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Che vuoi che sia (2016): riflessioni sull’intimità 2.0

'Che vuoi che sia' è una piacevole commedia che fa riflettere sulla nostra intimità, che può divenire un valore commerciale di facile vendita

ID Articolo: 143600 - Pubblicato il: 21 febbraio 2017
Che vuoi che sia (2016): riflessioni sull’intimità 2.0
Messaggio pubblicitario Università di Psicologia Milano - SFU 01-2017
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Che valore scegliamo oggi di dare alla nostra intimità? E’ uno dei temi principali sollevati nel nuovo film Che vuoi che sia di Edoardo Leo in compagnia di Anna Foglietta.

 

In Che vuoi che sia una giovane coppia molto affiatata e alla ricerca di una difficile realizzazione professionale, per una serie fortuita di circostanze, si trova a vivere una situazione in cui è costretta a riflettere sul valore sacrificale della propria intimità di coppia (sessuale e non solo) in cambio di una possibile e cospicua somma di denaro che consentirebbe loro di allontanare le paure e le difficoltà economiche legate a comuni progetti di vita, ovvero fare un figlio e metter su famiglia.

 

Che vuoi che sia: stiamo perdendo la nostra intimità?

La trama del film Che vuoi che sia si sviluppa ai giorni nostri, in una società ormai modificata dall’esistenza dei social, in cui le regole dei rapporti umani e lavorativi sembrano essersi evoluti trasformando le relazioni e la percezione di noi stessi in maniera radicale e spesso disorientante, specie per le (un po’ più) vecchie generazioni. Ci troviamo a riflettere su come uno degli aspetti e valori determinati e determinanti della personalità dell’essere umano, come appunto l’ intimità, rischi di finire inconsapevolmente promosso (o forse declassato e umanamente impoverito) a strumento indirizzato alla ricerca dell’affermazione e del riconoscimento all’interno dei nuovi parametri dettati dalla social society. Insomma: allarme! La nostra intimità si sta evolvendo o semplicemente la stiamo perdendo? Se mai dovesse accadere, ci siamo domandati su quali aspetti basilari della nostra identità, nonché meccanismi regolatori delle relazioni interpersonali stiamo agendo e a cui rischiamo di rinunciare?

Messaggio pubblicitario C’è chi afferma che il desiderio di intimità è un valore innato insito nell’essere umano e del tutto legato alla promozione del benessere. E’ stato dimostrato che persone che vivono relazioni intime hanno meno probabilità di sviluppare sintomi psicologici, un tasso di mortalità più basso, meno incidenti, e sono addirittura a minor rischio di sviluppare malattie rispetto a quelli che non hanno relazioni intime (Prager, 1995).

Per Levine (1981) l’ intimità psicologica è la “colla delle relazioni importanti”. Problemi di intimità sono strettamente collegati a molti disturbi di salute mentale (Fisher & Stricker, 1982). Il modo in cui l’ intimità facilita lo sviluppo di una sana salute psicologica è ben spiegato in uno dei più completi modelli socio-psicologici (Reis & Shaver, 1988) il quale considera ed unisce coerentemente una varietà di prospettive: nel bambino sviluppo di competenza, padronanza ed autostima attraverso una esplorazione favorita (Ainsworth et al. 1978), cooperazione e sviluppo dell’identità (Sullivan, 1953), creatività ed integrazione emotiva (Erikson, 1950). Questo modello ha dato seguito ad una serie di studi successivi sull’argomento dove  l’ intimità è sempre considerata un importante elemento alla base di una fondamentale funzione interpersonale.

 

Intimità: cos’è e quali sono le sue funzioni?

La visione del film Che vuoi che sia, stimola la riflessione: ma cos’è realmente l’ intimità? Come si determina in noi? E soprattutto a quali funzioni attende nella nostra vita (singola, di coppia e relazionale in genere)?

