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Prevaricazione: è il piacere o l’essere popolare che porta a disimpegnarsi moralmente?

I meccanismi che spiegherebbero il bullismo potrebbero essere quelli del disimpegno morale, che prevedono l'attribuzione della colpa alla vittima.

ID Articolo: 147297 - Pubblicato il: 14 luglio 2017
Prevaricazione: è il piacere o l’essere popolare che porta a disimpegnarsi moralmente?
Messaggio pubblicitario Università di Psicologia Milano - SFU 01-2017
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La letteratura (es. Caravita & Gini, 2010; Menesini et al., 2003; Gini, 2006; Thornberg & Jungert, 2014) oltre a evidenziare che i prepotenti sono più propensi a mettere in atto i meccanismi di disimpegno morale, e che i meccanismi da essi più utilizzati sono l’attribuzione di colpa alla vittima e la giustificazione morale evidenzia che anche gli altri ruoli di partecipazione al bullismo sono in relazione con il disimpegno morale

Elisa Donghi, OPEN SCHOOL PTCR MILANO

 

Bullismo e prevaricazione: definizione del fenomeno

Messaggio pubblicitario Sempre più spesso nella nostra società si sente parlare di bullismo. I fatti di cronaca riportano frequentemente episodi di prevaricazione, di soprusi tra coetanei, tra membri del gruppo. Emerge quindi la necessità di chiarire e approfondire il fenomeno del bullismo.

Il primo autore che ha dato una definizione al fenomeno è stato Olweus: “uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni” (Olweus, 1993; pp. 11-12). Per parlare di bullismo devono essere presenti: l’intenzionalità ossia la volontà di procurare un danno, fisico o psicologico, alla vittima; la reiterazione nel tempo delle azioni negative; e lo squilibrio di potere tra bullo e vittima derivante dalla forza fisica, dal possesso di risorse materiali e/o sociali o da un’asimmetria psicologica (Olweus, 1993). Il bullismo si declina in due tipologie: bullismo diretto e indiretto/relazionale. Quando si parla di bullismo diretto si fa riferimento ad azioni di tipo fisico come calci, pugni, schiaffi, furto o sottrazione di oggetti della vittima (bullismo diretto fisico) e ad azioni di tipo verbale come forme di insulto, derisione, prese in giro e nomignoli (bullismo diretto verbale); mentre si parla di bullismo indiretto/relazionale quando si è in presenza di diffusione di maldicenze, isolamento sociale e manipolazione dei rapporti di amicizia della vittima (Caravita, 2004).

Quando si pensa al prepotente l’immaginario lo prefigura come una figura maschile dotata di elevata aggressività. La letteratura (Olweus, 1993; Fonzi, 1999; Psalti, 2012) ci mostra invece che il fenomeno è diffuso in uguale misura tra maschi e femmine seppure con modalità differenti. I maschi mettono più in atto azioni di bullismo fisico (calci, pugni, aggressioni) e quindi una modalità che risulta più visibile e appariscente; le femmine invece utilizzano forme più sottili, subdole e quindi meno visibili come quelle del bullismo indiretto (diffusione di maldicenze, esclusione sociale); anche se negli ultimi tempi si registra un aumento del bullismo fisico anche tra quest’ultime.

I ruoli assunti da chi è coinvolto nel fenomeno del bullismo

Quando si parla di bullismo non bisogna dimenticare che è un fenomeno di gruppo, relazionale. È all’interno della dimensione di gruppo che il fenomeno si alimenta e si protrae nel tempo. Il bullismo, infatti, non coinvolge solo la diade bullo-vittima, ma come hanno messo in evidenza Salmivalli e colleghi (1996) coinvolge tutti i membri di un gruppo, interessa tutti i rapporti.

Nello specifico sono stati identificati sei ruoli: bullo, colui che mette in atto le prepotenze; aiutante del bullo, più passivo del bullo, lo aiuta materialmente nella messa in atto delle prevaricazioni; sostenitore del bullo, non partecipa in modo attivo alle prepotenze ma le sostiene, mostrando approvazione; vittima, colui che subisce le prevaricazioni, può essere “passiva”, tipologia che rappresenta la maggior parte delle vittime ossia timida, insicura e poco in grado di difendersi o “provocatrice” ossia irritabile, irrequieta, che reagisce alla prevaricazione “provocando” in questo modo il bullo; difensore della vittima, colui che prende posizione a favore di chi subisce prepotenze, sia consolandolo, sia contrastando apertamente i prevaricatori e infine esterno, colui che seppur a conoscenza delle prevaricazioni, non si schiera né a favore del bullo, né della vittima.

Il ruolo del gruppo risulta essere ancora più rilevante, se consideriamo che quando si entra a far parte di un gruppo se ne condividono valori, norme, regole e soprattutto all’interno di esso ognuno si crea il proprio status sociale- posizione che si occupa nel gruppo dei pari. Con il termine status sociale ci riferiamo a due dimensioni, la preferenza sociale che delinea il livello di accettazione e rifiuto da parte dei pari e la popolarità percepita ossia il grado in cui un individuo è ritenuto dai pari influente, visibile, e occupante una posizione di rilievo (Parkhurst & Hopmeier, 1998). Se consideriamo la figura del bullo quest’ultima risulta controversa. Da un lato il prepotente è rifiutato, non piace, gode quindi di un basso livello di preferenza sociale; dall’altro però ha un elevato livello di popolarità percepita, è considerato dal gruppo come influente, visibile e importante.

