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La dipendenza patologica nel film “Non essere cattivo” (2015) – Recensione

Il film Non essere cattivo racconta del tema della dipendenza dalle sostanze che spesso è connesso alla criminalità e alla devianza.

ID Articolo: 145224 - Pubblicato il: 20 aprile 2017
La dipendenza patologica nel film “Non essere cattivo” (2015) – Recensione
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Il film Non essere cattivo traccia una panoramica della dipendenza da cocaina ed eroina, con uso occasionale di ecstasy affiancata ad episodi di devianza legati alla ricerca della sostanza e più in generale della sopravvivenza, e dell’identità.

Non essere cattivo: la trama

Cesare e Vittorio sono amici per la pelle, fratelli che si uniscono, si aggrappano, si distanziano, per poi ritrovarsi nuovamente in un contesto che offre ben poco per crescere e molto per distruggersi: criminalità e cocaina sono infatti a portata di mano, imminenti fonti di piacere e di guadagno, tentazioni difficili da respingere per due ragazzi che nei soldi e nello sballo intravedono un mezzo percorribile per emergere, vivere come si dovrebbe e quindi costruirsi un’esistenza agiata e soddisfacente.

Ad Ostia l’alternativa è lavorare al cantiere, spaccarsi la schiena per racimolare qualche spicciolo che purtroppo sfama poche bocche in casa e lascia l’amaro, la voglia di ottenere quel qualcosa in più per vedere sorridere la famiglia. Non essere cattivo (2015) è quindi una storia verosimile, un ritratto lineare e limpido di una condizione frequente, in cui questa volta i protagonisti sono due giovani soli che insieme trovano la forza di affrontare una vita misera nella quale muore di AIDS chi non ha mai toccato la droga, né sa cosa sia, mentre sopravvive, seppur con costi molto alti, chi vende e usa le strisce quotidianamente e ne ha fatto, ormai, una triste e inevitabile abitudine: nonostante i tentativi di recuperare e reinventarsi in altre vesti, finiscono per ritornare ad essere ancora se stessi, fino alla fine del percorso insieme.

 

Non essere cattivo: i fattori di rischio della dipendenza legati al contesto

Il film Non essere cattivo traccia una panoramica della dipendenza da cocaina ed eroina, con uso occasionale di ecstasy affiancata ad episodi di devianza legati alla ricerca della sostanza e più in generale della sopravvivenza, e dell’identità. Come già precisato, infatti mantenersi con un lavoro onesto in cui è necessario sudare e impegnarsi è un obiettivo tanto ambizioso quanto arduo e impervio, e molti, per permettersi qualche sfizio e non restare a “stecchetto”, sono costretti a perseguire un cammino sporco e pericoloso, dal profitto rapido, elevato e senza sforzi eccessivi. Se a ciò si aggiunge la totale mancanza di interessi alternativi e produttivi, il quadro peggiora notevolmente: spesso la dipendenza conduce ad incentrare l’esistenza attorno al procacciamento della “roba” attraverso qualsiasi strumento possibile, per di più antisociale, di conseguenza viene meno la maturazione di passioni intraprese costantemente e quindi la frequentazione di posti nei quali coltivare un’attività sportiva o artistica, ad esempio, o un corso di formazione che fornisca la preparazione necessaria per attivare un bagaglio di risorse protettive al fine di prevenire l’insorgenza della dipendenza o delle ricadute.

Non essere cattivo mostra come ad Ostia ci sia il vuoto completo: emblematica, a tal proposito, è la scena in cui Cesare invita Vittorio “a tirare due calci”, non tanto per il gusto di farlo, ma perché non c’è altro che recarsi in spiaggia e giocare a pallone. Il posto non offre molto, i ragazzi non si impegnano per trovare attività meno malsane e l’ambiente è costellato dalla criminalità che costituisce la normalità, non l’eccezione, in un sistema di credenze condiviso nel quale per fare i soldi, vivere bene, soddisfare le voglie e farsi passare i fastidi e i dolori, si deve per forza ricorrere a mezzi illegali e a sostanze psicoattive: sussistono quindi differenti e significativi fattori di rischio che aumentano la probabilità di innescare condizioni cliniche rilevanti come la dipendenza da sostanze e il disturbo antisociale di personalità (Bonino & Cattelino, 2010).

