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Talento sprecato? Una nuova prospettiva della psicologia dello sport: consulenza per una scelta più ponderata

La psicologia dello sport aiuterebbe a riconoscere il talento, indagando le risorse degli sportivi e dando un'attendibile previsione sui risultati futuri

ID Articolo: 145247 - Pubblicato il: 20 aprile 2017
Talento sprecato? Una nuova prospettiva della psicologia dello sport: consulenza per una scelta più ponderata
Messaggio pubblicitario Università di Psicologia Milano - SFU 01-2017
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Lo sport fornisce in continuazione esempi di “talento sprecato” che sono sotto gli occhi di tutti, la psicologia dello sport potrebbe esserci d’aiuto nel capire se vale la pena o meno investire sul proprio talento.

Luca Innocenzi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Talento sprecato. È qualcosa che accade da sempre e in diversi ambiti ma spesso le ragioni sono simili. Lo sport, in cui il talento è una delle sue prerogative, fornisce in continuazione esempi che sono sotto gli occhi di tutti.  La figlia della vicina che sognava di salire come prima ballerina sul palco della Scala, il compagno di banco delle superiori che poteva esordire in serie A o il tennista adolescente che batte il futuro n°2 del mondo senza poi lasciare tracce nella storia di quello sport.

Messaggio pubblicitario Tutte queste situazioni portano naturalmente a fare delle valutazioni e a domandarsi se vale la pena o no investire sul proprio talento o nel maggiore dei casi sul talento del proprio figlio a scapito di una normale vita da adolescente perché queste scelte vanno fatte quando ci si trova nel pieno dell’adolescenza, e non abbiamo certamente bisogno di spiegare quanto sia importante per un ragazzo godersela. Il risultato peggiore che possa verificarsi è quello di investire tempo e denaro, oltre ad una probabile separazione precoce dalla famiglia, per poi ottenere risultati mediocri ritrovandosi senza una valida alternativa; ma anche sprecare l’occasione di sfondare è qualcosa che si vorrebbe evitare.

La psicologia dello sport potrebbe essere la risposta per evitare entrambe le situazioni. Quando pensiamo allo psicologo dello sport viene spontaneo immaginare quella figura che con i suoi strumenti riesce a incrementare le prestazioni degli sportivi; l’ipotesi è se per caso con gli stessi strumenti che ha a disposizione possa diventare all’occorrenza un consulente per indirizzare nel migliore dei modi i giovani atleti e le loro famiglie. Si tratterebbe di un lavoro di valutazione sulle risorse del giovane tentando di ottenere dei risultati che possano avere una buona attendibilità di previsione sui risultati futuri. Vediamo quali dovrebbero essere le principali aree d’indagine.

 

Psicologia dello sport e talento: il ruolo della motivazione e dell’ autodeterminazione

L’autodeterminazione è legata alla percezione che un individuo ha dell’origine del proprio comportamento in termini di locus of causality. Il locus of causality interno sta ad indicare che la ragione primaria nella messa in atto di un dato comportamento sia da ricercare nelle proprie scelte autonome. Al contrario, un locus causality esterno attribuisce il motivo primario di un proprio comportamento a cause esterne a se stessi. Le persone sono spinte a internalizzare la regolazione di attività inizialmente non determinate da un locus causality interno.

L’internalizzazione  è il processo attraverso il quale una persona passa da una regolazione dei propri comportamenti basata sulle contingenze o sulle pressioni esterne a una regolazione basata su spinte interne. Idealmente, il processo di internalizzazione di un comportamento si conclude quando esso viene messo in atto esclusivamente perché ritenuto piacevole o interessante, personalmente importante e prossimo ai sistemi di valori dell’individuo agente.

Questo processo di internalizzazione,  che vede come fine ultimo l’autodeterminazione, si può considerare come un continuum in cui si identificano sei distinti punti. Il punto di partenza del continuum è l’assenza di regolazione, in cui non c’è la volontà di mettere in atto un dato comportamento: l’azione viene subita e la persona agisce senza alcuna specifica intenzione di ottenere un risultato. Le motivazioni per le quali il comportamento viene espresso non sono chiare alla persona che le mette in atto. Ciò rende maggiormente probabile che le attività amotivate si interrompano a breve.

