Il disturbo dello spettro autistico e la nuova prospettiva della cognizione motoria

Nel disturbo dello spettro autistico, la cognizione motoria sembra compromessa: non si fa affidamento alle vie motorie ma a dei processi più inferenziali.

ID Articolo: 117478 - Pubblicato il: 29 gennaio 2016
Il disturbo dello spettro autistico e la nuova prospettiva della cognizione motoria
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Il disturbo dello Spettro Autistico viene definito come un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da difficoltà nell’ambito socio-comunicativo e nel dominio motorio. Queste anomalie nel sistema motorio potrebbero avere un impatto anche nelle difficoltà di comprendere le azioni altrui.

Elena Villa e Luisa Bono – Open school Studi Cognitivi 

Sul disturbo dello spettro autistico: cenni storici e definizione

Il termine autismo fu impiegato per la prima volta da Bleuler (1916) nel 1908 nell’ambito della schizofrenia per indicare un comportamento rappresentato da chiusura, evitamento dell’altro ed isolamento dal mondo.

Successivamente Kanner (1943, 1973) nel 1943, adottò ufficialmente il termine ‘autismo precoce infantile‘ per indicare una specifica sindrome osservata in 11 bambini che manifestavano alcune caratteristiche peculiari. Kanner descrisse questi suoi pazienti come tendenti all’isolamento e poco reattivi in ambito relazionale. Alcuni di essi apparivano funzionalmente muti o con linguaggio ecolalico, altri mostravano una caratteristica inversione pronominale (il tu per riferirsi a loro stessi e l’io per riferirsi all’altro), facevano cioè uso dei pronomi così come li avevano sentiti. Molti di questi pazienti avevano una paura ossessiva che avvenisse qualche cambiamento nell’ambiente circostante, mentre altri presentavano specifiche abilità isolate incredibilmente sviluppate (per esempio la memoria per le date), accanto però ad un ritardo generale dello sviluppo. L’autore fece inoltre importanti riflessioni anche rispetto ai genitori dei bambini con autismo che a suo parere apparivano freddi e poco interessati alla relazione con le altre persone.

Quasi contemporaneamente, ma indipendentemente da lui, anche Asperger (1944, 1991) utilizzò un termine simile, psicopatia autistica, per descrivere il disturbo di pazienti sorprendentemente simili, nella sintomatologia, a quelli descritti da Kanner.

Per Asperger questi pazienti presentavano i seguenti sintomi:

  • Presenza di un eloquio scorrevole;
  • Difficoltà nell’esecuzione di movimenti grossolani;
  • Presenza di pensiero astratto

Fu così che si configurarono due quadri diagnostici differenti: l’autismo di Kanner e la Sindrome di Asperger, anche se le somiglianze tra le due posizioni erano talmente tante che più tardi, nel 1994, Happé si chiese se per caso la Sindrome di Asperger non fosse piuttosto un’etichetta per le persone autistiche con un quoziente intellettivo elevato.

Messaggio pubblicitario Su questa linea, Bettelheim (1990) sostenne l’ipotesi secondo cui il bambino, percependo nella madre un desiderio reale o immaginario di annullamento nei suoi confronti, svilupperebbe il disturbo dello spettro autistico come meccanismo di difesa. Dopo gli anni ’60 questo modello psicodinamico fu però sempre più accusato di colpevolizzare ingiustamente i genitori dei bambini con autismo. Questi ultimi, infatti, non mostravano tratti patologici o di personalità significativamente diversi dai genitori di bambini non affetti da autismo. Fu B. Rimland, direttore dell’Autism Research Institute di San Diego, il primo a sostenere in modo sistematico che la causa dell’autismo non fossero i genitori, ma che il disturbo avesse basi biologiche.

