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Le dimensioni esistenziali della Psicoterapia della Gestalt

Uno degli scopi della terapia della gestalt, è quello di reintegrare la frammentazione di parti alienate della persona in un insieme coerente e coeso

ID Articolo: 145854 - Pubblicato il: 17 maggio 2017
Le dimensioni esistenziali della Psicoterapia della Gestalt
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I concetti di totalità e individualità, di spazio e di tempo, di dicibile e indicibile, costituiscono le dimensioni fondanti in cui l’incontro terapeutico prende forma e sostanza.

 

Senza dubbio le sensazioni, le emozioni e i pensieri di coloro i quali abitano il setting, costituiscono lo sfondo dinamico in cui la relazione terapeutica si può sviluppare, divenendo lo strumento principale per un potenziale cambiamento, ma la cornice in cui si inscrive tale processo è delimitato, inevitabilmente, da variabili temporali e spaziali. Ogni rapporto, che sia con noi stessi, con l’altro o con l’ambiente, è definito da criteri spazio-temporali, in cui la persona può osservarsi e percepirsi nel suo essere nel mondo.

Messaggio pubblicitario Percepirsi unici e nello stesso tempo parte di un tutto, attraverso l’armonizzazione dinamica delle parti che compongono la nostra interiorità, costituisce molto probabilmente lo scopo della nostra esistenza; la ricerca d’equilibrio, che muove continuamente i flessibili confini tra l’ambiente e l’uomo, tracciandone un’area virtualmente condivisa, disegna la nostra esistenza. Questo fluire, un passaggio costante tra essere e divenire, è l’energia con cui l’uomo si attiva, muove e si relaziona all’interno del suo campo vitale.

Una delle funzioni della relazione è quella di rendere più spontanee e fluide le manifestazioni tra totalità e l’individualità, che altrimenti parrebbero discordanti e incoerenti. Quando la connessione tra individuazione e appartenenza avviene in questo modo, senza eccessive pressioni dell’ambiente, l’individuo può sperimentare maggiormente il suo senso interiore di persona umana che trascende se stessa, per mezzo della sua stessa esistenza.

Martin Heidegger, a riguardo, afferma:

Ad ogni pensante è assegnata sempre e soltanto una via, la sua: nelle cui tracce egli deve sempre vagare, per attenersi infine a essa come alla propria via, la quale però mai gli appartiene.

Uno degli scopi della terapia gestaltica, è quello di reintegrare la frammentazione di parti alienate della persona in un insieme coerente e coeso. Le multipolarità del sé, che in alcune patologie vengono rimosse, alterate o addirittura negate, con le funzioni e le competenze relazionali, sono riprese e unite tra loro come una trama. Questo processo di riappropriazione di “frammenti” del sé (disconosciuti e misconosciuti), l’intreccio di questi mille fili, come la tessitura di una stoffa, è lento e faticoso e niente affatto spontaneo. Le unioni che contemporaneamente agiscono nell’individuo, definendo la sua complessità, prendono forma grazie alla narrazione e all’ascolto di due vite che hanno deciso di svelarsi.

 

Il “qui-ed-ora” e lo spazio condiviso

Negare la successione temporale, negare l’io, negare l’universo astronomico, sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete. Il nostro destino non è spaventoso perché irreale; è spaventoso perché irreversibile e di ferro. Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ed io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ed io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ed io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.

(Nuova confutazione del tempo, J. L. Borges)

Una delle esperienze più significative che l’individuo esperisce e che sfugge continuamente alla sua consapevolezza, è lo scorrere del tempo. Non accorgersi del suo fluire continuo e inarrestabile, eccetto in alcuni istanti della giornata, in cui avvenimenti ci costringono a farlo, non è un’inquietudine nuova. Orazio, nelle sue Odi e epodi, esorta appassionatamente Leuconoe a cogliere l’attimo, senza preoccuparsi del domani, Seneca scrive a Lucilio che ciò che è veramente nostro, è il tempo, e Martin Heidegger descrive il suo incedere, come un insieme di eventi che modellano e ampliano gli altri eventi in una successione irreversibile, e che definiscono l’essere per la morte. Sant’Agostino, nelle Confessioni, spinge il problema metafisico fino a chiedersi, se l’animo stesso sia il tempo, affermando che “io misuro il sentirmi nell’esistenza presente, non le cose che passano affinché esso sorga. E’ il mio sentirmi che misuro, quando misuro il tempo”.