Fermarmi a riflettere su alcune questioni sollevate dal film Che vuoi che sia ha fatto sì che mi rendessi conto di quanto complessa e articolata fosse la questione e quanti aspetti del nostro vivere quotidiano fossero collegati ad essa senza che ne avessimo sempre la piena consapevolezza.

Prima ancora della riflessione sull’ intimità mossa da Che vuoi che sia, mi viene in mente Neil Patrick Harris alias Barney Stinson, nella serie televisiva How I met your mother, che impersona una delle figure narcisistiche più simpatiche ed azzeccate che abbia mai visto. Nell’interpretazione di tale ruolo, l’evitamento della vicinanza profonda, il totale apparente disinteresse ed una smarrita empatia col prossimo sono praticamente le principali peculiarità che caratterizzano il personaggio, il quale tuttavia, pronuncia una delle affermazioni più sensate che abbia mai sentito sul concetto di intimità:

La mia regola aurea è: mai offrire una cena a qualcuno per ottenere un sì! Cenare con una persona è un’attività molto intima, che richiede un grado di comunicazione e anche di contatto visivo che il sesso non ha! Io sarò anche antiquato ma devo andare a letto con una ragazza almeno tre volte prima di un’eventuale cena con lei.

Se riflettiamo su queste parole forse ha senso domandarsi: è possibile vivere in modo soggettivo l’ intimità stabilendo consapevolmente o meno gli ambiti della nostra esistenza che riteniamo più nostri, riservati e che per qualche motivo non riusciamo a condividere facilmente con tutti?

Forse sì e questo ci complicherebbe non di poco la possibilità di ragionarci sopra, ma se cerchiamo di definirla ulteriormente, osservando i vari modi in cui essa viene vissuta, forse riusciremmo a trovare delle caratteristiche trasversali a tutti in grado di semplificare sicuramente la sua comprensione.

Un mio paziente una volta mi disse, senza preoccuparsi di nasconderne l’entusiasmo, di identificarsi e di ammirare molto il personaggio di Barney Stinson. Forse non era affatto un caso che egli, al pari del personaggio, riuscisse ad intrattenere con estrema facilità e disinvoltura rapporti con differenti partner, in tali situazioni, non necessariamente di natura occasionale, egli si sentiva affermato, sicuro di se, della sua prestanza e della propria fisicità, ma nonostante ciò, aveva sempre il suo momento di fuga: avveniva, successivamente al momento dell’orgasmo, che scattasse il piano di ritiro strategico, dove un repertorio di scuse, recitato durante la raccolta degli abiti, gli garantivano il raggiungimento della porta in tempi sempre brevissimi.

Può non essere affatto un caso che, in sessuologia clinica, nella curva della risposta sessuale (Master e Johnson 1954), la fase della risoluzione (successiva all’orgasmo) sia anche definita fase dell’ intimità, dove la vicinanza percepita con l’altro è maggiore. Liberi dalle tensioni precedenti, ci si sente più esposti e vulnerabili, è quello il momento, in cui ci si copre o si va a fumare una sigaretta oppure si resta nudi e abbandonati a piacevoli coccole. Per il clinico questo costituisce un potente marker sul grado di intimità della coppia, che si manifesta non solo in camera da letto.

Naturalmente il mio paziente non percepiva  consapevolmente quel senso di fragilità ed esposizione che viveva in quella fase; per lui i rapporti finivano lì, il resto era superfluo. Il successivo incontro con una persona diversa dalle solite gli ha permesso di alterare il copione ed esplorare aspetti differenti della relazione, permettendogli di scoprire che l’ebrezza di essere un fantastico amante è solo una parte parte possibile del rapporto e che le “coccole” non sono poi affatto male se ci si riesce ad abbandonare ad esse, ma ancor più che le sue fragilità percepite, come la possibilità che l’altro scorga dei difetti fisici, non sono causa certa di rifiuto, ma anzi possono costituire oggetti di interesse dell’altro verso di noi. Resta quindi da capire cosa di noi (e per noi) è intimo e come far entrare gli altri in questa nostra dimensione.