Il disimpegno morale e il bullismo

Nonostante il bullismo sia un fenomeno relazionale, il bullo trovi sostegno nel gruppo dei pari e venga considerato un modello da imitare, spesso i pari nutrono un atteggiamento negativo verso le prevaricazioni, non le comprendono e le considerano degli atti sbagliati e ingiusti (Caravita, Miragoli, & Di Blasio, 2009). Ci si potrebbe quindi chiedere come fanno il bullo e i suoi sostenitori a compiere le prevaricazioni, a portare a termine un’azione considerata negativa, sbagliata, senza sentirsi in colpa, senza sentire il peso della dissonanza cognitiva tra valori e azioni.

Una spiegazione ci viene fornita da Bandura (1986), il quale oltre a sottolineare che l’aver acquisito principi morali, non implica necessariamente, agire sempre in maniera corretta, ha postulato l’esistenza del “disimpegno morale” ossia di meccanismi, processi, tramite i quali l’individuo si autogiustifica, disattiva parzialmente o totalmente il controllo morale mettendosi al riparo da sentimenti di svalutazione, senso di colpa e vergogna (Bandura, 1996).

Bandura (1986; 1996) ha individuato otto meccanismi di disimpegno morale: alcuni di essi agiscono sulla condotta immorale, rendendola più accettabile tramite il ricorso a principi superiori, giustificazione morale; eufemismi, etichettamento eufemistico; confronto con azioni peggiori, confronto vantaggioso. Altri meccanismi agiscono ridefinendo la responsabilità dell’azione compiuta che viene suddivisa tra più persone, diffusione della responsabilità, o riversata su altri, dislocamento della responsabilità o minimizzando le conseguenze delle azioni, distorsione delle conseguenze. Infine ci sono due meccanismi che si concentrano sul ruolo della vittima, la deumanizzazione della vittima per cui chi subisce viene privato della sua dignità, parificato a un essere inferiore e l’attribuzione di colpa alla vittima per cui la vittima è ritenuta responsabile, colpevole di ciò che le accade, che subisce.

La letteratura (es. Caravita & Gini, 2010; Menesini et al., 2003; Gini, 2006; Thornberg & Jungert, 2014) oltre a evidenziare che i prepotenti sono più propensi a mettere in atto i meccanismi di disimpegno morale, e che i meccanismi da essi più utilizzati sono l’attribuzione di colpa alla vittima e la giustificazione morale evidenzia che anche gli altri ruoli di partecipazione al bullismo sono in relazione con il disimpegno morale. Nello specifico si sono trovate associazioni negative tra disimpegno morale e i ruoli di difensore ed esterno, mentre associazioni positive tra sostenitore, aiutante del bullo e disimpegno morale (Gini, 2006; Obermann, 2011; Thornberg & Jungert, 2014). Altri studi (Garandeau & Cillessen, 2006; Caravita, Salmivalli, & Di Blasio, 2009) hanno evidenziato, inoltre, che coloro che sono percepiti popolari hanno livelli più alti di disimpegno morale, che i prepotenti tramite le azioni negative cercano di mantenere stabile la propria posizione di rilievo nel gruppo e che i meccanismi di disimpegno morale, appresi all’interno del contesto sociale, tendono a diffondersi anche all’interno delle reti amicali (Caravita, Sijtsema, Rambaran, & Gini, 2014)

Se quindi vi è una relazione tra ruoli di partecipazione al bullismo e disimpegno morale, il prepotente utilizza i meccanismi di disimpegno per portare a termine le azioni negative e soprattutto gode da un lato di un’alta popolarità percepita ma dall’altra di una bassa preferenza sociale, ci si potrebbe chiedere, nel momento in cui si mette in atto un’azione di bullismo, ciò che porta a disimpegnarsi nei confronti della vittima (disimpegno morale focale): “È il piacere o l’essere visibile?

Per rispondere a questo quesito si fa riferimento ad un lavoro di ricerca affrontato in una tesi di laurea magistrale (Donghi, E: Il disimpegno morale in rapporto al bullismo: fattori individuali e di contesto. Uno studio su bambini e preadolescenti. Tesi di laurea magistrale non pubblicata, Milano: Università Cattolica del Sacro Cuore, 2011). Nello studio si è preso in considerazione un campione di 1023 ragazzi (52,6% maschi) appartenenti alle classi quarta e quinta di 6 scuole primarie e alle tre classi (prima, seconda, terza) di 5 scuole secondarie di primo grado di Milano e provincia. Sono stati utilizzati una batteria di strumenti di auto ed etero valutazione, la cui somministrazione è avvenuta in classe, in media per due ore. Gli strumenti impiegati sono stati: Questionario “I miei compagni di classe” (Caravita, Gini & Pozzoli, 2010, non è mai stato pubblicato), Nomina sociometrica sullo status (Cillessen & Mayeux, 2004), Questionario sulla percezione delle regole morali e socio-convenzionali (Caravita et al., 2009), Questionario degli atteggiamenti rispetto al bullismo (Salmivalli et al., 2004; Pozzoli & Gini, 2010), Scala del disimpegno morale (Bandura, Caprara & Pastorelli,1995) e Scala del disimpegno morale focale (Caravita & Gini, 2010).

