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Sportello TiAscolto! Come funziona un servizio sostenibile di ascolto, sostegno psicologico, counseling e psicoterapia

Lo sportello è un servizio sostenibile di sostegno, counseling e psicoterapia per contrastare le disuguaglianze di salute economiche e sociali.

ID Articolo: 117172 - Pubblicato il: 20 gennaio 2016
Sportello TiAscolto! Come funziona un servizio sostenibile di ascolto, sostegno psicologico, counseling e psicoterapia
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Matteo Bessone e Pietro Sarasso

 

Lo sportello TiAscolto! è un servizio sostenibile di ascolto, sostegno psicologico, counseling e psicoterapia nato per contrastare le disuguaglianze di salute. Si posiziona nella zona d’ombra presente tra il libero mercato della sanità privata (il privato puro), spesso inaccessibile a molti e responsabile di un’iniqua stratificazione sociale, e le scelte inerenti alle politiche sanitarie che si ripercuotono su un Sistema Sanitario Nazionale incapace di tutelare nella pratica il diritto alla salute così come sarebbe previsto dall’articolo 32 della Costituzione.

L’obiettivo del presente contributo è quello di esplicitare la possibilità di un nesso tra un ventaglio di valori e le pratiche cliniche. L’ipotesi è che il setting di un servizio costituisca il ponte tramite cui questa relazione diventa evidente. Già Basaglia sosteneva che i vari tipi di approcci al paziente e i vari setting in cui gli operatori si trovano ad agire, spesso non sono il prodotto di scelte cliniche precise, ma il prodotto dei valori del sistema socio­economico che determina e plasma i vari servizi nel loro modo di approcciarsi al paziente, che diventa così la vittima di una violenza che Basaglia, riprendendo Foucault, diceva “tecnica”. Jervis arriva all’estrema conseguenza di tale riflessione, sostenendo che

i valori societari non sono definibili in termini psichiatrici, ma tali al contrario da definire la natura della psichiatria.

Ma tentiamo di capire a cosa si riferisce partendo da un’esperienza reale, individuale ma senza dubbio generalizzabile.

Marco ha vent’anni, lavora per mantenersi gli studi, sta intraprendendo da qualche mese un percorso psicologico, non conosce la differenza tra psicoterapia e counseling, ma sa che quello che fa gli sta servendo molto, ne ha molto bisogno ed è molto motivato, un ottimo paziente per il suo psicologo che si vede però obbligato a interrompere il percorso quando Marco perde il lavoro e non può più pagare a prezzo pieno le sedute, ciascuna corrispondente economicamente a molte ore del suo ormai perso lavoro. Marco non si arrende, perso il lavoro non perde anche la fiducia, prende atto della rigorosità del setting e cerca altrove quello che desidera. Controvoglia si rivolge al medico di base e si reca speranzoso all’ambulatorio territoriale del Dipartimento di Salute Mentale (visto che Marco abita a Torino, va in un CSM, Centro di Salute Mentale) dove spera di poter vedere garantito il proprio diritto alla salute mentale da uno Stato che si prenda cura di lui. Trova invece una gentilissima infermiera che gli fissa un appuntamento dopo due mesi. Marco scoraggiato torna a casa ed è triste perché non capisce come sia possibile che il suo bisogno di libertà, di realizzazione, di autonomia non riesca ad essere accolto, in un paese che, dicono tutti, spende così tanto in salute pubblica.

Storie come quella di Marco prendono vita ogni giorno, ma questa è in qualche modo speciale: Marco (non proprio lui, ma una persona molto simile) è stato il primo utente preso in carico dallo Sportello TiAscolto! Dalla sua vicenda l’ equipe ha tratto la spinta e l’idea per iniziare il percorso che ha portato allo sportello così com’ è oggi: é stata una scintilla iniziale che ha illuminato un vasto campo d’ azione in cui troppo spesso il diritto alla salute mentale viene negato.

Lo sportello TiAscolto! è un servizio sostenibile di ascolto, sostegno psicologico, counseling e psicoterapia nato per contrastare le disuguaglianze di salute. Si posiziona nella zona d’ombra presente tra il libero mercato della sanità privata (il privato puro), spesso inaccessibile a molti e responsabile di un’iniqua stratificazione sociale, e le scelte inerenti alle politiche sanitarie che si ripercuotono su un Sistema Sanitario Nazionale incapace di tutelare nella pratica il diritto alla salute così come sarebbe previsto dall’articolo 32 della Costituzione. Nato nel 2013 negli ultimi due anni solari ha accolto quasi 150 persone. La sostenibilità per i pazienti è data dall’accessibilità della tariffa, variabile a seconda dei casi, sempre commisurata alle specifiche possibilità della persona e di un’ordine di grandezza simile a quello del ticket per le prestazioni equivalenti del SSN. Per il servizio invece la sostenibilità è legata alla possibilità di mantenersi autonomamente in assenza di altri contributi oltre a quelli dei pazienti, all’equilibrio tra le esigenze degli utenti e quelle dei professionisti e all’attenzione all’equità sociale.