L’ intimità è un luogo segreto dell’anima con una piccola porta che non apriamo quasi mai a nessuno.
Lì nascondiamo i bisogni più intensi, la responsabilità delle nostre scelte macchiate dai veri dolori e tutto ciò che ci ha reso davvero così.
Se non ti è stato permesso di aprire quella porta non prenderti mai diritti che non hai sulle persone perché delle persone sai molto meno di quel che pensi.
Solo varcando quella porta le conoscerai davvero.
E non la puoi forzare, si apre da sé ed è molto lenta ad aprirsi, potrai spazientirti e decidere di andare.
Però sarà il regalo più grande che potrai ricevere, perché al suo interno c’è la più profonda e chiara rivelazione di cosa sia l’amore. (Massimo Bisotti “Il quadro mai dipinto”)

L’ intimità è appunto quella situazione di fiducia e abbandono verso l’altro in cui ci si sente esposti nelle peculiarità personali più profonde, sia nei pregi che nei difetti, accettando quel senso di fragilità senza percepirne il disagio, in una modalità che non si riesce a condividere certamente con chiunque e ancor meno applicando varie regole consapevoli di farlo.

Affinché questo stato interpersonale sia accessibile in modo sano, è assolutamente necessario, che la persona abbia una percezione definita di se stesso sia a livello di personalità sia di autonomia di quello che è il proprio spazio intimo.

Eduard T Hall (1963) parlando di prossemica, individua l’esistenza di uno spazio intimo (0-45 cm) entro il quale si comunica il sentirsi a proprio agio o meno con persone che riusciamo a sentire vicine e simili a noi. Se osserviamo delle persone interagire in una stanza potremmo farci un’idea sul grado di intimità che esse condividono, ma capire cosa determina e come si struttura quell’ intimità è cosa assai più  complessa che va oltre il solo spazio e la fisicità, in quanto, come nel caso del paziente appena citato, si tratta di un vero e proprio processo che avviene principalmente nella nostra mente. Una dimensione che si esplora e si costruisce nel tempo, in un rito relazionale che non è mai semplice e non è mai per tutti. Che cosa avviene in noi mentre si struttura questa percezione?

Come i protagonisti di Che vuoi che sia, tutti noi abbiamo esperienze variabili del nostro vissuto di intimità. C’è sicuramente chi la determina più sulla fisicità e chi più su un piano di esperienze condivise o magari entrambe, in ogni caso, affinché l’ intimità e la percezione che abbiamo di essa possa determinarsi in noi, è necessario aver sviluppato una buona conoscenza di se stessi e dei confini entro i quali ci si sente definiti.

Quanto detto finora ispirandoci alla clinica, ci invita a riflettere su un possibile paradosso che tende ad apparire più evidente alla presenza di uno stato di malessere della persona, quando la propria intimità non è né percepita né definita, rischiando di vivere una situazione intima senza intimità, una sorta di scissione. Come ad esempio avviene nel caso di una paziente che incontra l’ennesimo “uomo della sua vita” e viene travolta in una relazione sessuale dove le cinquanta sfumature di grigio sbiadiscono al confronto, con assoluta naturalezza e spontaneità, pensando di dare tutto di se stessa, aprirsi anima e corpo ma, giunto il momento in cui lui per strada le afferra la mano per passeggiare in un luogo affollato, lei va nel panico e nello smarrimento più totale generando una reazione di fuga.

 

Che vuoi che sia (2016), TRAILER:

 

L’ intimità e i Social Network

Questa capacità di scissione trova proprio un terreno fertile per svilupparsi nel mondo del web come accade ad esempio al mio paziente che, dopo una vita schiva e ritirata, caratterizzata da poche relazioni interpersonali all’insegna dell’insicurezza e della timidezza, per sfuggire alla noia ed alla solitudine della pensione, decide di intrattenere delle chat definite come “sexting” con perfette sconosciute inviando e ricevendo foto intime, assolutamente ignaro del fatto che la moglie possa ritenerlo un vero tradimento. Accade che un individuo con un tratto di personalità evitante che inizia a desiderare il contatto e la relazione con il prossimo, ritenendosi del tutto inadeguato ed esposto a critiche (per lui intollerabili) e sfavorito da scarse risorse relazionali, individua come risorsa personale app e social network, dove riesce a scavalcare questo gap interpersonale così ostico che noi terapeuti conosciamo abbastanza bene. Ma possiamo considerare questa strategia una risorsa o una soluzione? In modo del tutto assoluto no.