La comprensione del disturbo dello spettro autistico cominciò così ad evolvere fino ad arrivare al 1980 quando comparve la prima definizione operativa nel DSM-III. Tale definizione fu poi rivista nel DSM IV (1994) e nell’ICD 10, dove l’autismo fu indicato come un disturbo generalizzato dello sviluppo ad insorgenza precoce, caratterizzato dalla compromissione nelle seguenti aree: interazione sociale, comunicazione e presenza di comportamenti ristretti e ripetitivi. L’ultima revisione del DSM, il DSM 5 (2013), elimina invece dalla definizione i sottotipi specificati nell’edizione precedente.

L’autismo (Autism Spectrum Disorder, ASD, APA 2013) è quindi considerato un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da difficoltà nella comunicazione sociale e da interessi/attività ristretti e ripetitivi. Ad oggi viene utilizzato il termine di ‘Disturbo dello spettro autistico’ ed è caratterizzato dalla presenza dei sintomi sotto riportati.

  • Deficit persistenti della comunicazione sociale e dell’interazione sociale in molteplici contesti, come manifestato dai seguenti fattori, presenti attualmente o nel passato:
  1. Deficit della reciprocità socio-emotiva
  2. Deficit dei comportamenti comunicativi non verbali utilizzati per l’interazione sociale
  3. Deficit dello sviluppo, della gestione e della comprensione delle relazioni
  • Pattern di comportamento, interessi o attività ristretti, ripetitivi, come manifestato da almeno due dei seguenti fattori, presenti attualmente o nel passato:
  1. Movimenti, uso di oggetti o eloquio stereotipati o ripetitivi
  2. Aderenza alla routine priva di flessibilità o rituali di comportamento verbale o non verbale
  3. Interessi molto limitati, fissi che sono anomali per intensità o profondità
  4. Iper o iporeattività in risposta a stimoli sensoriali o interessi insoliti verso aspetti sensoriali dell’ambiente
  • I sintomi devono essere presenti nel periodo precoce dello sviluppo
  • I sintomi causano compromissione clinicamente significativa del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti
  • Queste alterazioni non sono meglio spiegate da disabilità intellettiva o da ritardo globale dello sviluppo. La disabilità intellettiva e il disturbo dello spettro dell’autismo spesso sono presenti in concomitanza.
    (DSM 5, 2013)

Molti individui con disturbo dello spettro autistico presentano anche compromissione intellettiva e/o del linguaggio. Il divario tra abilità funzionali intellettive e adattive è spesso ampio. Sono frequenti deficit motori, compresi andatura stravagante, goffaggine e altri segni motori anomali. Nei bambini e negli adolescenti possono inoltre manifestarsi comportamenti di autolesionismo e comportamenti dirompenti/sfidanti. Il disturbo dello spettro autistico viene diagnosticato quattro volte di più nei maschi rispetto alle femmine. Nella pratica clinica le femmine tendono ad avere una maggiore probabilità di mostrare associazione a disabilità intellettiva, suggerendo che il disturbo nelle femmine senza compromissioni intellettive concomitanti con o senza ritardi del linguaggio può non essere riconosciuto, forse a causa della più tenue manifestazione delle difficoltà sociali e di comunicazione (DSM 5, 2013).

Disturbo dello spettro autistico: le teorie neurobiologiche

Numerosi sono gli studi che cercano di trovare una causa definitiva a questa patologia, ma ad oggi, sotto l’etichetta ‘autismo‘ vengono raggruppati disturbi con caratteristiche che si differenziano non solo dal punto di vista clinico, ma anche eziologico. Gli studi attualmente in corso riescono a spiegare solo una percentuale estremamente ridotta dei sintomi di tale patologia. Vediamo in seguito alcuni di questi studi.

M. Rutter et al. (1999) hanno condotto studi di genetica classica (concordanza nei gemelli e studio degli alberi genealogici) che hanno fornito sufficienti prove sulla presenza di basi genetiche del disturbo dello spettro autistico, anche se la complessità del quadro clinico suggerisce che i loci genici coinvolti siano numerosi e che tale vulnerabilità genetica interagisca con i fattori ambientali. La complessità clinica del disturbo dello spettro autistico fa ipotizzare, infatti, che una via patogenetica comune possa scaturire dalla combinazione di fattori genetici e ambientali diversi.

