Stereotipi e pregiudizi etnici nei bambini: come si formano e come educare alla multiculturalità

Stereotipi e pregiudizi nei bambini: la scuola, la famiglia, la televisione possono contribuire ad educare i bambini alla multiculturalità

ID Articolo: 120601 - Pubblicato il: 29 aprile 2016
Stereotipi e pregiudizi etnici nei bambini: come si formano e come educare alla multiculturalità
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Stereotipi: Le ricerche che riguardano la socializzazione etnica e le relazioni tra bambini di differenti culture sono iniziate da decenni e sono diventate molto numerose. Questi studi si rifanno a modelli che integrano vari costrutti della psicologia sociale, da quelli sull’identità sociale a quelli sul pregiudizio e favoritismo/discriminazione intergruppo. Negli ultimi tempi sono state condotte anche ricerche che hanno esplorato l’atteggiamento dei bambini verso le minoranze in relazione allo stile d’attaccamento.

Le prime ricerche su stereotipi e pregiudizi nei bambini

Viste le continue trasformazioni del nostro contesto date dai flussi migratori, i rapporti interculturali all’interno del sistema scolastico sono molto sentiti.

Le prime ricerche su questo argomento sono state condotte negli Stati Uniti, in cui la multiculturalità si è presentata molto prima che in Europa. Vari studi (Williams, Best e Boswell, 1975; Averhart e Bigler, 1997) hanno ottenuto risultati simili: sia bambini euro-americani che afro-americani presentavano un pregiudizio a favore di quelli euro-americani. Quindi anche i bambini appartenenti alla minoranza, benché avessero introiettato una identità etnica afroamericana, attribuivano maggiori caratteristiche positive ai loro compagni euro-americani. Inoltre da una ricerca di Russell, Wilson e Hall del 1992, si è visto come venissero considerati più belli, intelligenti e di classe sociale elevata gli afro-americani di carnagione più chiara, rispetto a quelli di carnagione più scura.

È stato riscontrato che non è solo il colore della pelle ad essere l’unico fattore che influenza gli atteggiamenti dei bambini. Un fattore che sembra essere molto importante è lo status sociale, di cui i bambini sono consapevoli già dai cinque anni d’età.
Anche da una rassegna condotta dalla Tomlinson (1983) emerse che i bambini preferivano i compagni del loro stesso gruppo già nella prima infanzia. C’è tuttavia da sottolineare che questo potrebbe non essere dovuto solo all’appartenenza etnica ma anche o soprattutto al comportamento dei bambini immigrati. Troyna e Hatcher (1993) fanno notare infatti che i bambini potrebbero scegliere o rifiutare i coetanei non solo secondo l’appartenenza etnica, ma anche per le modalità di comportamento; potrebbero quindi preferire un compagno non solo perché appartiene al proprio gruppo ma perché estroverso e loquace, mentre un bambino immigrato potrebbe essere escluso, ad esempio, in quanto timido e taciturno.

Dai cinque anni inizia a svilupparsi anche l’identificazione etnica, ossia il bambino inizia a riconoscere che condivide alcune caratteristiche fisiche, psicologiche e sociali con altre persone. Lo sviluppo del senso d’appartenenza etnica avviene anche attraverso l’acquisizione delle pratiche, degli usi e dei costumi, della lingua, di schemi cognitivi e comportamentali tipici della propria cultura.
È stato constatato, tuttavia, che stereotipi e pregiudizi diminuiscono man mano che i bambini crescono, in particolare quando superano i sette anni (Abound, 1988). Un’ipotesi è che questo sia dovuto al superamento della fase dell’egocentrismo infantile, mentre un’altra ipotesi è che sia causato dal fatto che a questa età i bambini comprendono che la discriminazione sia socialmente indesiderabile. Questa fase è interconnessa anche con lo sviluppo dei concetti di uguaglianza e giustizia. Mentre fino ai cinque anni la giustizia è l’obbedienza all’autorità, dai sei agli otto anni il bambino sviluppa un concetto di giustizia basato sull’uguaglianza. I rapporti egualitari tra pari infatti portano a sviluppare la “morale della cooperazione”.