I successivi quattro step del processo sono caratterizzati da differenti forme di motivazione estrinseca. Sono tutte accomunate dal fatto che le azioni sono agite con la finalità di raggiungere degli obiettivi strumentali e non per il piacere ad esse connesso. La regolazione intrinseca viene raggiunta nel momento in cui un’attività viene intrapresa per il piacere e la soddisfazione derivanti da essa stessa. Quando sono intrinsecamente regolate, le persone fanno le cose perché le ritengono interessanti o piacevoli, senza ricercare alcuna altra conseguenza strumentale dall’attività. La regolazione intrinseca viene definita come una tendenza innata a cercare novità e sfide, a esercitare e ampliare le proprie capacità di esplorare e di apprendere. In psicologia dello sport sono stati creati appositi strumenti per poter valutare il livello di autodeterminazione nello sport come l’Exercise Self-Regulation Questionnaire (SRQ-E) e la Sport Motivation Scale (SMS).

 

 

Convinzioni di autoefficacia

L’ autoefficacia percepita si è dimostrata, all’interno dell’ambito sportivo e della psicologia dello sport, come una delle componenti psicologiche più importanti nella promozione del successo, in virtù dell’influenza positiva che essa esercita sul buon funzionamento dell’atleta sia in fase di gara che in fase preparatoria e di allenamento.

Numerosi studi di psicologia dello sport testimoniano il ruolo centrale delle convinzioni di autoefficacia nella scelta delle attività sportive, nell’applicazione delle strategie più appropriate per l’ottimizzazione della prestazione, nella resistenza, nella pressione competitiva e nelle modalità da adottare per fronteggiare lo stress e calcolare la durata dell’impegno e della perseveranza di fronte ai fallimenti o quando i miglioramenti risultano irregolari o lenti ad arrivare.

Sono stati individuati diversi tipi di autoefficacia in ambito sportivo che spaziano da aspetti propriamente tecnico-tattici, caratteristici dello sport praticato, alla gestione delle relazioni interpersonali e delle emozioni.

Numerose ricerche nella psicologia dello sport concordano nell’evidenziare che atleti con un elevato senso di efficacia personale s’impegnano a fondo nelle attività che intraprendono, sicuri di poter esprimere al meglio il proprio talento e le proprie potenzialità. Essi percepiscono le difficoltà e gli errori come occasioni per mettersi alla prova e attribuiscono i fallimenti ad un impegno insufficiente o a fattori episodici. L’autoefficacia percepita favorisce la scelta autonoma di obiettivi realistici anche se ambiziosi, rispetto ai quali le capacità dell’atleta sono effettivamente messe alla prova, e l’autoefficacia viene rafforzata dal successo e dal talento mostrato nel perseguimento dell’obiettivo. In caso di insuccessi, di passi falsi e di lunghi periodi di stasi, è indispensabile percepirsi in grado di riuscire per poter mantenere un  impegno elevato e non cedere allo sconforto.

Le convinzioni di autoefficacia, inoltre, favoriscono un’appropriata gestione degli stressor da competizione. Gli atleti che nutrono più solide convinzioni mostrano una capacità superiore di concentrarsi sui modi e sui mezzi più adeguati per andare oltre i propri limiti, per affrontare al meglio le difficoltà, individuare strategie per affrontare lo stress e i rischi connessi alla continua competizione. Coloro che hanno un’equilibrata percezione della personale autoefficacia dispongono di essere più abili nella gestione delle distrazioni, sono in grado di controllare i pensieri intrusivi negativi determinati da insuccessi passati e riescono meglio nel controllo dell’ansia che comunemente precede l’attività agonistica.

Gli atleti che, al contrario, dubitano delle proprie capacità e delle personali energie sono inclini a sopravvalutare, talvolta in maniera irrealistica, il talento e le doti atletiche degli avversari e a preoccuparsi esageratamente dei rischi e delle conseguenze di un eventuale fallimento, sia sul piano personale che su quello dello status sociale che può essere compromesso.

Un ultimo ambito in cui l’autoefficacia è particolarmente importante è quello relativo al controllo del dolore e della fatica e la capacità di accelerare il recupero psico-fisico in caso di infortuni. La ripresa funzionale a seguito d’infortuni, infatti, richiede allo sportivo generalmente lunghe ore di lavoro, di esercizi, una dura lotta non solo per non soggiacere al dolore ma anche di contrastare con abilità la noia e lo scoraggiamento quando il recupero delle funzionalità fisiologiche è particolarmente lento. Se ne può facilmente dedurre che le consolidate convinzioni di autoefficacia rendono più accettabili i programmi di riabilitazione, promuovono un’efficace autoregolazione emotiva e comportamentale e favoriscono la scelta di obiettivi a breve e lungo termine adeguati alle concrete possibilità di recupero.