 

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER DEL FILM NON ESSERE CATTIVO:

 

Non essere cattivo: l’identità del “tossico” e accortezze nel lavoro terapeutico

È interessante notare il tema dell’identità nella tossicodipendenza nelle narrazioni dei pazienti: dichiararsi “tossici” e chiamare gli altri “tossici” non riconoscendosi in quella categoria, due atteggiamenti non necessariamente in contraddizione, appaiono collegati alle tematiche del sé nel rapporto disfunzionale con la sostanza. Nel primo caso sembra mancare un distanziamento tra “quello che faccio e quello che sono” tale da permettere di scorgere i vari lati della personalità, mentre nel secondo un avvicinamento essenziale per incentivare la consapevolezza della dipendenza: detto altrimenti, se definirsi con ostinata veemenza “tossici”, senza comprendere quanto il sé sia composto da altre parti potenzialmente produttive, rischia di rafforzare il disturbo, rifiutare quella parte proiettandola di continuo sugli altri, rischia di allontanare il problema, senza possibilità di elaborazione e quindi di motivazione al cambiamento.

Messaggio pubblicitario Per di più l’aspetto dispregiativo dell’espressione comprende un universo di simboli e significati rilevanti nelle storie di vita dei pazienti, che racchiudono la vergogna, il disprezzo, il senso di emarginazione ed estraneità, l’impotenza e il fallimento, tutti elementi che il clinico dovrà considerare e approfondire.

Oltre alla coscienza del problema, viene a cadere anche la sua accettazione: nel film Non essere cattivo nella conversazione tra Cesare e Samantha, ad esempio si evidenzia quanto il primo, paradossalmente subito dopo aver consumato l’eroina, continui a non identificarsi come un individuo che dipende da una sostanza, e quindi un tossicodipendente. Questo costituisce, talvolta, un aspetto particolarmente intollerabile e sottovalutato, ovvero realizzare l’incapacità di gestire l’incessante desiderio di assumere una sostanza che sul momento soddisfa, ma a lungo andare rovina, essere quindi dipendenti da quella pallina, pillola o striscia che distrugge ed è socialmente disapprovata, il che è il testimone del senso di debolezza personale, del fallimento e della delusione che evitati attivamente contribuiscono alle ricadute, nonostante ricoveri, e la frequenza costante ai servizi di cura pertinenti. Pertanto, in un’ottica di lavoro terapeutico è necessario concentrarsi sull’intreccio tra identità e uso della sostanza, astenendosi dal colludere con gli atteggiamenti svalutanti, auto ed eterodiretti, cercando, al contrario, di osservare la modalità con cui il soggetto entra in relazione con sé e gli altri, le rappresentazioni nella logica interna del funzionamento (Bara, 2015: Guidano, 1988).

In terapia tali pazienti, inoltre, oscillano dall’idealizzazione alla svalutazione e la rottura dell’alleanza o la difficoltà a relazionarsi si evidenzia anche attraverso forme sottili, come gli atteggiamenti manipolatori, seduttivi e aggressivi (Bara, 2015) tesi ad ingannare, distanziare o coinvolgere il professionista per non approfondire le aree rilevanti: a questo proposito sono frequenti le narrazioni torrenziali intrise di dettagli poco pertinenti alle domande, o di elementi confusi, contraddittori e accatastati l’uno sull’altro, o ancora svariati complimenti fin dalle prime battute, modalità compiacenti e tentativi di dirigere il colloquio sugli argomenti desiderati, evitando quelli temuti. Non è inusuale, pertanto, sperimentare emozioni intense in seduta oppure difficoltà ad agganciare emotivamente il paziente che può apparire ritirato e distaccato (Bara, 2015). È compito del terapeuta, pertanto, identificare e monitorare anche il proprio stato emotivo “in campo”, cercando altresì una distanza adatta per esaminare i dati principali, cogliendo i momenti di rottura come occasioni adatte per capire insieme quale tipo di problema sta attraversando il rapporto (Carcione, Nicolò & Semerari, 2016).

Impostare la relazione da un punto di vista collaborativo aiuta così il paziente a rappresentare la terapia come un lavoro a due, e non ad uno, in cui riveste il ruolo di esperto dei contenuti, al contrario del terapeuta che si contraddistingue come l’esperto del metodo per orientare verso una maggior conoscenza di sé (Lenzi & Bercelli, 2010). Un altro dettaglio da prendere in esame è l’ambivalenza del paziente, che assume posizioni contrapposte anche quando i fatti risultano evidenti: potrebbe succedere che, una volta rivisti insieme gli episodi legati all’uso, sorgano convinzioni opposte finalizzate a rafforzare la dipendenza. In questi casi, come nelle eventuali ricadute, è bene rammentare la libertà di scelta del paziente sia nei comportamenti che nelle idee, tenendo in considerazione che non sempre si tratta di resistenza al trattamento, bensì di un processo auto-referenziale in cui l’individuo dà senso alla realtà e decide pertanto di accettare tale condizione come l’unico modo di essere, seppur con sacrifici e pericoli elevati (Bara, 2015).