E’ chiaro che il concetto di intimità è assai più complesso di quanto possa sembrare: essa può essere scissa nei suoi vari aspetti i quali vengono selettivamente tenuti riservati o esposti e condivisi in base alle difficoltà  o necessità, oppure può abitare posti diversi nella nostra mente a seconda di ciò che siamo, della nostra esperienza e dell’identità in cui ci definiamo.

E’ giusto domandarsi se i social network riescono a darci la possibilità di vivere la nostra intimità in un modo differente dal passato o semplicemente, amplificano quelle nostre possibili difficoltà che abbiamo nel viverla, riconoscerla e svilupparla, sfalsando la nostra percezione di essa e del nostro spazio intimo?

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Che vuoi che sia è la frase che provano a ripetersi i protagonisti del film per dare forza alla tentazione. Frase che potrebbe anche ripetersi (forse) uno dei migliaia di bei ragazzi e ragazze che sempre più, consapevoli del proprio aspetto gradevole, decidono di investire su di esso evitando il percorso iniziale di provini, raccomandazioni ecc. promuovendosi su Instagram in cerca di notorietà condividendo foto in situazioni di “sexy intimità quotidiana”. E’ ormai una regola di mercato per molti di loro, raggiunti i 100k di follower, vedersi giungere proposte commerciali per indossare il vestito o l’occhiale di marca in cambio di un cachet da fare invidia ad un professionista. Certo questa è una nuova forma di lavoro, dove il prodotto in vendita sa poco di valore artistico. E’ semplicemente la seminudità ad attirare l’attenzione o in qualche modo, oltre ad un ovvio senso del bello estetico, c’è una componente che rende interessante e desiderabile l’ intimità altrui?

Oppure il semplice desiderio di protagonismo e condivisione su Facebook che diviene più forte della riservatezza stessa come se fosse di interesse nazionale che il cane di qualcuno posa sotto l’albero di Natale indossando un orrendo maglione con la renna.

Sembrerebbe che se non sappiamo viverla allora decidiamo di venderla oppure ci accontentiamo di sbirciare quella degli altri reale o falsa che sia.

 

Che vuoi che sia: riscoperta dell’ intimità nella minaccia della perdita

La coppia del film Che vuoi che sia, all’inizio forse inconsapevolmente, ha una strutturazione molto forte di quella che è la loro intimità, lo spettatore lo vedrà nel loro modo di comunicare attraverso paradossi che lascerebbero disorientato qualsiasi ascoltatore, ma loro sanno molto bene il significato di un “non ti amo” “non mi manchi per niente”. La tentazione inflitta, definita da centinaia di migliaia di persone pronte a pagare per vederli in camera da letto preferendoli di gran lunga all’ormai troppo facile e svalutato vecchio buon porno d’autore, però metterà a dura prova tutto questo alterando in parte equilibri fondamentali di relazione. I tentativi di ridefinizione cognitiva (“che vuoi che sia” appunto) per accettare il cambiamento saranno tanti, ma proprio quando si avrà la percezione forte di quello a cui si sta realmente rinunciando quasi di fronte al fatto compiuto, qualcosa di “sano” scatterà aiutandoli a ristabilire le loro priorità e ad esplorare risorse alternative alla facilissima via di guadagno e soluzione assaporata e quasi intrapresa.

Accade spesso che già nella prima telefonata in cui si richiede una terapia di coppia, uno dei due possa dire frasi del tipo “…credo che io e mia moglie abbiamo un concetto di intimità differente…” ma quando chiedo in seduta se è sempre stato così ad una coppia che sta insieme da tempo, non si esita mai a rispondere di no, allora io mi limito a commentare “allora cerchiamo di ritrovare una dimensione di intimità che possiate nuovamente condividere…” .