Alcune indagini di biologia molecolare (Koch C. et al., 1995) hanno poi identificato un legame fra disturbo dello spettro autistico e anomalie di geni legati al controllo del trasporto di serotonina. Eventuali disfunzioni dei sistemi neurotrasmettitoriali e della neuromodulazione sono state ipotizzate sulla base di dati empirici derivanti da esperienze neurofarmacologiche e sono state chiamate in causa diverse sostanze coinvolte nella modulazione delle funzioni corticali prefrontali, limbiche e striatali (Simon, 1985). Gli studi condotti nel campo della neurochimica lasciano tuttavia ancora numerose perplessità sul ruolo di una possibile disfunzione dei sistemi neurotrasmettitoriali: non appare infatti chiaro se le alterazioni rappresentino un fattore causale o un semplice epifenomeno (Lai, et al., 2014).

Il disturbo dello spettro autistico risulta essere quindi una patologia molto studiata che presenta però alcuni aspetti che devono essere ancora compresi. A questo proposito, di seguito verranno presentati una serie di studi svolti negli ultimi anni, i quali hanno indagato le aree maggiormente compromesse di questa patologia, per poi arrivare a riassumere, nell’ultimo paragrafo, le scoperte più recenti e innovative.

Presenza pervasiva di deficit motori

Teitelbaum et al. (1988) hanno analizzato video di infanti che poi sono risultati essere bambini con disturbo dello spettro autistico e hanno rilevato che questi bambini, di età dai 4 ai 6 mesi, presentavano disturbi nel movimento già a questa età. In questo studio è stato rilevato che i bambini con autismo presentano delle anormalità nel tono muscolare e nei riflessi, goffaggine, iperattività e movimenti stereotipati; inoltre, alcuni bambini possono presentare instabilità posturale, un cammino con passi molto corti o sulla punta dei piedi e una coordinazione del movimento degli arti molto scarsa. Questi pazienti presentano spesso un ritardo nell’iniziare, cambiare o arrestare una sequenza motoria e presentano volti inespressivi con piccoli movimenti spontanei, tutti sintomi caratteristici dei disturbi motori extrapiramidali. I bambini con disturbo dello spettro autistico mostrano, inoltre, disturbi di coordinazione che possono essere associati a disfunzioni cerebellari (Herbert MR, Ziegler DA, Makris N, et al., 2004).

Inoltre, analogamente agli studi condotti sulle scimmie, alcuni esperimenti rivelano che i bambini con disturbo dello spettro autistico falliscono nell’anticipare le conseguenze motorie dell’obiettivo finale dell’azione, sia quando l’azione è eseguita, sia quando è osservata. È stato quindi proposta l’idea che per i bambini con autismo, l’azione osservata o che deve essere eseguita non è rappresentata come intera nella funzione dell’intenzione motoria complessiva. Quindi, la difficoltà nel concatenamento degli atti motori in azioni globali può ulteriormente spiegare le difficoltà riportate nella pianificazione dell’azione (Hughes C. Brief, 1996).

Boria, Fabbri-Destro M, Cattaneo L, et al. (2009) in un loro studio hanno infine dimostrato che i bambini con disturbo dello spettro autistico hanno importanti difficoltà nel comprendere le intenzioni altrui quando devono fare affidamento solo su indizi motori.

Lo sviluppo cerebrale atipico

In molti bambini con disturbo dello spettro autistico è stato osservato un incremento della materia bianca, che sembra essere all’origine delle anomalie nelle dimensioni del loro cervello. Secondo la teoria della malformazione neurale, la precoce crescita del cervello nell’autismo è caratterizzato da una patologia di due fasi di crescita del cervello: una precoce crescita eccessiva del cervello all’inizio della vita e un rallentamento o arresto della crescita durante la prima infanzia. In alcuni individui, durante la preadolescenza, può essere presente una terza fase detta degenerazione che risulta essere presente in alcune regioni del cervello.

