Freud è morto, la psicoanalisi vive

Scrittore, catalizzatore e creatore di miti: fu sicuramente un profeta che fece la storia, ma non un legislatore della scienza come Newton

ID Articolo: 117712 - Pubblicato il: 02 febbraio 2016
Freud è morto, la psicoanalisi vive
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Freud lasciamolo nella sua parte di grande creatore di miti e grandissimo scrittore e, certamente, anche di grande catalizzatore, di figura storica che contribuì a creare e concepire la professione di psicoterapeuta. Un profeta e un facitore di storia, ma non un legislatore della scienza come Newton.

L’articolo in difesa di Freud del collega Raggi (LEGGI L’ARTICOLO) esce negli stessi giorni in cui l’Internazionale pubblica la traduzione di un articolo di Oliver Burkeman apparso sul Guardian il 7 gennaio (Therapy wars: the revenge of Freud) e che parla di una rivincita, o forse una vendetta nell’originale inglese, di Freud.

Raggi risponde a un mio articolo (Non è più il tempo dell’inconscio..)  in cui ritenevo che il concetto freudiano di inconscio assoluto fosse non solo povero di potere esplicativo, ma anche poco adatto allo spirito della contemporaneità. Burkeman parla invece dei possibili limiti della terapia cognitivo-comportamentale, spesso contrapposta alla psicoanalisi, e scrive delle guerre della psicoterapia (therapy wars) aspre nel Regno Unito dopo che nel 2012, grazie all’azione dell’economista e riformatore politico Richard Layard, il sistema sanitario inglese ha adottato e diffuso in maniera massiccia il trattamento cognitivo-comportamentale per ansia e depressione.

I due articoli sono simili, ma non sovrapponibili. Oggi rispondo a Raggi, in un articolo successivo prendo in considerazione Burkeman.

 

La critica all’inconscio e le apologie di Freud

Raggi contesta la mia svalutazione del lavoro di Freud sull’inconscio. In questa operazione il collega adotta una linea difensiva in cui difende l’operato globale di Freud, rimarcandone il superamento del semplicismo iniziale e la successiva evoluzione della psicoanalisi.

Messaggio pubblicitario Probabilmente è vero che il lavoro di Freud non può essere ridotto al modello dell’inconscio assoluto e sessualizzato. Sicuramente è verissimo che la psicoanalisi, dopo Freud, ha avuto una forte evoluzione, con la scoperta di concetti che sono stati utilizzati anche da psicologie non dinamiche. Però noto che Raggi, mentre dedica metà del suo articolo a Freud, si impegna solo per poche righe sui suoi successori, che sono ben più sostanziosi scientificamente. Raggi ricorda giustamente “le varianti delle teorie psicoanalitiche basate sulle relazioni oggettuali (Klein, Fairbairn, Winnicott, Bowlby), che hanno dato l’abbrivio alle prospettive relazionali (Mitchell, Greenberg), i tentativi di ricomposizione delle varie differenze teoriche operate da Bion e dai suoi allievi, sino alle più attuali concettualizzazioni della psicoanalisi del campo (Baranger, Ogden, ecc.)”. Finita questa rapida lista Raggi non aggiunge nulla, dopo aver invece parlato di Freud per quasi due cartelle.

 

L’insostenibile onnipresenza del pene

Questo è un paradosso che incontro continuamente. Ogni qual volta ho parlato in maniera professionale con uno psicoanalista, e questo capita fin dall’inizio degli anni ’90, ho notato che il suo linguaggio ha ben poco di freudiano: è tutto un analizzare le relazioni affettive del paziente, la sua emotività, la sua storia evolutiva, i suoi amori, le sue pene, le sue solitudini, le sue incomprensioni con gli altri e con se stesso. Certo, spesso gli altri sono i suoi genitori (ma ci sono anche il partner e gli amici). Certo, all’improvviso in questo vivido racconto del collega psicoanalista sbucano fuori strane metafore il cui significato simbolico può funzionare; Edipo e Laio vanno bene per descrivere una relazione difficile tra un paziente e il suo datore di lavoro e per capire come questa relazione possa essere nata in un modello precedente e altrettanto infelice, provato spesso col padre. Dopo un po’ però salta fuori il pene, e allora addio, non si capisce più niente.

Succede ancora, purtroppo. Mi chiedo quanto sia utile tirare in ballo tutta la futile epica sessuale del pene e della sua terrificante castrazione. Una metafora bizzarra e disorientante che costringe l’interlocutore a dispiegare lo sguardo di circostanza che riserviamo alle persone a cui vogliamo più bene quando infilano nella conversazione alcune loro vacuità innocue di cui sono follemente appassionate –come ad esempio la dieta fruttariana o l’amore per i criceti arancioni- sguardo che usiamo ben consci che non è il caso di ferirle inutilmente interrompendole con il nostro annoiato disinteresse, anche perché anche noi a nostra volta ne siamo affetti e amiamo inserirle a tradimento nel nostro conversare, pur sapendo che esse generano negli altri il più sconfinato tedio.

E inoltre mi chiedo quanto serva denominare tutto questo “inconscio”. Il paziente ha difficoltà a gestire stati d’animo difficili, in cui si mescolano odio e amore, rivalità e bisogno d’affetto, accudimento e ferocia, invischiamento e irrimediabile lontananza. Tutto questo è già molto complesso, molto confuso ma anche ben poco inconscio. Il paziente ci chiede aiuto perché è cosciente di questa confusione e di questo dolore e richiede soccorso. Ma il contenuto di questi dolori espresso nei termini freudiani dell’angoscia di castrazione e dell’invidia del pene non è inconscio. Semplicemente non c’è e non serve. O c’è, talvolta. Insieme a tante altre paure.