 

I fattori che influenzano stereotipi e pregiudizi nei bambini

Messaggio pubblicitario Ci dovremmo chiedere quali fattori influenzano gli atteggiamenti interetnici dei bambini.
I maggiori sembrano essere la famiglia, i media e il contesto scolastico (Di Pentima, 2007).  La famiglia trasmette valori etici, norme e preconcetti rispetto all’alterità. È vero però che i bambini e soprattutto i ragazzi non aderiscono in modo acritico alle idee trasmesse dai genitori, ma le rimodellano adattandole ai propri scopi. Da ricerche recenti emerge un risultato interessante: non sono tanto gli atteggiamenti espliciti dei genitori ad influenzare le idee dei figli, quanto quelli indiretti. I bambini sono quindi più sensibili verso i comportamenti non verbali, alle risposte affettive dei genitori e ai reali comportamenti verso altre etnie, che non a quello che la famiglia dice esplicitamente (Castelli e Tomelleri, 2004).

Per quanto concerne la televisione, sappiamo che riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo, nel mantenimento e nella trasformazione di stereotipi e pregiudizi degli individui (Graves, 1999). Secondo uno studio di Li-Vollmer del 2002 i programmi televisivi utilizzano principalmente individui caucasici, e se vengono inclusi membri di minoranze etniche, sono rappresentati con ruoli di scarso prestigio sociale e in modo conforme agli stereotipi del gruppo di maggioranza. Inoltre le informazioni che arrivano sui paesi del Terzo Mondo riguardano raramente buone notizie, e quando queste arrivano sono dovute a persone di etnia caucasica. La televisione dunque presenta solo alcuni aspetti della realtà. Questo fa in modo che si mantengano i pregiudizi già radicati nel contesto culturale d’appartenenza. Tuttavia c’è da sottolineare che, come ha evidenziato Mancuso (2001) questa influenza può venire controbilanciata da buone esperienze di interazione quotidiana interculturale.

Anche la scuola, grazie al confronto continuo con i pari, ha influenza sullo sviluppo dell’identità razziale e sull’avere o meno comportamenti discriminatori. Dutton, Singer e Devlin (1998) hanno confrontato tre gruppi di studenti: uno proveniente da una scuola mista, uno con bambini per lo più bianchi ed uno con bambini prevalentemente neri. Gli strumenti utilizzati sono stati il disegno della persona, il “picture test” e il test del concetto di sé. È emerso che i bambini con una maggiore identità etnica ma anche con una maggiore accettazione dei compagni di altre etnie sono quelli provenienti dal contesto misto; invece i bambini delle scuole non integrate hanno sviluppato una adeguata identità etnica ma non un buon livello di accettazione della diversità. Questo avvalora la cosiddetta Ipotesi del Contatto, ossia che ad un maggior contatto tra gruppi etnici diversi corrispondano rapporti con una minore presenza di stereotipi e pregiudizi.

 

Stereotipi e pregiudizi nei bambini e stile di attaccamento

Uno studio molto interessante condotto in Italia (Di Pentima, 2006) ha messo in luce l’associazione tra favoritismo verso il proprio gruppo e Teoria dell’Attaccamento. E’ emerso che i bambini italiani sicuri indicano gli amici, quelli che piacciono di più e quelli che piacciono di meno indipendentemente dal gruppo di appartenenza. I bambini ambivalenti ed evitanti preferiscono i coetanei connazionali. I bambini con attaccamento disorganizzato indicano che i compagni che piacciono meno sono quelli immigrati. Lo stile di attaccamento organizzato o disorganizzato sembra avere quindi degli effetti, in età infantile, sulle scelte amicali e sulla preferenza sociale. Chi ha un attaccamento sicuro dimostra fiducia negli altri, il che favorisce l’esplorazione di nuove relazioni e l’accettazione. Chi ha un attaccamento ambivalente ed evitante ha una rappresentazione di sé come vulnerabile e degli altri come inaffidabili. Chi ha un attaccamento disorganizzato ha una rappresentazione della realtà come fonte di pericoli, il che induce una forte ansia nel contatto interetnico.

 

Quali interventi per prevenire stereotipi e pregiudizi nei bambini?