 

Lo stress nella psicologia dello sport

Con il termine stress ci si riferisce solitamente ai fattori che scatenano risposte d’ansia. L’ansia conseguente agli stimoli stressanti spesso si manifesta attraverso risposte disadattive a livello fisiologico, comportamentale e cognitivo che ostacolano la prestazione.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia L’intensità della risposta soggettiva dipende soprattutto da fattori personali che portano a un’interpretazione cognitiva della situazione; infatti, ciò che può essere eccessivamente stressante per una persona può non esserlo per un’altra. Sin dalle prime esperienze impariamo a reagire alle stimolazioni psicofisiche, che possono essere positive o negative, realizzando inconsapevolmente comportamenti i più adeguati possibili all’adattamento all’ambiente.

Quando non riusciamo a reagire in maniera appropriata, il rischio è di sviluppare una sindrome generale di adattamento descritta dal Dr. Hans Selye in cui il nostro corpo viene impegnato in una lotta contro uno stress cronico, nel quale la fase di resistenza può durare da qualche ora a molti anni. Questo disturbo si articola in tre fasi. La prima fase è di allarme, caratterizzata dalla comparsa di alterazioni del sistema nervoso simpatico e dall’abbassamento delle difese generali dell’organismo, rappresentate dal sistema immunitario. Ciò ha una ripercussione a livello muscolare, al sistema cardiocircolatorio, gastrointestinale e ormonale, predisponendo il corpo all’azione. La principale reazione interna è la produzione di adrenalina e noradrenalina. Superata la criticità della prima fase, subentra quella della resistenza nella quale l’organismo si adatta alla nuova situazione. Continua la carenza delle difese immunitarie dovuta alla sovrapproduzione del cortisolo; inizialmente non costituisce un problema, ma nel lungo periodo con uno stress cronico rende molto più probabile l’attecchimento di molte malattie virali e batteriche e si ipotizza anche lo sviluppo di malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide o la sclerosi multipla. La sua durata dipende dalla natura e dall’intensità dello stressor e da altre variabili riguardanti le condizioni psicofisiche generali. La terza è la fase conclusiva che assicura al corpo il riposo necessario per rimettersi completamente; in genere comincia quando l’organismo percepisce il pericolo come finito o quando le energie cominciano a venir meno. Quando la fase di resistenza termina, si possono presentare due casi:

  • Le energie non sono esaurite del tutto e la persona avverte la fase di esaurimento come un torpore benefico rilassante, con una sensibile sensazione di debolezza e lassità;
  • La fase di resistenza è durata troppo e l’esaurimento è dovuto alla completa mancanza di energie, con periodi di recupero lunghi e debilitanti (anche depressivi).

Biochimicamente parlando abbiamo un calo repentino degli ormoni surrenali (adrenalina, noradrenalina e cortisolo) e la rapida diminuzione delle riserve energetiche. In sostanza ci troviamo davanti a un’azione depressiva contraria a quella da resistenza che tenderà a riportare il corpo nella condizione precedente allo stress e quindi in equilibrio (il sistema parasimpatico calmante prende il posto di quello simpatico). Importante è ricordare che molte volte quando il soggetto diventa stress-dipendente, arrivando a vivere fasi di resistenza prolungatissime, può sentire la necessità impellente di utilizzare sedativi, alcool, fumo e altri mezzi per passare artificialmente alla fase di esaurimento e permettere al proprio corpo di riposarsi. Questo disturbo si ripercuote nel mondo sportivo con il fenomeno del drop-out (sgocciolare) che sta a indicare il fenomeno dell’abbandono precoce, che, stando alle statistiche, coinvolge il 30% degli adolescenti praticanti attività sportiva, nonostante il loro talento.

Ottenere la certezza del successo è chiaramente improbabile ma avere un quadro più chiaro sulle risorse dei giovani atleti non può che facilitare una scelta cosi difficile. Oltretutto nel caso in cui si optasse per il proseguo dell’attività agonistica, da semplice consulente, lo psicologo esperto in psicologia dello sport può sempre riprendere le più classiche funzioni di sostegno allo sportivo. L’obiettivo finale rimane quello di non aver rimpianti per aver gettato il proprio talento e la possibilità di emergere nel mondo dello sport o più semplicemente per aver perso una parte della vita cosi importante.

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Bibliografia

  • Bandura Albert, il senso di autoefficacia. Aspettative su di sé e azione, ericson, trento
  • Denis Michel, visual imagery and the use of mental practice in developmentof motor skill, canadian journal of applied of sport science
  • Giovanni Dino, Savoia Laura, psicologia dello sport, carocci, roma 2007
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