In determinate circostanze, la dipendenza costituisce un elemento essenziale che mantiene l’equilibrio psichico, seppur precario, senza la quale rischierebbe di crollare e fomentare una patologia ben più grave, come un quadro psicotico: ciò non dev’essere comunque generalizzato, ma contestualizzato a seconda del caso che va esaminato approfonditamente non solo attraverso un’analisi funzionale e storica del sintomo, ma anche nei vissuti sperimentati durante le sedute, nelle carenze metacognitive, nonché nelle risorse presenti o potenziali del paziente. A tal proposito può essere un buon suggerimento cercare di individuare i punti di forza, come le passioni e gli interessi, anche se minimi, al fine di agevolare una partecipazione costante: capita sovente di trovare una scarsa padronanza degli stati affettivi negativi che si “placano” attraverso la sostanza, pertanto riuscire a sostituirla con un interesse costruttivo, anziché distruttivo, potrebbe essere un modo più sano per gestire le emozioni disturbanti e dare un senso diverso alla realtà (Carcione, Nicolò & Semerari, 2016).

C’è da precisare, inoltre, il ruolo cruciale della famiglia nell’accettazione della dipendenza e nel sostegno: nel film Non essere cattivo, come capita nella realtà, questo elemento manca appunto perché entrambi i personaggi provengono da una situazione complessa in cui il problema è evitato o addirittura condannato, il che rafforza il circolo vizioso di emozioni, pensieri e comportamenti relativi alla dipendenza e all’abuso. La presenza di una famiglia supportiva e di interessi soddisfacenti possono essere importanti aiuti, così come il ricorso ai servizi per la cura, il ricovero e il recupero, tuttavia è doveroso precisare l’eventualità che i tentativi percorribili non siano sufficienti a proteggere dal rischio di recidive o di insorgenza: fatta questa premessa, non bisogna cadere nell’errore di abbandonare il paziente a sé, come un caso perso, né di lasciarsi travolgere da tendenze controllanti e accudenti che sortirebbero un peggioramento. In tali frangenti la famiglia dovrà scendere a patti con i propri limiti e quelli del parente affetto da dipendenza, senza smettere di frequentare i servizi giusti per una corretta informazione e un percorso di sostegno.

Per quanto riguarda l’interazione tra sostanza e fattori di personalità, esistono quadri variegati: per esempio, nei tratti prevalenti di tipo depressivo l’uso sarà spesso collegato a situazioni di perdita, sensazioni di solitudine, di impotenza e di rabbia, mentre in un’organizzazione di significato personale di tipo DAP (disturbi alimentari psicogeni), si riconduce alla delusione di sé e dell’altro e alla definizione di sé (Guidano, 1988). Nel primo caso, inoltre, è presente un rischio suicidario per overdose decisamente alto, poiché la sostanza assume il significato di distruzione di un sé che nasconde un profondo senso di inamabilità, nel secondo, invece, si riscontra un utilizzo calibrato, in cui le dosi raramente si rivelano letali e si collegano al problema della auto-definizione che nei temi dapici appare vaga: la sostanza quindi non si limita alla “soppressione” di stati affettivi intolleranti, ma si estende al nucleo dell’identità e denota, pertanto, le rappresentazioni proprie, degli altri e del mondo esterno. Per questo, come si diceva prima, è fondamentale conoscere il paziente come persona, per approfondire i temi ricorrenti, le spiegazioni del problema, e in generale i fattori di personalità che lo guidano verso il mondo esterno e l’uso della sostanza.

 

Non essere cattivo: la funzione della sostanza e le possibili ricadute

Per comprendere meglio la funzione della sostanza nel funzionamento soggettivo occorre osservare alcuni elementi, tra cui la modalità del consumo, se avviene prevalentemente in solitudine o in compagnia e con chi, e gli eventi precedenti alle ricadute, nella maggioranza dei casi situazioni emotivamente impattanti in cui l’assunzione costituisce una soluzione rapida per alleviare la sofferenza o il malessere (Bara, 2015). Prima di una festa in discoteca i due protagonisti ricorrono all’ecstasy che procura un effetto euforico ed irritabile, con comportamenti violenti e aggressivi, mentre assumono la cocaina sia nei momenti di festa e in gruppo, sia nelle situazioni di estremo dolore accompagnato dall’abuso alcolico.