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Come potrebbero contribuire psicologi ed educatori per fare in modo di sviluppare delle sane relazioni interetniche, evitare l’emergere di conflitti e ostilità, alla cui base vi sono stereotipi e pregiudizi? Negli anni sono stati elaborati ed attuati diversi progetti, incentrati fondamentalmente su due linee di intervento:
La prima fa capo alla teoria del contatto, che ha individuato determinate condizioni affinché l’incontro tra individui di differenti realtà socio-culturali abbia successo: un clima sociale piacevole e gratificante, il coinvolgimento dei bambini in obiettivi comuni, che i membri siano dello stesso status sociale (Amir, 1976; Cook, 1984).
La seconda comprende alcune strategie che tentano di modificare i pregiudizi intervenendo sui processi cognitivi individuali. Ad esempio il Modello della Personalizzazione si basa sull’idea che il contatto per essere efficace debba promuovere interazioni il più possibile personalizzate (Brewer e Miller, 1984). Un altro modello è quello della Identità Sociale Distinta, che sostiene l’importanza che ciascun gruppo mantenga i propri confini: ai membri devono essere assegnati ruoli distinti, ma complementari, in modo che tutti i gruppi possano mantenere un’identità positiva all’interno di uno stesso contesto collaborativo (Hewstone e Brown, 1986).

Una strategia nota nel contesto scolastico è quella delle classi puzzle, ossia divise in gruppi di lavoro eterogenei di cinque-sei studenti. Si è fatta strada inoltre la metodologia della mediazione (sia quella linguistico-culturale che quella sui conflitti etnici), che può essere impiegata non solo a scuola ma anche nei quartieri e nelle comunità multietniche.
Alla luce delle nuove ricerche legate alla Teoria dell’Attaccamento un’altra strategia di intervento potrebbe essere quella di favorire, tramite vari strumenti, lo sviluppo di uno stile di attaccamento sicuro tra genitori e bambino, in modo che il bambino divenga capace di instaurare relazioni soddisfacenti, equilibrate ed improntate sull’aiuto reciproco anche con bambini appartenenti a minoranze etniche.

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In un recente studio si è indagato come le credenze relative all'orientamento sessuale influenzano il modo in cui sono viste le minoranze sessuali.

Bibliografia

  • Abound, F. E. (1988), Children and Prejudice, Basil Blackwell, Oxford.
  • Amir, Y. (1976), The role of intergroup contact in change of prejudice and ethnic relations, in Katz P.A., Towards the Elimination of Racism, Pergamon Press, New York.
  • Averhart, C. e Bigler, R. (1997), Shades of meaning: skin tone, racial attitudes and constructive memory in african american children, Journal of Experimental Child Psychology, 67, 363-388.
  • Brewer, M. B. e Miller, N. (1984), Beyond the contact hypothesis: theoretical perspectives on desegregation, in Brewer M. B., Miller N. (eds.), Groups in Contact: the Psychology of Desegregation, Academic Press, New York.
  • Castelli, L. e Tomelleri, S. (2004), Come il pregiudizio dei genitori si può ripresentare negli atteggiamenti dei figli, Atti del VI Congresso dell’Associazione Italiana di Psicologia, Sciacca.
  • Cook, S. W. (1984), Cooperative interaction in multietnic contexts, in Miller, N., Brewer, M. B. (eds.) Groups in Contact. The Psychology of Desegregation, Academic Press, New York.
  • Di Pentima, L. (2006), Culture a confronto. Relazioni, stereotipi e pregiudizi nei bambini, Edizioni Unicopoli, Milano.
  • Di Pentima, L. (2007), Attribuzioni di prosocialita’ e aggressivita’ in classi multietniche: la relazione tra attaccamento e familiarita’ nell’integrazione tra gruppi, Eta’ Evolutiva, 86, pp. 27-39.
  • Dutton, S. E. Singer, J. Devlin, A. S. (1998), Racial identity of children in integrated, predominantly white and black school, The Journal of Social Psychology, 138, 1, 41-53.
  • Graves, S. B. (1999), Television and prejudice reduction: when does television as a viceroys experience make a difference?, Journal of Social Issues, 55, 4, 707-727.
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  • Troyna, B. e Hatcher, R. (1993), Contro il razzismo nella scuola. Il pensiero e le interazioni razziali dei bambini, Erickson, Trento.
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