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Il corpo accusa il colpo di Van der Kolk (2015) – Recensione

Van der Kolk nel libro tratta il tema del trauma, delle situazioni in cui insorge durante l'infanzia e delle terapie efficaci per l'elaborazione del trauma 

ID Articolo: 121241 - Pubblicato il: 23 maggio 2016
Il corpo accusa il colpo di Van der Kolk (2015) – Recensione
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Van der Kolk descrive come il trauma sia ben osservabile nel corpo, nella postura, nelle espressioni, nei volti, nelle posizioni che assume il corpo nello spazio e da qui parte a citare e a valorizzare la terapia sensomotoria di Pat Ogden e Peter Levine; ci invoglia a studiare e a tenere ben presente gli studi di Maier e Seligman citando il celeberrimo esperimento sui cani, che mostra chiaramente come molte persone traumatizzate possono semplicemente rinunciare a fuggire, anche di fronte alla libertà, rimanendo bloccate nella paura che già conoscono.

Leni Ferraris

 

Introduzione

Bessel Van der Kolk ci accompagna in un viaggio scientifico regalandoci stralci della sua vita professionale a partire dalle esperienze di un giovane medico in specializzazione per arrivare a quelle dello psichiatra studioso e clinico dei giorni nostri. La particolare prospettiva da cui l’autore osserva i suoi pazienti denota un’apertura a tutto ciò che non è dogmatico, critica l’abuso di terapie farmacologiche e psicoterapeutiche come unica soluzione per il trattamento dei traumi, si affida alle sue numerosissime osservazioni cliniche supportate dagli studi più recenti presenti in letteratura e da bravo medico, racconta come l’ascoltare e il guardare con curiosità i suoi pazienti lo abbia portato a comprenderne la complessità e il bisogno di andare oltre le terapie che venivano proposte a partire dagli anni ’70 per curare i sintomi invalidanti presentati dai veterani reduci del Vietnam affetti da disturbo da stress post traumatico. Non si riesce a saltare neanche una pagina di questo libro, l’autore ci parla trasmettendo calore attraverso i suoi preziosi racconti di casi e di come quello stesso calore lo abbia trasmesso ai suoi pazienti.
Questo libro è uno strumento importantissimo per tutti i clinici, medici e psicologi, “vecchi” e “nuovi”, e non solo per chi si occupa di psicotraumatologia, perché i contenuti di questo importante scritto offrono innumerevoli spunti di riflessione clinica per la concettualizzazione di casi complessi e per pazienti multitrattati che non riescono a beneficiare delle terapie standard.

Il trauma ci riguarda! Eccome, il trauma ci impedisce di stare nel presente ed è questo l’aspetto cruciale nella gestione di sintomi importanti come il rimuginio e la ruminazione; M. Silvana Patti e Alessandro Vassalli, scrivono nell’introduzione all’edizione italiana:

L’individuo che non riesce a ingaggiarsi in un percorso esistenziale e progettuale, infatti, non può essere, come dice van der Kolk, un membro operativo ed efficace della società; società che di contro, finisce per non evolversi o assorbire e rimettere in atto l’aggressività e la reattività dei suoi componenti. Come ci poniamo, in quanto clinici, di fronte a tutto questo? Ci sembra di poter identificare la risposta a tale domanda tra le righe di questo libro importante e bellissimo; ed è una risposta che pare comprendere quattro parole chiave: competenza, responsabilità, curiosità, relazione.

Ecco, la curiosità, un filo rosso che corre lungo le pagine del libro, la curiosità scientifica che porta a interessarsi all’importantissima fase della diagnostica differenziale, van der Kolk insiste sulla responsabilità che come clinici abbiamo nel porre una corretta diagnosi:

La chiave della guarigione si situa nella comprensione dell’organismo umano
e ancora l’autore, ponendosi con grande umiltà proprio di fronte a tale complessità dice
I miei manuali sono stati i miei pazienti.

Sempre attraverso i suoi racconti, nelle sedute di gruppo con pazienti traumatizzati, ci offre una visione di semplice comprensione, ma che allo stesso tempo nasconde una profonda consapevolezza e frustrazione del clinico che non può davvero capire, fino in fondo, che cosa c’è nella mente di quegli esseri umani: dopo un Trauma, il mondo, di fatto, si divide in quelli che sanno e in quelli che non sanno.