Una dose piuttosto elevata di cocaina potrebbe innescare un atteggiamento particolarmente violento e sintomi psicotici rilevanti: non è insolito, infatti, riscontrare anche convinzioni deliranti e allucinazioni dopo un’intossicazione, ed è infatti quello che capita a Vittorio, il quale, sconvolto dalle immagini fatate e demoniache, esprime tutta la vergogna e il disprezzo sputandosi in faccia, dopodiché decide di cambiare vita, lasciando la fidanzata, il giro, trovando altri spazi: il cantiere, una donna seria e riservata con un figlio adolescente a cui badare per evitare che ripeta gli stessi errori, una realtà ben lontana dalle serate “discoteca, coca e prostitute” che da quel momento in poi gli sembrano gli accessori di uno sbaglio clamoroso.

Per evitare il rischio di ricadute, taglia così i ponti con tutti, compreso l’amico del cuore dal quale, però, non riesce a stare molto lontano: “i soliti giri” fatti di soggetti che maneggiano la droga e i reati con estrema facilità costituiscono una fortissima tentazione per chi sta provando a lasciarsi alle spalle una vita dolorosa e contemporaneamente piacevole; tuttavia, in questa storia, non si tratta semplicemente di cattive conoscenze, bensì di un legame solido tra due persone profondamente sole, incomprese e poco supportate, che trovano l’uno nell’altra una base sicura, un porto a cui attraccare nel bene e nel male.

In Non essere cattivo Cesare, in casa, ha ancora una madre stanca e addolorata per la morte della figlia vittima dell’Aids contratta dal partner da cui ha partorito una bambina destinata a morire inesorabilmente nella stessa maniera sotto i loro occhi impotenti, di conseguenza è costretto ad esercitare il ruolo di capofamiglia obbligato “senza se e senza ma”, a badare economicamente ed empaticamente ai componenti: non c’è quindi tempo per piangere, né alternativa ai giri rapidi, fruttuosi e malavitosi, per fare il muratore infatti ci vuole una competenza che non ha sviluppato e agli occhi del capo è un totale inadeguato che ha trascorso l’esistenza a drogarsi e commettere crimini, un perditempo che toglie spazio a chi del mestiere se ne intende e ha dato il corpo e mischiato il sangue per una costruzione.

Vittorio è quindi il solo amico, il fratello con il suo stesso problema, a cui confidare le paure, abbandonarsi e permettersi di soffrire, che può comprenderlo e accoglierlo, senza il quale si sente totalmente spaesato. Pur di non perderlo, accetta anche di reinventarsi, seppur con scarsi risultati: il modo di gestire la dipendenza è diverso e ben presto conduce ai momenti di rottura, così mentre uno cerca di evadere, riprendendo il lavoro, continuando a mantenere una certa costanza e avviando una progettualità che sembra funzionare seppur con qualche discrepanza, l’altro si abbandona a sé, prova a costruirsi una famiglia, poi demolisce il tutto per procurarsi la droga, avviando dinamiche pericolose per sé e per gli altri.