Questi dati sono stati confermati dagli studi di Hadjikhani et al. (2006) che considerano lo spessore celebrale della corteccia parietale superiore, temporale e frontale, particolarmente ridotto negli adolescenti con autismo. È interessante il fatto che queste regioni comprendano aree coinvolte nella cognizione sociale, nell’espressione del viso, nel riconoscimento facciale e le aree inerenti il meccanismo dei neuroni specchio.

Il danneggiamento sociale e le implicazioni nel meccanismo a specchio nel disturbo dello spettro autistico

Lo sguardo

I bambini con disturbo dello spettro autistico hanno difficoltà a selezionare i volti rispetto ad altri stimoli e hanno una minore capacità di farsi coinvolgere da essi a differenza di un bambino neurotipico. I soggetti autistici, generalmente, preferiscono una strategia di codifica frammentaria del volto rispetto a un processamento olistico e uno specifico evitamento della zona degli occhi, soprattutto rispetto alla direzione dello sguardo.

Zwaigenbaum e colleghi (2005) hanno dimostrato che entro i 12 mesi di età, i bambini che sono poi diagnosticati autistici, mostrano già un contatto visivo atipico e deviano l’attenzione dagli sguardi. Inoltre, mentre se per i bambini normotipici il fatto di afferrare un oggetto è influenzato automaticamente dallo sguardo degli altri, questo non accade per i bambini con disturbo dello spettro autistico (Becchio, 2007). Questi risultati confermano che un processamento visivo atipico e la codifica di stimoli sociali sono elementi caratterizzanti il disturbo dello spettro autistico e questi suggeriscono l’esistenza di anomalie a livello neurofisiologico.

Espressione e riconoscimento delle emozioni

La difficoltà nel riconoscere le espressioni facciali delle emozioni, presenti nelle persone con disturbo dello spettro autistico, è probabilmente collegata ad un processamento atipico dei volti, così come riportato in diversi studi. L’ipotesi è che ci sia un collegamento tra il processamento socio-emozionale nell’autismo e un collegamento neurale disfunzionale. Queste ipotesi sono supportate da diversi studi di imaging i quali hanno riportato un’attivazione atipica del giro fusiforme e una bassa attività dell’amigdala nelle persone con autismo coinvolte in compiti di valutazione sociale.

Le persone con disturbo dello spettro autistico comunemente trovano difficile esprimere, capire, regolare e condividere emozioni. Uno sguardo anormale, l’espressione delle emozioni e la consapevolezza emotiva in pazienti affetti da autismo potrebbero essere collegati ad alterazioni nella connettività funzionale delle cortecce insulari. La corteccia insulare è considerata come principale nodo di un meccanismo neurale che integra l’attivazione del corpo, le informazioni del sistema sensoriale e limbico, la memoria e le regioni motorie (Craig, 2002). Inoltre, una connessione funzionale compromessa tra l’insula e la corteccia somatosensoriale potrebbe alterare consapevolezza interocettiva e quindi le sensazioni soggettive. L’alterata capacità di comprendere e sentire le emozioni di altri individui potrebbe essere attribuito quindi alla compromissione di un meccanismo condiviso della consapevolezza emotiva.

Le abilità di comunicazione

Le problematiche nel dominio del linguaggio e della comunicazione fanno parte dei deficit di base osservati negli individui con disturbo dello spettro autistico. Bishop sottolinea che i bambini con autismo hanno disabilità comunicative non presenti in altri disturbi evolutivi del linguaggio. Gallese, Rochat e Berchio (2013) suggeriscono che, negli individui con ASD, un disfunzione nello stesso circuito coinvolto nella comprensione delle azioni potrebbe determinare simultaneamente un impoverimento nell’uso appropriato del linguaggio/comunicazione intenzionale.