 

Il trauma secondo van der Kolk

Messaggio pubblicitario Van der Kolk descrive come il trauma sia ben osservabile nel corpo, nella postura, nelle espressioni, nei volti, nelle posizioni che assume il corpo nello spazio e da qui parte a citare e a valorizzare la terapia sensomotoria di Pat Ogden e Peter Levine; ci invoglia a studiare e a tenere ben presente gli studi di Maier e Seligman citando il celeberrimo esperimento sui cani, che mostra chiaramente come molte persone traumatizzate possono semplicemente rinunciare a fuggire, anche di fronte alla libertà, rimanendo bloccate nella paura che già conoscono.

Rispetto all’utilizzo della psicofarmacologia, l’autore fornisce dati aggiornati e statistiche sul consumo, la spesa e l’efficacia, affermando la forte necessità di integrare la psicoterapia con la medicina.

Ritornando all’importanza della diagnosi e della comprensione del funzionamento dell’organismo, l’autore ci invita a “…scrutare il cervello…”, “…ci mostra come in seguito ad un trauma sia possibile attraverso le nuove tecniche di brain imaging, osservare le differenze tra un cervello normale ed un cervello traumatizzato…”.

 

Il cervello emotivo e il cervello razionale

Nelle sue spiegazioni sul funzionamento del cervello si possono trarre degli ottimi spunti, non solo per noi clinici, ma anche per i nostri pazienti, che nella fase psicoeducativa possono certamente trarre un grande beneficio potendo immaginare cosa accade a livello organico nel loro cervello in seguito a un trauma. Van der Kolk dà una chiara spiegazione di ciò che avviene a livello organico nel “cervello emotivo”, cioè il cervello rettiliano ed il sistema limbico e nel “cervello razionale”, che comprende i lobi frontali; questi ultimi, ci spiega Van der Kolk, alla luce delle scoperte nel campo della neurobiologia, sono fondamentali per la comprensione del trauma, in quanto “sede dell’empatia” – la capacità di “sentirci in” qualcun altro; la scoperta sensazionale del gruppo di scienziati italiani fu quella dell’individuazione dei neuroni specchio, che uno scrittore paragonò a un “Wi-Fi neurale” che ci permette di cogliere non soltanto il movimento delle altre persone, ma anche lo stato emotivo e le intenzioni. L’autore ci parla della diagnosi da molti punti di vista, dalla raccolta anamnestica, agli strumenti standardizzati e alle discussioni accademiche con i suoi colleghi in merito alle differenze fra “diagnosi “ufficiali” e ciò di cui i pazienti soffrono veramente”.

Van der Kolk ha anche il dono di riuscire a spiegare i concetti più complessi attraverso delle metafore molto immediate: nel paragrafo “Identificare il pericolo: il cuoco e il rilevatore di fumo”, il cuoco rappresenta il talamo, un’area del sistema limbico, che mescola tutte le informazioni delle nostre percezioni sensoriali in una zuppa autobiografica e che ci dice che “questo è ciò che sta succedendo a me”; all’amigdala invece, assegna il ruolo del “rilevatore di fumo”, del pericolo, dell’allarme, che ci dice se quelle informazioni sono rilevanti o meno per la nostra sopravvivenza; e ce ne sono altre, molto interessanti, di metafore, che servono soprattutto agli psicologi per comprendere più a fondo il funzionamento di quel misterioso organo che è il cervello.