Nel film Non essere cattivo mentre per Vittorio l’idea di avere una famiglia stabile sembra avviarsi sul piano della concretezza, per Cesare, al contrario, sfuma piano piano nell’aria, e una sostanza segue l’altra a ruota libera. Se nel primo si parla di ricadute, appunto perché l’uso di sostanze viene interrotto per un periodo significativo, per il secondo non sembra esserci un lasso di tempo molto ampio dal poliabuso di cocaina e alcol che appare connesso al disagio familiare. Subito dopo la notizia della morte di Deborah, infatti, i due amici consumano di nuovo la cocaina insieme aggiungendo l’alcol che provoca in entrambi un atteggiamento similmente apatico: la modalità ricorda una condivisione di una sofferenza inesprimibile, in cui la sostanza riveste lo strumento per sopperire le emozioni intense conseguenti al lutto di una persona cara, un evento che getta gli amici nello sconforto, i quali non avendo altre risorse per tollerare il dolore lancinante, ricorrono ad un “aiuto” rapido e soddisfacente. Tra i due è Vittorio a rivestire, in prevalenza, il ruolo di protettore che sostiene e aiuta l’amico, anche se ad un certo punto smette di essere il più forte, il fratello maggiore, e ricomincia così il vecchio giro.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Senza una famiglia alle spalle, solo, con un amico da controllare, in casa di una donna che ha già un figlio e nonostante le apparenze, si rivela estremamente fragile, il giovane avverte una sensazione di solitudine che si riflette nel modo in cui usa, un momento in cui nessuno è intorno e che probabilmente non ritornerà più, visto che è destinato a fare immediatamente i conti con il senso di responsabilità e il ruolo di protettore nei confronti delle figure significative che rischiano di soccombere alla medesima condizione senza il suo intervento. Ed è così che nel film Non essere cattivo Vittorio esce dalla dipendenza, sopportando in silenzio, lavorando sodo senza pretendere altri soldi, sistemandosi, come recita nel film, abbandonando le tentazioni alle spalle. Se prima apre e gestisce un locale di videopoker, dopo torna alle mansioni umilissime, rifiutando persino le offerte di lavoro sporco. Poco prima della svolta definitiva, accadono due eventi significativi: la prima assunzione di cocaina da parte di Linda e la morte di Cesare, ucciso dall’uomo che tentava di rapinare. La prima avviene la mattina dopo la ricaduta, quando la compagna sorprende la droga sul tavolo e decide di provarla in un gesto di disperata condivisione: questo episodio sembra innescare un forte senso di colpa in Vittorio che attraverso Linda e il figlio trova una famiglia e una nuova occasione per recuperare l’esistenza partendo da zero. E infine la morte di Cesare, l’ultima goccia che fa traboccare il vaso: l’amico più caro muore appunto per mano di un evento che egli stesso ha ricercato per la droga e la vita da criminale, che l’ha condotto lentamente alla distruzione di sé e dei progetti futuri.

Non è raro riuscire a superare la dipendenza o l’abuso occasionale, specialmente da giovani, dopo una serie di eventi di vita traumatici per il soggetto che coinvolgono le figure significative: assistere ad un suicidio per overdose o ad un omicidio correlato al problema, ad esempio, o ancora all’esordio del disturbo in un parente sono occasioni per riflettere su di sé e sulla vita che si sta conducendo, prendendo in considerazione l’eventualità di abbandonare l’assunzione e certe frequentazioni per sostituirle con altre più gratificanti. Ne dà l’esempio Vittorio in Non essere cattivo che dopo ripetuti tentativi si crea finalmente una stabilità in famiglia e sul lavoro, accontentandosi di poco pur di aver una vita tranquilla che magari in altri frangenti avrebbe salvato anche Cesare. Gli eventi drammatici e le difficoltà interpersonali sono “molle” da monitorare, come si vede dagli episodi successivi alla morte di Deborah e ai problemi di coppia tra Linda e Vittorio; di conseguenza non vanno mai sottovalutate nemmeno quando l’uso è terminato ormai da anni.

Smettere da tempo, non significa non ricominciare mai più, ed è per questo che chi ha attraversato un problema con le sostanze, insieme ai famigliari, non dovrebbe trascurare l’eventualità che il disturbo si ripresenti soprattutto in circostanze difficili da sostenere emotivamente o che la sostanza usata in precedenza venga sostituita da un’altra o da una dipendenza comportamentale (gioco d’azzardo patologico o dipendenza da internet, ad esempio).

Attraverso la condivisione della sofferenza con le persone significative è possibile raggiungere un apprendimento dall’esperienza e stabilire un impegno al cambiamento che merita una valorizzazione e un affiancamento ad un percorso psicoterapico in cui il paziente e la famiglia possano riconoscere i campanelli d’allarme delle potenziali ricadute. La psicoterapia si rivela utile, così, anche nei periodi lunghi di astinenza con l’obiettivo di riconoscere e nominare le emozioni e i pensieri connessi all’uso e quindi i momenti in cui la vulnerabilità alle ricadute è tendenzialmente elevata: “addestrare” il soggetto a riconoscere i segnali corporei, a dare un nome alle sensazioni sperimentate collegandole ai pensieri e alle immagini potrebbe diventare un primo passo per la consapevolezza di sé e dei motivi che riconducono ad usufruire di una particolare sostanza.

 

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association. (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. Raffaello Cortina Editore.
  • Bara B. (2015). Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva. Bollati Boringhieri.
  • Bonino S., Cattelino E., (2003). Rischi in adolescenza. Carocci.
  • Carcione A., Nicolò G. & Semerari A. (2016). Curare i casi complessi. La terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Editori Laterza.
  • Guidano, V. (1988). La complessità del sé. Bollati Boringhieri.
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