L’imitazione

Nei soggetti con disturbo dello spettro autistico è particolarmente compromessa la capacità di imitare elementi simbolici come pantomime, gesti senza particolare significato o azioni non convenzionali con un oggetto comune. L’imitazione implica la capacità di tradurre il piano d’azione di colui che viene osservato, nella propria prospettiva personale.

Le prove a favore di un alterato processo di simulazione nell’autismo è stata contestata da diversi esperimenti che mostrano un meccanismo a specchio relativamente risparmiato quando l’azione osservata viene eseguito da un agente familiare e quando l’azione è diretta a un obiettivo, non accade invece quando si tratta di un obiettivo senza scopo e durante le attività di attivazione di mimetismo involontario. Gallese, Rochat e Berchio (2012) sostengono infatti l’ipotesi della coesistenza nei pazienti con disturbo dello spettro autistico di una rappresentazione motoria alterata dei movimenti intransitivi insieme ad una rappresentazione intatta delle azioni dirette a uno scopo.

Diversi studi hanno infatti dimostrato una ridotta attivazione del sistema motorio corticale in individui con disturbi dello spettro autistico durante l’osservazione di movimenti senza uno scopo preciso.

Messaggio pubblicitario Database Terapeuti SC 2016 Il meccanismo dei neuroni a specchio permette quindi la diretta traduzione tra un atto percepito (visto, sentito e ascoltato) nella stessa rappresentazione motoria del suo relativo scopo. Questo meccanismo permette di comprendere direttamente le intenzioni altrui e i loro obiettivi, permettendo un collegamento tra gli individui. Essendo il meccanismo a specchio espressione funzionale del sistema motorio, questi studi suggeriscono l’importanza del sistema motorio alla cognizione sociale. È stato infatti ipotizzato che una compromessa comprensione delle intenzioni altrui, delle loro sensazioni ed emozioni riportate nel disturbo dello spettro autistico potrebbe essere quindi collegato a un alterazione del sistema a specchio in tutti questi domini.

In conclusione di questa parte, si sottolinea che oggi il disturbo dello Spettro Autistico viene definito come un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da difficoltà nell’ambito socio-comunicativo e nel dominio motorio.

Tradizionalmente la letteratura scientifica ha indagato questi due aspetti separatamente, focalizzandosi da un lato sui supposti deficit della Teoria della mente e dall’altro sulle difficoltà nella coordinazione motoria. Recentemente, la scoperta di un meccanismo di ‘risonanza motoria’ mediato almeno parzialmente dal circuito parieto-frontale del meccanismo ‘mirror’ ha offerto nuove prospettive: infatti, anomalie nel sistema motorio potrebbero avere un impatto anche nelle difficoltà di ‘comprensione motoria dell’azione’ e quindi, a cascata, sulla capacità di comprendere le azioni altrui. Analizziamo meglio nel seguente paragrafo.

Nuove prospettive sul disturbo dello spettro autistico

I neuroni specchio (mirror neurons) sono stati scoperti inizialmente nella corteccia premotoria del macaco (area F5) da un gruppo di ricercatori italiani guidato dal prof. Giacomo Rizzolatti (Rizzolatti et al., 2010). Ulteriori ricerche hanno indicato come tali neuroni fossero presenti anche in network più estesi, facenti parte di un circuito parieto-frontale. Attraverso la tecnica del single neuron recording è stato dimostrato che questi neuroni si attivano non solamente quando il macaco esegue un’azione (es. afferrare una nocciolina), ma anche quando il macaco vede un altro macaco (o uno sperimentatore) compiere la stessa azione. Tali neuroni sono stati definiti mirror perché esiste una risonanza motoria tra l’azione eseguita in prima persona e quella osservata. Un dato molto importante dal punto di vista epistemologico è il seguente: tali neuroni specchio si attivano per una determinata azione eseguita/osservata (es. afferrare una caramella) indipendentemente dal fatto che tale azione sia eseguita con una presa di precisione (precision grip), una presa a mano aperta (whole hand grasping), la mano/zampa destra o la mano/zampa sinistra (Rochat et al., 2010). Questo risultato mostra come i neuroni specchio non si attivino in base alla cinematica dell’azione in senso stretto (cioè secondo specifici parametri di velocità, accelerazione o spazio), ma si attivino in concordanza con il significato dell’azione (es. afferrare una caramella).