A quanto pare, dallo scritto di Van der Kolk, sembrerebbe che lui, i suoi neuroni specchio li abbia utilizzati a dovere per entrare nella mente dei suoi pazienti e ce lo dimostra con questa frase:

Non si deve per forza avere una storia traumatica per sentirsi consapevolmente impauriti a una festa con sconosciuti, ma il trauma ha il potere di trasformare il mondo intero in un raduno di alieni;
utilizzare l’espressione “consapevolmente impauriti” rimanda a tutto il corpus di studi che sostengono la centrale importanza dell’ imparare ad essere presenti a se stessi, nel qui ed ora; l’autore parla quindi del metodo Feldenkrais, ideato dal grande terapeuta corporeo, fino a citare il matematico Archimede, che pare che per spiegare il funzionamento delle leve, abbia detto: “Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo”, che tradotto nelle parole di Moshe Feldenkrais, potrebbe essere: “ Non si può fare ciò che si vuole, se non si sa cosa si sta facendo” e a proposito di questo, l’autore si riallaccia al senso di agency, che troviamo spiegato in letteratura, come un tassello fondamentale per la costruzione di nuove parti del Sé e per il consolidamento dell’identità, iniziando appunto ad agire, inseguendo i propri scopi e desideri, essendo consapevoli di ciò che conta davvero per noi. Questo importante tassello che compone una terapia, viene costruito quindi proprio grazie alla consapevolezza, di cui attualmente la Mindfulness e le terapie sensomotorie, sono tra le più utilizzate ed efficaci tecniche per ottenere questo risultato.

Il trauma nell’età infantile

Questo libro parla anche dei bambini, perché è da lì che bisogna partire e van der Kolk non tralascia di citare Bowlby e i suoi lavori sulla base sicura:

Crescendo, impariamo a prenderci cura di noi stessi, sia fisicamente sia emotivamente, ma la prima lezione di cura di noi stessi ci viene impartita dal modo in cui siamo stati accuditi. I bambini i cui genitori costituiscono fonti di conforto e di forza affidabili hanno un vantaggio nella vita, una sorta di protezione contro il peggio che la sorte può riservare loro
ed anche in questo caso la fondamentale
http://www.stateofmind.it/tag/teoria-dellattaccamento/
viene raccontata, nella sua complessità, in un modo che rende ben chiara la relazione che sempre esiste tra un trauma di attaccamento e un disturbo mentale, parla del piano di sopravvivenza che i bambini traumatizzati sono costretti a mettere in atto per sopravvivere e che una volta adulti, dovranno pagare un prezzo altissimo per la negazione e l’evitamento che hanno messo in atto nel passato per preservare la loro vita.

Un intero capitolo è dedicato alla mente dei bambini, dove van der Kolk sostiene la proposta del suo gruppo di studio, non accolta dalla commissione del DSM 5 (come non fu accolta nemmeno all’epoca del DSM IV) di inserire nel manuale diagnostico il DTS (Disturbo Traumatico dello Sviluppo), e argomenta in modo preciso e puntuale, anche dal punto vista socio-economico, il perché farebbe davvero la differenza, una diagnosi di questo tipo.

Le terapie efficaci per l’elaborazione del trauma

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Nella quinta ed ultima parte del libro, vengono descritte le numerose possibilità di applicare terapie efficaci e percorsi di cura (a partire dall’EMDR, fino all’arte-terapia, la mindfulness, lo yoga, la psicofarmacologia fino al neurofeedback) a cui uno psicotraumatologo competente dovrebbe poter fare appello, oltre alla

conoscenza specifica dell’impatto del trauma, dell’abuso e della trascuratezza, per aiutare a stabilizzare e calmare i pazienti, facilitare l’interruzione dell’intrusione dei ricordi traumatici e delle riattualizzazioni e riconnettere i pazienti con i loro compagni e compagne.

L’autore spiega le tecniche partendo dal concetto di re-integrazione delle parti, della cruciale importanza dell’individuazione delle parti dissociate e di come grazie all’integrazione di molteplici tecniche si possa puntare al riconnettere le parti del Sé disintegrate.
Lascio anche nella conclusione parlare van der Kolk:

L’essenza del trauma è che è travolgente, incredibile, e insopportabile. Ogni paziente richiede che non si accantoni ciò che è normale e si accetti il confronto con una duplice realtà: la realtà di un presente relativamente sicuro e prevedibile, che vive fianco a fianco con un passato catastrofico e sempre presente.

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Bibliografia

  • B. van der Kolk (2015). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffello Cortina, Milano.
  • G. Dimaggio, A. Montano, R. Popolo & G.Salvatore (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Raffaello Cortina, Milano.
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