Ciò che è emerso da questo studio è in linea con la letteratura. Le analisi statistiche che sono state effettuate sono state: la correlazione r di Pearson tra le variabili di disimpegno morale semplice e di disimpegno morale focale. Sono stati calcolati gli indici di correlazione r di Pearson tra disimpegno morale focale e le variabili di: sesso (maschio= 0, femmina= 1; correlazione punto-biseriale), trasgressione morale, moral motivation, atteggiamenti pro-vittima, preferenza sociale, popolarità percepita, ruoli (standardizzati per età) ed atteggiamenti aggregati (gli atteggiamenti condivisi e sostenuti all’interno del gruppo classe. Per ottenerli è stato calcolato il punteggio medio specifico per ogni classe). È stata calcolata, inoltre, la correlazione tra le variabili sopra citate e gli atteggiamenti pro-vittima. Infine i dati sono stati sottoposti alla regressione lineare per blocchi prendendo in esame sia il campione complessivo che i sottocampioni di scuola primaria e secondaria di primo grado. Nelle tre configurazioni è stata considerata come variabile dipendente il disimpegno morale focale mentre come variabili indipendenti: il sesso (maschio= 0, femmina= 1) (blocco 1), la trasgressione morale, i ruoli di bullismo, la moral motivation (blocco 2), la preferenza sociale e la popolarità percepita (blocco 3), i termini di interazione tra status e le variabili di trasgressione morale e moral motivation (blocco 4) infine gli atteggiamenti aggregati di classe (blocco 5).

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Da queste analisi risulta che il disimpegno morale focale sia più diffuso tra i maschi se consideriamo il campione nella sua totalità ossia scuola primaria e secondaria di primo grado (beta= -.08 p<.05). Se consideriamo, invece, la distinzione tra scuola primaria e secondaria di primo grado, l’essere maschio e il maggior disimpegno morale focale è significativo solo a livello della scuola primaria (beta= -.15 p< .05). Considerando la relazione tra ruoli di partecipazione al bullismo e disimpegno morale focale emerge che nel campione totale (scuola primaria e secondaria di primo grado) l’essere bullo, il sostenere la prevaricazione, porta a disimpegnarsi maggiormente (beta= .08 p= .05) mentre essere difensore della vittima (beta= -.09 p< .05) ed esterno (beta= -.01 p< .05) è associato a livelli inferiori di disimpegno morale focale.

Una precisazione rispetto al ruolo di esterno ci viene fornita da Obermann (2011). L’autrice ha evidenziato l’esistenza di due tipologie di esterno, l’esterno-colpevole che si sente in colpa per il non schieramento nelle situazioni di bullismo e l’esterno-indifferente che assiste alle prepotenze senza sentirsi responsabile; quest’ultimo forse proprio per mantenere un atteggiamento di indifferenza si disimpegna maggiormente rispetto all’esterno-colpevole e al difensore della vittima. Tornando ai nostri dati, se consideriamo la distinzione tra scuole, emerge che nella scuola primaria, solo il non difendere la vittima porta a un maggiore disimpegno morale focale (beta= -.11 p= .05) mentre nella scuola secondaria di primo grado ciò che porta a disimpegnarsi è l’essere un bullo, sostenere la prevaricazione (beta= .18 p< .05).

E per quanto riguarda lo status sociale, preferenza sociale e popolarità percepita? Se consideriamo il campione nella sua totalità, solo avere un alto livello di popolarità percepita porta a disimpegnarsi (beta= .13 p< .05). Nelle due scuole emerge invece che nella scuola primaria ciò che porta a disimpegnarsi è il non piacere, avere una bassa preferenza sociale (beta= -.13 p< .05) mentre, nella scuola secondaria di primo grado ciò che porta a disimpegnarsi è l’avere un’alta popolarità percepita, l’essere considerato visibile ed influente (beta= .17 p< .05).

Questo studio, quindi, oltre che a confermare la relazione tra disimpegno morale e bullismo (per una rassegna vedi Gini, G., Pozzoli, T., & Hymel, S., 2014) evidenza che il disimpegno morale è un fattore di rischio per il comportamento prepotente e che nella scuola primaria e secondaria di primo grado agiscono fattori diversi: nella scuola primaria ciò che porta a disimpegnarsi, a giustificare la prepotenza, è l’avere una bassa preferenza sociale ossia il non piacere, il non essere accettato dai pari, la non difesa della vittima e l’essere maschio; nella scuola secondaria di primo grado, invece, ciò che porta a disimpegnarsi è l’avere un’alta popolarità percepita ossia il ricoprire una posizione di rilievo, influente e l’essere un bullo, sostenere la prevaricazione.

 

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