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Lo sport che fa bene ad ogni età: bisogni, esigenze e motivazioni connesse all’attività sportiva nelle diverse fasi di crescita

Allo sport ci si avvicina a qualsiasi età con motivazioni diverse, è importante così un ambiente sportivo focalizzato sul rispetto degli stadi di sviluppo.

ID Articolo: 111240 - Pubblicato il: 29 giugno 2015
Lo sport che fa bene ad ogni età: bisogni, esigenze e motivazioni connesse all’attività sportiva nelle diverse fasi di crescita
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Marta Bugari – OPEN SCHOOL – Studi Cognitivi  

Allo sport ci si può avvicinare in qualsiasi momento con esigenze e spinte motivazionali che cambiano in relazione alla tipicità della fascia d’età in cui ci trova, è quindi molto importante che l’ambiente sportivo in cui sono inseriti i giovani atleti sia focalizzato sul rispetto degli stadi di sviluppo.

Perché alcuni atleti sono molto motivati mentre altri non lo sono? Cosa devo fare per motivare gli atleti a impegnarsi sempre al massimo delle loro abilità? Perché questo ragazzo che sarebbe un vero talento s’impegna meno degli altri e sembra svogliato?

La comprensione dei processi motivazionali implicati nella pratica sportiva è senza dubbio uno dei temi che suscita molto interesse tra gli psicologi dello sport. La Psicologia dello Sport studia come la partecipazione allo sport possa accrescere lo sviluppo personale ed il benessere di coloro che praticano le varie forme di attività fisica, sia per piacere personale e sia a livello di élite in attività specifiche. A livello agonistico questa disciplina è focalizzata sui processi psicologici che guidano la prestazione sportiva, i modi attraverso cui può venire stimolato l’apprendimento e l’incremento delle prestazioni, come possono essere efficacemente influenzate le percezioni psicologiche e ottimizzati i risultati di coloro che praticano le diverse forme dell’attività fisica.

Nello sport giovanile il fenomeno dell’abbandono sportivo e lo stile di vita sedentario, sempre più diffusi tra i giovani, sono fenomeni sociali da contrastare e molto spesso, conoscere i motivi che allontanano dallo sport non basta per impostare efficaci programmi di prevenzione dell’abbandono, bisogna individuare le ragioni che favoriscono il coinvolgimento sportivo e mantenerle attive nel tempo. Infatti i programmi sportivi orientati solo all’ottenimento dei risultati e che non tengono in considerazione la complessità della motivazione favoriscono infatti il fenomeno dell’abbandono precoce (Cei,1998).

Nello sport giovanile, il tema della motivazione assume una forte rilevanza perché in particolare nel periodo adolescenziale si gettano basi importanti in vista di una eventuale carriera agonistica futura e quando questa esperienza iniziale è gestita adeguatamente all’età, può aiutare i ragazzi a sviluppare caratteristiche positive di personalità come l’autonomia, la consapevolezza dei limiti personali e la cooperazione (Bordoli, Robazza, 2000). Allo sport ci si può avvicinare in qualsiasi momento con esigenze e spinte motivazionali che cambiano in relazione alla tipicità della fascia d’età in cui ci trova, è quindi molto importante che l’ambiente sportivo in cui sono inseriti i giovani atleti sia focalizzato sul rispetto degli stadi di sviluppo.

Generalmente il bambino piccolo (5-10 anni) si avvicina a uno sport perché vuole giocare, entusiasmarsi, sperimentare il proprio corpo e le abilità acquisite fino a quel momento.

Messaggio pubblicitario In queste fasi il bambino non è ancora dotato di pensiero astratto, reagisce solo a ciò che è reale, concreto, presente e che appaga subito. Non programma, non fissa obiettivi troppo lontani e coglie soltanto le sollecitazioni del momento.
Non risponde a richieste troppo lontane o ai sentimenti come il senso del dovere o il gusto di imparare. Per loro i bisogni importanti corrispondono al trarre piacere dall’azione sportiva giocando, scaricare le energie attraverso il movimento e saper vivere in gruppo. Da un’analisi condotta da Alberto Cei su fasce di giovani atleti nella pratica del calcio è emerso che ben il 49% dei bambini tra gli 8 e i 10 anni e il 10,3% di quelli tra i 3 e i 5 anni gioca a calcio con continuità. Negli sport di gruppo, come il calcio, ai bambini è richiesto un particolare impegno cognitivo e la capacità di comprendere il punto di vista dell’altro (Cei, 2005).