La verità è che la nostra più grande paura non è quella di essere castrati ma quella di non essere amati e soprattutto abbiamo paura di non potere amare; eventualità ancora peggiore come aveva capito Proust, scrittore altrettanto potente di Freud ma migliore conoscitore del cuore umano. E poi c’è anche il timore di non potere esplorare il mondo e quello, purtroppo, violento e feroce di non potere affermarci. Questi sono gli affanni degli uomini e delle donne e che ci rendono la vita difficile, come ha capito lo psicoanalista Lichtenberg.

 

Oltre Freud: il paradigma psicodinamico

Insomma, vi è un paradigma psicodinamico post-freudiano che ha fatto piazza pulita di sesso e castrazione e che ha invece giustamente scoperto la centralità delle relazioni affettive e degli stati emotivi a loro connessi, paradigma la cui fioritura è merito di Fairbairn e Winnicott e che ha avuto i suoi precursori in Sandor Ferenczi e Melanie Klein e che ha dati ulteriori frutti che finalmente hanno quasi riconciliato la psicoanalisi con la psicologia scientifica.

La teoria dell’attaccamento di Bowlby è già pienamente compatibile con la visione cognitiva e anzi fornisce maggiore spessore relazionale al cognitivismo clinico, a volte davvero un po’ gelido. Perfino le difese di Anna Freud e la psicologia dell’Io hanno da insegnare alla terapia cognitiva; in fondo le difese sono schemi cognitivi. Ma Freud con le sue metafore è davvero difficile da digerire in maniera clinicamente nutritiva. Certo, scrive Raggi, “persino il re-orientamento in chiave relazionale era già “in nuce” nei lavori di Freud (Lutto e melanconia ad esempio)”. In nuce, molto in nuce, caro Raggi, e quel suo “persino” dice tutto su quanto Freud rimanesse fuori dal quel paradigma relazionale che lei sembra suggerire essere il nocciolo ancora vivo della psicoanalisi, o meglio della terapia psicodinamica.

Freud non si liberò mai del tutto della sua impostazione iniziale antipsicologica e ingenuamente meccanicista. Era un neurologo e un medico, non uno psicologo. Il che ha generato tutto un gergo bizzarro che ancora adesso separa psicoanalisi e psicologia scientifica. I migliori clinici e teorici venuti dopo Freud hanno dovuto fare sempre uno doppio sforzo: adattare le loro idee migliori al gergo freudiano dell’energia, della rimozione e del sesso, quando in realtà parlavano di stati mentali.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Anche Freud ha avuto delle buone intuizioni psicologiche? Vero. E anche lui, prigioniero del suo paradigma ingenuamente neo-positivista, dovette adattare le sue migliori scoperte a quel gergo che si era inventato. Le migliori idee della psicoanalisi non sono quelle di Freud, ma appartengono a mio parere all’area britannica soprattutto degli indipendenti e dei kleiniani, e anche all’area annafreudiana americana. Come lo stesso Raggi intitola il suo scritto: “Freud (forse) è morto, ma la psicoanalisi è viva e vegeta”. Togliamo il forse e diamo a Sigmund la soddisfazione di perpetrare questo parricidio in piena consapevolezza e coscienza.

 

Paura di Freud?

E perché no? Perché non avere paura di uno scrittore così potente che ancora adesso crea una sfasatura tra sapere scientifico e conoscenza popolare della nostra disciplina che è tra le più ampie? Perché non avere paura di un mitografo e poeta che oscura i suoi migliori figli, e sto parlando di Fairbairn o Winnicott e non dei soliti geniali svitati come Groddeck o Reich o Lacan o in parte lo stesso Jung, che riescono a farsi largo solo perché accettano la sfida mitologica, ma non scientifica, del fondatore.

Raggi, lei paragona Freud a Newton. Newton? Sarò provocatorio: la psicoanalisi moderna mi pare una disciplina fondata da Winnicott e sviluppata da Mitchell e da altri, disciplina che ha avuto alcuni interessanti precursori come Ferenczi e Melanie Klein e tra i quali Freud non è il più significativo contributore.

Per quanto riguarda l’intera psicologia clinica, dinamica e non, il panorama del possibile Newton è affollato. A Winnicott aggiungerei almeno i due cognitivisti Beck ed Ellis, l’umanista Rogers e tanti psicoanalisti che lascio scegliere a lei. Se vogliamo attribuire a qualcuno il ruolo chiave di nodo che tutto mette assieme e tutto ordina con mano ferma e sicura direi forse Bowlby. E non ho scritto ancora nulla degli sviluppi di terza ondata del cognitivismo clinico, che hanno un’interessante controparte in campo psicodinamico in Fonagy con la sua mentalizzazione.

Freud lasciamolo nella sua parte di grande creatore di miti e grandissimo scrittore e, certamente, anche di grande catalizzatore, di figura storica che contribuì a creare e concepire la professione di psicoterapeuta. Un profeta e un facitore di storia, ma non un legislatore della scienza come Newton.

Per oggi basti questo. Mi rendo conto che non ho risposto a tutti i dubbi di Raggi. Molto c’è ancora da dire sulla natura pragmatica e spiccia della terapia cognitiva, sui suoi pro e su suoi contro, e sul suo rapporto con il mondo moderno, altrettanto pragmatico e spiccio. Ne scriverò in un prossimo articolo.

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