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Il potere trasformativo dell’emozione (2016) di D. Fosha – Recensione del libro

'Il potere trasformativo dell'emozione' ci guida alla comprensione del modello di cambiamento proprio della Psicoterapia Dinamico-Esperenziale Accelerata

ID Articolo: 144525 - Pubblicato il: 27 marzo 2017
Il potere trasformativo dell’emozione (2016) di D. Fosha – Recensione del libro
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Il potere trasformativo dell’emozione è un testo unico, che offre una sintesi creativa di Teoria delle emozioni, ricerca madre-bambino e Teoria e ricerca sull’attaccamento, con i principi e le strategie derivati dalle tradizioni psicoanalitica ed esperienziale.

 

L’autrice del libro Il potere trasformativo dell’emozione è Diana Fosha, psicologa e psicoterapeuta fondatrice dell’approccio noto come Psicoterapia Dinamico-Esperenziale Accelerata (AEDP), del quale abbiamo avuto un primo assaggio nel testo di alcuni anni fa presentato in due volumi dal titolo Attraversare le Emozioni.

Messaggio pubblicitario Con disinvoltura il discorso sembra riprendere proprio laddove si era interrotto, ritrovando nuovi stimoli e arricchendosi di interessanti spunti clinici che ci guidano in una più profonda comprensione del modello affettivo del cambiamento su cui si basa l’AEDP e dei fattori terapeutici in esso implicati.

Scopo del libro Il potere trasformativo dell’emozione è quello di rispondere all’esigenza sempre più impellente di dare un fondamento teorico a tale approccio, che trova la sua origine nella pratica clinica ed in particolare nell’esperienza della Psicoterapia Dinamica Breve di Davanloo.

Accanto a questo, una seconda missione guida l’autrice, ovvero il desiderio di mettere in evidenza con chiarezza quali siano i fenomeni in cui sono radicati i processi trasformativi e di cambiamento di questo processo terapeutico basato sull’emozione.

 

Il potere trasformativo dell’emozione: cos’è l’emozione

Punto di partenza sono dunque proprio le emozioni. Con forza viene innanzitutto ribadito il loro primato come causa potenziale di patologia, come vero agente di cambiamento (rapido ed intenso, contrapposto ad uno più lento e graduale) e come strumento attraverso il quale è possibile l’incontro, la connessione e la costruzione di una nuova esperienza di sé e di sé con l’altro.

L’emozione è concettualizzata, nel testo Il potere trasformativo dell’emozione, come un aspetto innato, adattivo, espressivo e comunicativo, che media l’interazione tra l’individuo e l’ambiente. È chiaro pertanto l’enorme valore che essa acquista nella possibilità di guidare l’individuo nel raggiungimento dei propri scopi e nella regolazione del proprio comportamento nel mondo.

Perché ciò sia possibile, secondo i sostenitori di questo approccio, è però fondamentale che l’individuo abbia accesso al proprio nucleo centrale delle emozioni, ovvero alle proprie emozioni più profonde e autentiche, pena la psicopatologia. Afferma Fosha “per vivere una vita piena nonostante le difficoltà, persino dinnanzi a una tragedia, è necessario saper “sentire” e utilizzare la propria esperienza emozionale”.

L’acquisizione di tale capacità non è tuttavia così scontata.

 

Il ruolo dell’attaccamento nella modulazione degli stati affettivi

Nella comprensione di ciò, ci vengono in aiuto le più recenti teorie che rileggono la relazione di attaccamento primaria come quella dimensione che consente di acquisire gli strumenti necessari per riconoscere e regolare i propri stati affettivi interni. È grazie all’esperienza di una madre sufficientemente buona, capace di rispecchiare ciò che il bambino prova in maniera ancora confusa nei primi mesi di vita, che questi impara a dare un nome a ciò che sta vivendo. Non solo, in questo modo sviluppa anche un senso di sé caratterizzato da continuità e coerenza, che lo renderà progressivamente capace di entrare in contatto con i propri stati affettivi più profondi, di utilizzarli senza restarne soverchiato e progressivamente di autoregolarsi in maniera autonoma.