Le pratiche dello sportello sono influenzate da una concezione di salute intesa non solo come diritto da tutelare ma come bene comune di cui prendersi attivamente cura tramite la partecipazione attiva, responsabile e diretta delle persone coinvolte (operatori) e della comunità (cittadini). Le persone che accedono al servizio, sono messe nelle condizioni di poter attivamente co­determinare e modellare, entro certi limiti, il setting clinico. La salute non viene qui intesa come un attributo meramente individuale, che riguarda la relazione tra un clinico e un paziente: chi accede al servizio viene aiutato a cogliere i legami invisibili che lo connettono alla collettività che afferisce allo sportello e che rende concretamente possibile il suo essere lì in quel momento. Il setting viene connotato come non­medico al fine di uscire dalla dicotomia salute/­malattia, proponendo un’alternativa alla dominante medicalizzazione della vita quotidiana e delle differenze. In quest’ottica viene decostruito il concetto di malattia come entità oggettiva “altra e esterna” rispetto alla persona.

Messaggio pubblicitario L’accento è posto sui processi (bio­psico­socio­economico­culturali) che hanno generato quella sofferenza più che sulla diagnosi, talvolta poco utile ad un processo di cambiamento quando rischia di interporsi tra gli attori del processo terapeutico, allontanando dall’autentica possibilità di “conoscere attraverso” la sofferenza. La scelta di una clinica che non si fondi sulla diagnosi come strumento di conoscenza riporta l’attenzione sulle idiosincrasie dell’utente e sulle narrative emergenti nel processo. Questa prospettiva facilita il passaggio da un’ottica definitoria (che reifica e immobilizza la persona in un sintomo o una sindrome) veicolata da un linguaggio tecnicistico che legittima un’asimmetria di potere all’interno della relazione, ad un’ottica che processualmente “conosce” nel cambiamento e nell’unicità della relazione che si sviluppa. L’uso comunicativo della diagnosi tra colleghi del servizio viene meno nel confronto su precisi criteri che indirizzano la lettura della realtà clinica, mentre viene mantenuto, con una visione “critica”, nelle comunicazioni cooperative con i colleghi dei diversi servizi al fine di salvaguardare la condivisione dialogica.

Il primo obiettivo clinico è sempre quello di mettere l’individuo nella posizione di guadagnare gradi di libertà che gli permettano di autodeterminarsi e la possibilità di farlo in modo autonomo e responsabile, indipendentemente dalla presenza dello psicologo o dello psicoterapeuta. Il “lavoro paradossale” si sviluppa attorno alla chiara volontà da parte del servizio di non essere più indispensabile al paziente nel condurre una vita autonoma nel più breve tempo possibile, ma senza eccessiva premura.

La tempestività della presa in carico (disponibilità a fissare un primo colloquio entro tre giorni lavorativi dal primo contatto) costituisce uno dei punti di forza, in linea con numerose evidenze circa l’esito favorevole del percorso clinico nei casi in cui la domanda venga accolta con tempestività. Tale sollecitudine è legata alla volontà da parte del servizio di accogliere i bisogni del (forse futuro) paziente nel momento stesso in cui sorgono senza che questi vengano sacrificati alle esigenze organizzative.

L’équipe (attualmente composta da 5 persone) condivide all’unanimità questi valori clinici e sociali nonostante le divergenze d’opinione che possono emergere sulle modalità con cui perseguirli. Lo sforzo del gruppo è teso a leggere tali divergenze come stimoli e come ricchezza più che come ostacolo al lavoro anche grazie ad una struttura molto leggera e non centralizzata in cui ogni scelta è presa in maniera democratica e tramite processi decisionali partecipativi. Questa struttura decisionale non ha finora ostacolato la tempestività degli interventi clinici e dell’operatività rappresentando invece una ricchezza in termini di complessità di analisi.

I membri dell’équipe, deliberatamente non omogenei rispetto al retroterra teorico e pratico, appartengono a molte altre realtà attive sul territorio (Rete Sostenibilità e Salute, Psicologia Film Festival, Gruppo di Lavoro dell’Ordine sui Diritti Umani, Coordinamento Psicologi Psicoterapeuti Piemonte, circoli Arci e associazioni). Questo permette al servizio di mantenere una certa permeabilità dei propri confini e un’attenzione costante ai processi di cambiamento del contesto sociale entro cui opera.
L’equità nei processi decisionali si traduce, dal punto di vista contabile, in equità economica. Vista la variabilità delle tariffe corrisposte dai pazienti a ciascun professionista, ogni mese viene calcolata una tariffa oraria media in base alla quale i clinici vengono remunerati in maniera equa.

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