In qualche modo il continuum di consapevolezza definito nella Terapia della Gestalt, tende a chiarire, concretamente, come questo sentire interiore ed esteriore si sviluppa. Fritz Perls sottolinea come gli individui che seguono la propria consapevolezza, si muovono in un percorso organicamente determinato, in cui ogni momento influenza quello successivo.

Quando è nato il tempo e cosa rappresenta la sua irreversibilità? Il tempo ha una barriera che ad oggi non può essere oltrepassata: 10-43 secondi. Questa è definita l’era di Planck, descritta da una formula matematica, scoperta dallo scienziato tedesco nel 1900. Essa determina nella materia, a livello microscopico, la prima quantizzazione di grandezze come l’energia, la quantità di moto e il momento angolare di una particella. Grazie alla costante denominata h, possiamo risalire alle originarie dimensioni dell’universo e alla sua età.

Tutto quello che oggi osserviamo, le galassie, i pianeti, la terra, le case, gli alberi ecc. era contenuto in una sfera di 10-33 centimetri, ovvero miliardi di miliardi di miliardi più piccola del nucleo di un atomo. Il nucleo dell’atomo è così piccolo che se ingrandissimo un oggetto, ad esempio un cellulare, fino a farlo divenire grande come il nostro pianeta, gli atomi che lo compongono avrebbero le dimensioni di una ciliegia. Queste sono le dimensioni e le distanze che intercorrono tra le particelle e le sub-particelle che ci formano. Oltre a questo, c’è il tema dello spazio vuoto.

La materia che compone la realtà che osserviamo è in gran parte fatta di vuoto. Eppure, anche tra queste distanze immense, questi tratti inimmaginabili, la materia si parla e si cerca. Una scoperta certamente nota a tutti, di Léon Foucault nel 1851, ci rivela che la natura è un insieme indivisibile in cui tutto è connesso: la totalità dell’universo sembra presente in ogni luogo e in ogni tempo. In atri termini, mentre sollevo la mia mano per scrivere, l’universo mette in moto infiniti equilibri.

Altri esperimenti quantistici, ci rivelano che la materia si determina, sceglie e in un certo qual modo ha una coscienza. Nel 1982, il fisico francese Alain Aspect osservò un’inspiegabile correlazione tra due fotoni che si allontanavano l’uno dall’altro. Ogni qualvolta uno dei due cambiava polarità, anche l’altro, a distanza di miliardi di chilometri, subiva la stessa alterazione. Questo fatto, tanto misterioso quanto affascinate, ad oggi ha soltanto un’interpretazione, quella di Niels Borh. Il fisico danese l’ha definito «l’inseparabilità dell’esperienza quantistica», ovvero le particelle pur se separate da distanze abissali, fanno parte di una totalità, e si comportano di conseguenza.

Questo breve excursus tra i fenomeni della fisica quantistica, ci può far comprendere come il micro e macrocosmo di cui siamo composti e a cui partecipiamo, sembrano avere come unica funzione quella comunicativa: che sia energia, interazione, interferenza, forza, vibrazione o quant’altro, la natura si scambia continuamente dati, poiché la più piccola parte di un tutto, costituisce il tutto e per dare un senso alla sua esistenza deve comunicare con il resto.

Proprio per tale ragione, e con ben altre valenze etiche, la persona ha la necessità di esprimersi e di comunicare ciò che prova, e la relazione terapeutica, riproduce attraverso il suo continuum di consapevolezza il fluire temporale dentro lo spazio esistenziale. Le competenze comunicative dello psicoterapeuta, forniscono lo spazio necessario al paziente per dare vita ai suoi pensieri e muoversi verso di essi; attraverso l’attenzione focalizzata e l’empatia incarnata, questo processo diviene sempre più preciso e creativo. Tali successioni così intense, rappresentano un metodo semplice e al tempo stesso sicuro per il lavoro in terapia. Il terapeuta è concentrato su ciò che sente, ascolta e vede all’interno della relazione che lentamente si dispiega. Con questo approccio, l’individuo percepisce la direzionalità data dall’intenzionalità relazionale, che permette di riorganizzare i propri pensieri in una concatenazione tra le varie esperienze narrate. Grazie a questo lavoro, si giunge ad una fluidità tra l’indicibile e il dicibile, che costituiscono la trama narrativa della relazione terapeutica che co-creano la dimensione dialogica.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Questo processo, che a prima vista può sembrare naturale e spontaneo, richiede la capacità di organizzare i pensieri (e le emozioni ad essi connesse) in sequenze logiche congruenti e coerenti tra loro, per essere condivise e raccontate. Questa fluidità la ritroviamo nei romanzi, nelle poesie, nelle fiabe, ma anche nella musica. Anche la psicoterapia, con le sue caratteristiche peculiari, rientra tra queste espressioni del sé della persona, come forma più consapevole di dialogo e di conversazione.