Di contro, l’indisponibilità del caregiver nelle relazioni di attaccamento insicuro porterà il bambino a sviluppare una serie di strategie difensive necessarie per gestire tutte quelle sensazioni a cui non è riuscito a dare un nome e per questo terrorizzanti e causa di ansia.

Se l’acquisizione della capacità di autoregolazione affettiva è fondamentale nello sviluppo di ciò che Winnicott ha definito il vero Sé, appare chiaro il perché l’AEDP rivolga i propri sforzi proprio all’abbattimento di queste difese. Nel lavoro con un terapeuta AEDP, il bambino, ormai divenuto adulto, ha la possibilità di avviare un processo di guarigione che parta dalla consapevolezza corporea degli stati emotivi bloccati o negati, di riconoscerli, comprenderne il significato e ricostruirli, integrando il nucleo centrale degli affetti.

 

Il potere trasformativo dell’emozione: i correlati fisiologici delle emozioni e la relazione terapeutica

Fondamentale è l’attenzione posta in terapia a tutti i correlati fisiologici e corporei delle emozioni, nel qui ed ora della seduta. È questo un importante intervento di psicoeducazione sulle emozioni che, grazie al fatto di essere messo in atto attraverso la loro dimensione corporea e viscerale, risulta estremamente rapido ed intenso. Perché abbia successo, è però necessario costituire un ambiente sicuro che, come nella relazione madre-bambino, permetta all’individuo di sentirsi libero di esplorare il proprio mondo emotivo interno e, soprattutto, gli consenta di non sentirsi solo nel farlo.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Per raggiungere questo scopo, secondo quanto sostiene Fosha ne Il potere trasformativo dell’emozione, è importante lavorare sulla creazione di una relazione terapeutica orientata ad “una accettazione radicale del paziente” e caratterizzata da empatia e da un forte impegno emotivo da parte del terapeuta nel garantire sintonizzazione, risonanza, condivisione affettiva, affermazione e autorivelazione.

Analogamente alla madre sufficientemente buona, il terapeuta AEDP deve: avere accesso all’intensità dei propri sentimenti ma non esserne travolto, essere in grado di badare alla propria esperienza mentre si concentra su quella del paziente, essere capace di passare fluidamente da uno all’altro. Oltre a ciò, può fungere da modello relativamente a come gestire i sentimenti.

È questo un notevole cambiamento rispetto all’impostazione psicodinamica classica, che vede il terapeuta AEDP rivendicare con forza un ruolo sempre più attivo all’interno del processo di cura.

Al contempo, anche il paziente viene sollecitato a dare il proprio contributo personale alla relazione terapeutica attraverso un continuo esercizio della propria capacità riflessiva, che è chiamato ad esercitare nel qui ed ora della seduta rispetto alle esperienze emotive che nascono nell’interazione con il terapeuta, ma dalle quali allo stesso tempo si sviluppa.

Per riassumere, due sono i temi centrali nell’AEDP illustrati ne Il potere trasformativo dell’Emozione: il potenziale per la trasformazione posseduto dalla relazione con il terapeuta e l’enfasi posta sulle risorse e le capacità del paziente.

In un’alternanza equilibrata di interventi esperenziali e riflessivi, il cui scopo è quello di promuovere nuove esperienze generatrici di sicurezza, viene dunque a stabilirsi la forza di un approccio dall’enorme potere trasformativo. Il risultato è un ricco mosaico costruito ad arte di idee e principi terapeutici che siamo certi stimoleranno e premieranno i clinici di ogni orientamento.

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Bibliografia

  • Fosha, D. (2016). Il potere trasformativo dell’emozione. Istituto di Scienze Cognitive.
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