Il processo di anticipazione motoria si basa sull’abilità di saper prevedere ciò che il nostro avversario sta per fare e i bambini di 6-7 anni hanno difficoltà ad assumere questo punto di vista. Le ricerche hanno confermato che questa capacità si afferma in maniera completa tra gli 8 e i 10 anni e a questo proposito, una possibile ragione di abbandono sportivo, si presenta nei casi in cui gli allenatori e i genitori si aspettano dai giovani atleti più di quanto gli sia consentito dal loro sviluppo cognitivo. I bambini tra i 6 e i 7 anni, possono sperimentare una notevole frustrazione e sentirsi non apprezzati o poco capiti dagli adulti che richiedono lo svolgimento di compiti superiori alle loro capacità attuali anziché stimolare l’entusiasmo e il piacere che essi traggono dal movimento (Cei, 2005). Si capisce quindi quanto sia importante conoscere cercare e comprendere quali siano i fattori che aiutano i ragazzi ad affrontare un’esperienza sportiva in modo costruttivo e duraturo nel tempo consentendo di ricavarne soddisfazione e divertimento al tempo stesso (Bordoli, Robazza, 2000).

Bloom (1985) ha condotto una ricerca in cui ha studiato per diversi anni come si era sviluppato il talento di un gruppo di 120 atleti di alto livello ed ha evidenziato che nella fase iniziale della loro carriera sportiva ciò che risultava dominante era la componente ludica dell’attività che in tal modo aveva consentito di mantenere livelli di motivazione elevati nello svolgimento dello sport scelto. Questo approccio era stato sostenuto anche dal comportamento degli allenatori che avevano premiato principalmente l’impegno dei bambini piuttosto che i risultati ottenuti (Cei 2005).

Negli anni successivi (11-14 anni) il giovane familiarizza con il pensiero astratto e desidera vedere fin dove può arrivare, può programmare e fissarsi obiettivi a lungo temine e s’impegna nella cooperazione mentre l’adolescente (15-20 anni) può preparare gli stadi più elevati della professionalità e vivere già il ruolo di adulto (Prunelli, 2002).

L’adolescenza è quel periodo di transizione in cui non si è più bambini ne si è ancora adulti e il compito universale dell’adolescente è individuare la sua personalità per preparare il passaggio dalla dipendenza dei genitori all’autonomia.

Durante l’adolescenza, si assiste sul piano cognitivo una forte carica intellettuale sviluppata in senso critico e a un elevato entusiasmo per esperienze molto diverse che, in ambito sportivo, si manifesterà nel soppesare le situazioni e le strategie di gara, le tecniche di allenamento, i rapporti con gli allenatori mentre il bisogno di fare esperienze diverse troverà soddisfazione nella pratica delle varie discipline, individuando allo stesso tempo nuovi percorsi verso obiettivi più precisi (Giovannini, 2002). Lo sport allena all’iniziativa, alla responsabilità, spinge alla socializzazione e alla cooperazione, insegna a pensare, valutare e proporre. Ha rivelato possedere grandi potenzialità educative al pari della famiglia e della scuola ma con il vantaggio di educare col gioco e insegnare divertendosi al punto che oggi si configura come un ambiente di apprendimento alternativo per tanti adolescenti, capace di trasmettere valori e principi che formano e strutturano la personalità.

Come afferma Lidz (1963), dal momento che nell’adolescenza si verifica la scoperta di un’identità individuale collocata esternamente all’ambito familiare, l’approdo a un gruppo sportivo può essere da un lato un mezzo utile per conoscere questa nuova identità grazie anche alla maggiore autonomia di cui si può godere mentre dall’altro essere parte di un gruppo è un momento importante di socializzazione per l’adolescente che suscita sentimenti di accettazione e integrazione importantissimi in un periodo dello sviluppo caratterizzato da dubbi e incertezze sul sé (Giovannini, 2002).

Far parte di un ambiente sportivo favorirà l’adolescente nella realizzazione della socializzazione secondaria: trovandosi a interagire con diverse figure adulte che rappresentano i principali sostituti delle figure genitoriali in un contesto emotivamente più neutro rispetto a quello familiare, entrerà a far parte di un gruppo che consente l’instaurarsi di relazioni che hanno diversi livelli di coinvolgimento e la sperimentazione di nuovi ruoli sociali (leader, gregario ecc..) (Giorgi, Tortorelli, Grifoni, Fiorineschi, 2004). Il gruppo sportivo rappresenta inoltre un contesto in cui la competizione è ammessa, anche se sublimata, favorendo sentimenti di antagonismo nei confronti degli avversari e la coesione all’interno del contesto di appartenenza (Giovannini, 2002).

Sul piano socio-affettivo e relazionale, la figura dell’allenatore assume il ruolo di guida capace di ascoltare, dare consigli valorizzando e apprezzando l’adolescente, convogliando le sue energie, la sua esuberanza e il suo desiderio di cambiare verso obiettivi sportivi nuovi oltre che appaganti (Giovannini, 2002).

