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Psicofarmacologia e relazione terapeutica – report dal seminario di Palermo

Si è svolto un seminario sull'importanza del rapporto tra psicofarmacologia e relazione terapeutica: la relazione è il presupposto per accettare il farmaco.

ID Articolo: 142783 - Pubblicato il: 26 gennaio 2017
Psicofarmacologia e relazione terapeutica – report dal seminario di Palermo
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Si è svolto lo scorso 13 Gennaio a Palermo, presso la Clinica Psichiatrica diretta dal Prof. Daniele La Barbera, ordinario di Psichiatria dell’Università di Palermo, un seminario formativo che ha esplorato il rapporto esistente tra psicofarmacologia e relazione terapeutica, affrontando temi quali il valore simbolico dello psicofarmaco, il suo impatto all’interno della relazione medico-paziente, nonché il meccanismo d’azione dei più comuni psicofarmaci.

 

Psicofarmacologia: sfatare miti e luoghi comuni

L’incontro si è snodato in due sezioni: la prima, prettamente di carattere psicologico, ha tentato di sfatare alcuni luoghi comuni legati alla reticenza nell’utilizzo dello psicofarmaco, e una seconda di carattere medico ha riguardato i meccanismi d’azione del farmaco e le diverse tipologie in relazione al trattamento delle patologie più comuni, come depressione e ansia, fino alla psicosi.

Tematiche spinose e urgenti, considerato che, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, nel 2020 la depressione sarà la più diffusa malattia del pianeta, e risulta quindi necessario chiarire la natura del problema e il ruolo della farmacoterapia nel contesto di una relazione terapeutica efficace.

Partiamo dal luogo comune secondo cui gli psichiatri imbottiscono di farmaci e proseguiamo nella valutazione della sua efficacia, che dipende da vari fattori, per cui, se un farmaco è incompetente, ciò non è sempre dovuto alla psichiatria, ma alla complessità della patologia
così ha aperto provocatoriamente il Prof. La Barbera, in oltre tre ore fitte di contenuti.

Messaggio pubblicitario Me.Dia.Re. NOVEMBRE 2017 Lo psicofarmaco, sostanza chimica abbastanza recente (si può infatti far risalire la rivoluzione psichiatrica alla seconda metà degli anni ’50), sostanza chimica intorno a cui confluiscono miti sociali, personali e familiari, con profonda valenza psicologica, al punto da essere considerata sostanza psichica essa stessa, al contempo desiderata e temuta.

Stiamo parlando certamente di un farmaco, ma in senso particolare: uno psicofarmaco, più di quanto avvenga per un farmaco generico, attiva tutta una serie di fantasie e simbolismi lungo i due poli del salvifico (guarigione) e malefico (intossicazione/avvelenamento). La diversità dello psicofarmaco consiste nel fatto che esso, per molti pazienti, ha quasi vita autonoma, una vera e propria intelligenza, ed è in grado di cambiare la personalità, specialmente se assunto in dosi elevate. In realtà esistono sostanze in grado di modificare lo psichismo in maniera maggiore, come avviene nell’alterazione del microbiota umano.

Psicofarmacologia e relazione terapeutica

 

Psicofarmacologia: la centralità della relazione terapeutica per l’adesione al trattamento farmacologico

E sull’annosa questione sul rischio percepito di dipendenza da parte del paziente è bene non trascurarlo, sebbene si tenda a sovrastimarlo, ed è comunque necessario sempre valutare tale aspetto all’interno della relazione terapeutica.

E proprio una buona relazione terapeutica risulterebbe centrale nell’adesione al trattamento (compliance), sul versante del rispetto delle prescrizioni mediche (come il numero di somministrazioni giornaliere) che riflette il superamento di un metabolismo psicologico del farmaco, che inizia prima della sua assunzione, e che può spingerlo possibilmente a non assumerlo affatto. Tanti i fattori legati al rifiuto dei farmaci, oltre a una cattiva relazione terapeutica, la predisposizione personale o l’atteggiamento familiare nei confronti dei farmaci e il livello di gravità della psicopatologia.

Un rapporto, quello tra farmaco e paziente, modulato dalla relazione terapeutica e che modula a sua volta la relazione di fiducia e affidamento all’Altro:

Il farmaco, riportando costantemente alla mente del paziente lo sforzo del curante, diventa il rappresentate della figura del medico e il metro di valutazione della sua competenza, e quindi, del grado di fiducia accordata
– sottolinea La Barbera.

Messaggio pubblicitario Curare oggi i disturbi psichici da un punto di vista farmacologico significa beneficiare della loro azione chimica (per esempio gli antipsicotici atipici hanno minori effetti sedativi rispetto ai comuni neurolettici e migliori effetti sulla sfera cognitiva), all’interno di una valida alleanza terapeutica che aiuti il paziente a monitorare il valore simbolico/immaginativo assegnato, in una prospettiva bio-psicosociale che non consideri un disturbo psichico, come la depressione, esclusivamente di natura psicologica.

Oggi sappiamo che la depressione è una malattia sistemica e interessa diversi circuiti fisiologici, con effetti nocivi sull’attività ipofisaria, sul sistema immunitario e sui fattori di crescita neuronale, attività che i farmaci antidepressivi aiutano a regolarizzare. In quanto tale la depressione è un’urgenza sociale perché, per esempio, la persona che soffre di disturbi cardiaci e anche depressa, ha un tasso di mortalità più elevato.

La depressione come malattia che interessa la totalità mente-corpo, da trattare da una prospettiva farmacologica, ma altresì relazionale, se è vero che la relazione è in grado di per sé di modificare (in senso negativo o positivo) la crescita neuronale e l’espressione genica, il fisico oltre che lo psichico.

In un’ottica epigenetica gli stimoli ambientali sono in grado di modificare l’espressione genica. Nei topi si è visto che scarse cure materne portano alla carente espressività di alcuni geni necessari per il neurosviluppo, mentre l’allattamento crociato inverte questa tendenza. Va da sé il ruolo prezioso di esperienze relazionali forti, come il supporto empatico del terapeuta, che, di pari passo con una farmacoterapia condivisa con il paziente, favoriscano la stimolazione neuronale, cognitiva, emotiva e l’adattamento all’ambiente
conclude La Barbera.

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