Mi rendo conto mentre scrivo queste righe di quanto mi stia esponendo al rischio di apparire bacchettone: “Che vuoi che sia” appunto, una frase con la quale si cerca ti togliere valore a qualcosa, sminuire una sensazione di pancia che sta li, spinge ed ha qualcosa di importante da dire.

Che vuoi che sia è una piacevole commedia italiana che ci fa riflettere su questo aspetto apparentemente scindibile, vendibile e a volte invisibile della nostra intimità ma in senso più generale più delle nostra stessa esistenza, che può divenire un valore commerciale di facile vendita e distribuzione, una sorta di rivisitazione del Faust dove in vendita era l’anima. Forse proprio questo aspetto dello scibile umano è oggi ad esser richiamato, il vendere qualcosa di noi, magari di non visibile, di apparentemente rinunciabile, per qualcosa apparentemente di maggior valore, come fama, denaro, successo.

Anche Bart Simpson (citazione ancor più colta di Goethe) in una puntata della serie decide di vendere la propria anima per 5 dollari, scrivendola su un foglietto, facendo tra l’altro un pessimo affare, ma ben presto, vivendo piccoli ed insignificanti disagi, si accorgerà a cosa ha realmente rinunciato. Come magari potrebbe accadere in una coppia partendo da quel momento in cui l’altro si inizia a percepire un po’ più lontano.

L’ intimità è una dimensione interna a noi che iniziamo a sviluppare fin dalla nascita e va via via definendosi mentre viviamo esperienze relazionali. Le emozioni che proviamo al contatto con gli altri ci fanno capire quanto possa essere piacevole o spiacevole una maggiore vicinanza o lontananza con gli altri. Presto afferriamo il concetto che non è possibile trovarci a nostro agio gestendo un’equidistanza con tutti, ma la differenziazione di questo diventa un potente meccanismo regolatore delle relazioni che stabiliamo.

Tutto questo in noi è frutto di un lungo processo di definizione della persona e della sua personalità. Il primo step è sicuramente lo sviluppo di un proprio spazio intimo. Questo ci permetterà di percepire i confini che segnano l’intimità anche delle altre persone.

Tutto questo processo di strutturazione dell’ intimità naturalmente, come altri aspetti di definizione della persona, passa attraverso le influenze dei processi educativi, familiari e sociali.

Avverrà naturalmente che più avremo delineate queste dimensioni più potremo sperimentarci nella sensazione del far entrare qualcuno nel nostro spazio intimo per poi accedere alla dimensione in cui si crea suo spazio intimo condiviso e strutturato assieme all’altro.

Una coppia che ha attraversato queste fasi in maniera abbastanza competa avrà sicuramente la percezione (consapevole o non consapevole di tale spazio intimo), avvertirà una stanza mentale di rifugio e condivisione, una sorta di gelosia ed istinto protettivo verso di essa, un qualcosa che se protetta e alimentata in modo sano potrà costituire una delle sue più grandi risorse anche nei momenti di crisi.

Un’altra riflessione mossa dal film Che vuoi che sia è: cosa perderemmo quindi se rinunciassimo all’ intimità senza saperlo? Un livello di interazione molto potente, che si realizza anche nella stanza della terapia dove una persona pian piano affida e condivide la sua storia, le sue emozioni ed i suoi pensieri a qualcuno libera da un giudizio, acquisendo sicurezza, condivisione, conforto e cooperazione in un processo di relazione complesso ed orientato alla promozione del suo benessere.  Un aspetto della mia vita e del mio lavoro, quindi se qualcuno dovesse domandarmi che valore io do all’ intimità la mia risposta può essere soltanto una: infinito e guai a chi me la tocca!

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Bibliografia

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  • Levine S. Psychological intimacy.JSex Marital Ther 12, 259-268, (1991).
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