Un ulteriore studio di Umiltà et al. (2008) ha portato ad aggiungere una evidenza a sostegno di questa ipotesi. Gli sperimentatori, dopo una lunga e complessa fase di training, chiesero al macaco di afferrare una nocciolina con due tipi diversi di pinze: la prima, detta pinza diretta, richiedeva che per afferrare l’oggetto avvenisse un movimento di pressione (chiudi per afferrare); la seconda, detta pinza inversa, richiedeva un movimento opposto (apri per afferrare). Attraverso la registrazione dell’attività dei neuroni mirror nell’area F5, gli sperimentatori hanno osservato che i neuroni si attivavano in corrispondenza della prensione dell’oggetto indipendentemente dal tipo di pinza utilizzata.

Questi dati, considerati insieme, indicano che i neuroni specchio si attivano indipendentemente dagli aspetti cinematici in senso stretto, ma scaricano in corrispondenza del significato dell’azione (afferrare). Questa dato è sorprendente se pensiamo alla lunga tradizione in campo neuroscientifico e neurofisiologico che ha sempre ipotizzato per il sistema motorio un ruolo di mero esecutore dell’azione. Questi dati ci indicano che il sistema motorio, almeno nel macaco, è molto più intelligente e teleologico di quanto pensassimo (cioè, per l’appunto, si attiva in base al fine dell’azione, in base al suo significato).

Partendo da queste evidenze sperimentali sul macaco, ottenute con la tecnica della registrazione del single neuron, si è poi dimostrata – attraverso l’uso di tecniche di neuroimaging, elettrofisiologiche e comportamentali –l’esistenza di un circuito con funzionalità del tutto simili anche nell’uomo (Rizzolatti e Sinigaglia, 2010). Tali studi hanno dimostrato come il circuito mirror, in particolare il circuito parieto-frontale del meccanismo mirror, possa giocare un ruolo cruciale nella comprensione dell’azione e del comportamento altrui. In questo senso, i neuroni specchio hanno assunto un ruolo importante nello studio della cognizione sociale.

Ma come questo network con proprietà mirror può aiutarci nel comprendere l’azione? Perché esso può aiutare a spiegare, almeno parzialmente, alcune difficoltà in ambito sociale nel disturbo dello spettro autistico? Per chiarire questi ed altri punti, è necessario fare un passo indietro.

Esistono diversi modi per comprendere il comportamento, le intenzioni e le azioni altrui. Noi possiamo fare complessi ragionamenti inferenziali, associazioni, deduzioni come ad esempio succede ogni qual volta cerchiamo di metterci nei panni degli altri. Una lunga e celebre tradizione nell’ambito della psicologia ha definito tali abilità come mindreading, o teoria della mente. Diversi studi hanno cercato di mappare un ipotetico network neurale per la teoria della mente, ottenendo però risultati contrastanti. La ragione di tali risultati è fondamentalmente legata alle difficoltà che si incontrano nel momento in cui si cerca di definire in maniera operazionale la nozione di teoria della mente. Tale risultato è tanto più problematico nel momento in cui la cosiddetta teoria della mente è considerata da molti, anche se le critiche non mancano, uno degli elementi centrali per spiegare le difficoltà sociali nei pazienti con disturbo dello spettro autistico.