Il bisogno (anche biologico) di dare una forma coerente a ciò che esperiamo, ben si collega alle modalità espressive che la narrazione di qualsiasi tipo può rappresentare. In un contesto a due, lo psicoterapeuta è guidato, grazie alla sua sensibilità ed empatia a seguire le tracce e le parti del racconto mancanti, per completare, insieme al paziente, l’intera esperienza. Anche nel gruppo, il racconto di una storia assume immediatamente una valenza diversa, in quanto la persona che spontaneamente decide di narrare una propria esperienza, sente che la sua unicità fa parte di un tutto, dell’intera comunità.

Spesso i sentimenti vissuti e successivamente espressi da coloro i quali hanno fatto tali esperienze sono quelli di vivacità e autorealizzazione. Per chi lavora con i gruppi, sempre più si va consolidando la convinzione che le esperienze di questo tipo (comunitarie), vissute in contesti e condizioni sicure, hanno un potere costruttivo per la persona, soprattutto per quanto riguarda emozioni come la paura e la vergogna (Wheeler, 1991). La forma narrativa può avere una funzione terapeutica soprattutto se rapportate al dolore; spesso, infatti, assistiamo a come la nostra mente per difendersi dalla sofferenza automaticamente si concentra su quell’evento doloroso, escludendo tutto il resto. Il racconto di queste storie, in una modalità condivisa più ampia, possono in qualche modo allargare la prospettiva e modificare la visuale di chi in quel momento è troppo concentrato a focalizzare i suoi aspetti negativi. In questo modo, la persona lentamente diviene consapevole dalla sua capacità di cogliere in determinate esperienze, anche dolorosissime, quegli elementi positivi in grado di ristrutturare l’intera esperienza.

Questa è l’esperienza del noi, in cui ognuno dei partecipanti si sente coinvolto e attivo. Ciò evidenzia come il senso di appartenenza e la connessione tra le persone possa incrementare la sicurezza personale. Anche durante la relazione terapeutica individuale, possiamo osservare come si attua tale processo e quali meccanismi può attivare. Ad esempio, seguendo l’approccio psicanalitico Freudiano, il terapeuta può osservare quel fenomeno denominato transfert.

Ascoltando i racconti del paziente, si comprende come il contatto distorto con le figure di riferimento, può produrre comportamenti, difese, atteggiamenti stereotipati che durante la seduta vengono attribuiti al terapeuta. In questo spazio, in cui tale materiale psichico viene espresso, il terapeuta insieme al paziente inizia il suo lavoro di analisi e di elaborazione simbolica interpretativa. Questo modo di amplificare le esperienze, da parte della psicanalisi, è molto diverso da quello della psicoterapia della Gestalt. Essa affronta queste distorsioni nel qui-e-ora della relazione, sottolineando e descrivendo le esperienze che in quel determinato setting e in quel momento il paziente sta esperendo. Attraverso questo processo di amplificazione, il sentire viene intensificato nella relazione, raggiungendo un profondità ed emotività molto intense. Per questa ragione, l’aspetto etico, nel rapporto duale, deve essere sempre tenuto nella massima considerazione.

Un altro aspetto interessante che possiamo evidenziare, è quello relativo alla sincronicità nelle relazioni. Cosa si intende con questo termine? Molto spesso alcuni eventi delle nostre storie coincidono a quelle vissute da altri. Questo campo comune, questa somiglianza, o la sensazione di percepire le stesse sensazioni nello stesso tempo, fa sì che tale esperienza assuma una valenza fondante, unica.

Ci sentiamo appartenere ad una comune base trasmissibile e nello stesso tempo ci percepiamo distinti e inimitabili.

Se l’alternanza tra appartenenza e differenziazione avverrà con spontaneità, includendo gli elementi di freschezza e novità che emergono dal campo relazionale, la terapia avrà grandi possibilità per lo sviluppo, il cambiamento e la crescita dell’individuo. Tutto quanto descritto, costituisce lo sfondo e l’atmosfera in cui si relazionano il paziente e il terapeuta, che insieme stanno cercando una via inedita verso loro stessi. Questo è un approccio dialogico, estetico ed armonico della psicoterapia della Gestalt.

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Secondo la psicoterapia della Gestalt è importante che il paziente esprima le emozioni represse e ciò di cui è consapevole in quel momento.

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