Bovet. Parallelamente alle ricerche sui sulfamidici, Daniel Bovet ne aveva iniziate altre su farmaci che fossero in grado di contrastare la produzione di istamina negli organismi allergici: nel 1937 la Rhône-Poulenc venne informata che la prima molecola antistaminica era stata sintetizzata: avrebbe assunto il nome commerciale di antergan.

La Seconda guerra mondiale ebbe un effetto abbastanza paradossale sulla competizione tra ricerca farmaceutica francese e tedesca: inizialmente la Bayer avrebbe voluto assorbire le aziende rivali di oltre Reno. Tuttavia, i Tedeschi non occuparono tutta la Francia, per non far collassare l’impero coloniale francese (del che avrebbero beneficiato gli Alleati, piuttosto che la Germania) e similmente decisero di non appropriarsi di tutte le fabbriche francesi (tra le conseguenze vi sarebbe stato l’assorbimento, da parte alleata, delle sussidiarie francesi all’estero). Nacque così un rapporto di collaborazione tra ricerca industriale francese e tedesca, che comprensibilmente diede origine in seguito ad accuse di collaborazionismo nei confronti dei dirigenti francesi degli istituti e delle industrie coinvolti. Tra le persone cadute in disgrazia per questa ragione vi fu Ernest Fourneau, che era stato il nume tutelare di Daniel Bovet all’Istituto Pasteur.

Daniel Bovet in Italia: l’incontro con Domenico Marotta

Daniel Bovet, comprensibilmente in difficoltà, decise di accettare l’offerta di proseguire le sue ricerche in Italia, formulata da Domenico Marotta, che dirigeva l’Istituto Superiore di Sanità. Marotta, in effetti, voleva portare in Italia con Daniel Bovet, già notissimo, anche colei che nel frattempo era diventata sua moglie, Filomena Nitti, e il fratello di lei Federico. Tutti e tre erano ricercatori dell’Istituto Pasteur, ma gli ultimi due erano anche i figli di Francesco Saverio Nitti, il politico liberale. Marotta, quindi, presumibilmente intendeva tanto acquisire tre scienziati di alto livello, quanto ottenere il favore di un uomo che prometteva di svolgere un ruolo importante nella nuova Italia.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia La scelta di Marotta non fu indovinata dal punto di vista politico (Nitti non riuscì a costruire un blocco liberale dominante come si prefiggeva) ma risultò straordinariamente felice per le sorti scientifiche dell’Istituto Superiore di Sanità, che attraversò una stagione di clamorosi successi, culminata con il Nobel a Daniel Bovet. Marotta riuscì infatti a portare all’Istituto anche Ernest Boris Chain, inglese, che aveva a sua volta già vinto il Nobel nel 1945 con Alexander Fleming e Howard Forley per gli studi della penicillina. In seguito, per merito di Marotta, arrivò all’Istituto anche Rita Levi Montalcini. Per un certo periodo, quindi, all’Istituto Superiore di Sanità lavoravano fianco a fianco tre persone di tre diverse nazioni europee, che erano state o sarebbero state insignite del Nobel per la medicina.

L’istituzione diventò un centro di ricerca noto e invidiato in tutto il mondo. Daniel Bovet, in particolare, scoprì nel suo laboratorio romano le proprietà “curarizzanti” della succinilcolina, che risulta un anestetico efficace, di effetto breve e di scarsa tossicità. Si trattò, probabilmente, della sua ricerca più importante in campo medico.

Quando l’Istituto era all’apice dei suoi successi, tuttavia, accadde qualcosa che agli occhi di un lettore contemporaneo risulta piuttosto straniante. Un impiegato (ex-repubblichino) che si riteneva ingiustamente licenziato dall’Istituto, consegnò a un deputato comunista documenti che a suo avviso provavano gravi irregolarità amministrative di Marotta e lo indusse a presentare delle interrogazioni parlamentari. “L’Espresso” gridò allo scandalo. Un ricercatore dell’Istituto, tale Giuseppe Penso, pubblicò un pamphlet in cui sosteneva che solo sotto il fascismo l’Istituto aveva svolto il suo giusto ruolo, essendo ora diventato un inutile centro di ricerca pura. Marotta venne accusato dalla magistratura di peculato e falso ideologico. Il risultato fu che l’Istituto si sfaldò, i ricercatori più importanti se ne andarono altrove e il centro di ricerca farmacologica più importante che l’Italia abbia mai ospitato perse definitivamente la propria importanza. Dopo anni di processi e condanne inizialmente gravi, a Marotta venne infine comminata una pena abbastanza lieve da rientrare in un’amnistia ed evitare gli strascichi che un completo ribaltamento della sentenza iniziale avrebbe marcato.

Daniel Bovet su memoria e comportamento

Daniel Bovet divenne nel frattempo professore universitario, a Sassari. Negli anni sessanta, le sue ricerche si concentrano sull’effetto di alcune sostanze chimiche sul comportamento e la memoria. All’interesse per questi argomenti contribuì, tra l’altro, l’amicizia con un altro illustre personaggio di origine ginevrina: Jean Piaget. Daniel Bovet si convinse che il comportamento avesse basi genetiche, la cui influenza poteva essere mediata dall’ambiente. Definì infine il comportamento come un fenotipo, ritenendo che alcuni suoi aspetti potessero essere automatizzati. Anche in questo campo le ricerche di Daniel Bovet risultarono all’avanguardia, aprendo la strada a quelle di James McGaugh all’ UCLA. Nel 1966, Daniel Bovet fu chiamato ad occupare la prima cattedra di Psicobiologia dell’Università di Roma “La Sapienza”, che avrebbe occupato fino alla pensione.

In sintesi, “Ho avuto solo molta fortuna” (il cui titolo felicemente evoca l’understatement di Bovet) è un libro utile, ben documentato, che racconta vicende che attraversano alcuni momenti decisivi della Storia della scienza del Novecento.

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Bibliografia

  • Cozzoli, D. (2016). Ho avuto solo molta fortuna. Biografia intellettuale di Daniel Bovet (1907-1992). Carocci, Roma.
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