La scoperta dei neuroni specchio apre una nuova ed interessante prospettiva, ovvero quella della cognizione motoria, che può essere spiegata molto semplicemente con un esempio. Quando ci troviamo ad un tavolo con molti commensali, noi non facciamo dei complessi ragionamenti logico-deduttivi per capire che l’amico di fronte a noi sta prendendo il bicchiere per bere. È vero che noi potremmo ipotizzare che, essendo stata piuttosto salata l’ultima portata ed essendo particolarmente buono il vino a nostra disposizione, il nostro amico abbia deciso di gustarsi un buon bicchiere di vino. Noi abbiamo sempre la possibilità di fare questi complessi ragionamenti ma, in maniera economicamente più conveniente, il nostro cervello (in particolare il sistema motorio) ci offre una via più parsimoniosa. Infatti, se io vedo l’amico afferrare il bicchiere lateralmente, io penserò subito che egli lo sta afferrando per prepararsi a bere. Se invece osservo qualcuno afferrare un bicchiere dall’alto, io subito capirò che questa persona sta per spostare il bicchiere (ma non per bere).

La possibilità di comprendere il significato dell’azione da semplici indicatori (cues) motori, ad esempio il tipo di prensione, è mediata dal meccanismo mirror. Offrendo infatti un’attivazione identica sia quando eseguiamo in prima persona sia quando osserviamo qualcun altro eseguire la stessa azione, tale meccanismo ci permette di capire quello che il nostro amico vuole fare in maniera diretta, motoria e pre-cognitiva. Il tipo di comprensione motoria dell’azione mediata dal meccanismo mirror è quindi un tipo di comprensione molto basilare (non ci aiuterà a scegliere il vestito per il nostro matrimonio o l’università), ma molto importante perché, in qualche modo, risolve in maniera quasi automatica molti dilemmi sociali (es. il nostro amico sta per bere o vuole passarmi il bicchiere?).

Recenti studi hanno dimostrato che nei bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico i meccanismi neurali che sottendono la comprensione motoria dell’azione sono in qualche modo compromessi, come se loro avessero difficoltà nel fare affidamento a tale via motoria (e preferissero altre vie, magari più lunghe e complesse, come quelle legate ai processi inferenziali). In particolare, uno studio di Cattaneo et al. (2007) ha mostrato, attraverso una registrazione EMG (elettromiografia) che i pazienti con autismo non hanno attivazione del muscolo miloioideo (un muscolo necessario per la masticazione) quando veniva chiesto loro di osservare uno sperimentatore prendere una caramella per mangiarla, mentre i soggetti del gruppo di controllo (sviluppo tipico) mostravano una chiara attivazione del muscolo.

Tale risultato è stato intepretato come un’evidenza del malfunzionamento del sistema mirror nei pazienti con disturbo dello spettro autistico (Fogassi et al. 2005). Inoltre, insieme ad altre evidenze raccolte negli ultimi anni (Fabbri-Destro et al., 2009; Boria et al., 2009; Rochat et al. 2013,), tali dati sembrano indicare che nei pazienti con diagnosi di disturbo dello spettro autistico sussista una specifica difficoltà nell’ambito della cognizione motoria.

In questo senso, avere delle difficoltà nella comprensione motoria dell’azione avrebbe poi degli effetti a cascata sulla capacità di comprendere le interazioni sociali (come se i soggetti con autismo fossero portati a seguire vie complesse, e non riuscissero a beneficiare delle cosiddette vie dirette).

Ovviamente, ulteriori studi sono necessari per supportare tale ipotesi che al momento rimangono confinate prevalentemente in contesti di ricerca (e non clinici). Se tali dati venissero confermati da ulteriori studi, e se effettivamente i risultati sorprendenti ottenuti sui modelli animali venissero replicati (ovviamente con altre tecniche) anche nell’uomo, allora potremmo davvero ipotizzare un’applicazione clinica (in ambito diagnostico/riabilitativo) di questi risultati. Sebbene i progressi degli ultimi dieci anni siano stati, nell’ambito delle neuroscienze cognitive, incredibili, è bene essere prudenti e cauti, pur continuando a confidare nell’efficacia di tali strumenti d’indagine.

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