L’allenatore inoltre, grazie a un bagaglio formativo ed esperienziale specifico, agisce sulla personalità dell’atleta lasciando spazio alla sua creatività, alle sue iniziative senza determinare alcuna scelta e facendo si che si assuma le sue responsabilità con lo scopo finale di promuovere la crescita dell’atleta nella sua complessità (Prunelli, 2002). Ragazzi e ragazze fanno sport per un insieme abbastanza ampio di ragioni, alcune relative allo sviluppo delle competenze sportive e al piacere di confrontarsi con i coetanei, altre riguardano il bisogno di stare con gli amici e spendere energia attraverso l’azione fisica.

Da alcune ricerche fatte su ragazze e ragazzi di età compresa tra i 12 e i 16 anni è emerso che per le ragazze praticare sport era motivato da alcuni fattori importanti come: divertirsi, imparare nuove abilità, gareggiare, far parte di una squadra e trarre piacere dalle sfide. Per i ragazzi fattori simili sono prioritari ma con una differente ordine gerarchico; il piacere per le sfide, divertirsi, gareggiare e imparare nuove abilità. Un dato particolarmente significativo è che l’elemento più importante da soddisfare per ambedue i sessi sia il miglioramento della propria competenza sportiva cioè il desiderio di diventare molto bravo in uno sport, apprendere qualcosa di specifico attraverso un azione sportiva indipendentemente dei premi o le ricompense ottenute: i giovani scelgono uno sport in quanto vogliono ad esempio imparare a correre, fare canestro, saltare in alto o andare sugli sci (Cei, 1998).

Grazie a una serie di ricerche (Cei, 2005) è stato possibile rilevare i principali fattori motivazionali che emergono da tutte le analisi e che sono comparabili con quelli proposti dalla letteratura internazionale. Essi sono:

  • Acquisizione di status: il desiderio di essere popolare, diventare importante, farsi notare dagli altri, raggiungere i più alti livelli, trarre piacere dalle sfide, gareggiare e fare qualcosa in cui si è bravi, ricevere premi o medaglie. Questa dimensione è costituita per la maggior parte da fattori esterni al soggetto, mentre solo una (trarre piacere dalle sfide) si riferisce a fattori interni al giovane e completamente dipendenti dal suo modo di agire.
  • Forma fisica e abilità: sentirsi in forma, essere fisicamente attivo, acquisire e migliorare le proprie abilità e divertirsi nel fare esercizio. Negli anni precedenti, la forma fisica e l’acquisizione delle abilità non sono percepiti come fattori correlati, mentre a partire dai 14 anni questi giovani atleti acquisiscono consapevolezza su quanto ognuno di questi aspetti siano fortemente collegato l’uno all’altro tanto da costituire un unico fattore motivazionale. Questo faciliterà un maggiore impegno dovuto alla convinzione che la componente fisica partecipa al miglioramento della componente tecnico-tattica.
  • Squadra: il desiderio di far parte di una squadra, lo spirito di squadra, il lavoro di squadra e il desiderio di vincere. Emerge quindi come impegnarsi insieme ad altri coetanei nel raggiungimento di obiettivi agonistici e l’importanza di far parte di un collettivo unito sono gli obiettivi principali per raggiungere la vittoria.
  • Rinforzi estrinseci: il sostegno ricevuto dai genitori, dagli amici, la soddisfazione ricavata dal rapporto con l’allenatore nel sostenere l’attività e il piacere di utilizzare il materiale sportivo. Da questi dati si capisce che non solo i coetanei giocano un ruolo centrale nel sostenere la motivazione ma anche la funzione degli adulti è assolutamente importante. L’ambivalenza del rapporto con gli adulti, evidenziabile nella necessità di mantenere un legame costruttivo e la richiesta di maggior libertà, se ben orientata, può rappresentare un’opportunità di maturazione psicologica estremamente importante.
  • Amici/divertimento: il desiderio di divertirsi, il desiderio di stare con gli amici, di fare nuove amicizie e il desiderio di viaggiare. Sono evidenziati qui gli aspetti più tipicamente affiliativi dell’esperienza sportiva, di socializzazione al di fuori della famiglia e all’interno di un gruppo di coetanei. Questa dimensione non è connessa al raggiungimento di risultati sportivi.
  • Piacere per l’azione: il piacere tratto dall’azione in sé, dal gareggiare e praticare quell’attività sportiva. Questa componente motivazionale deve essere ben considerata dagli allenatori che dovrebbero chiedersi in che misura le sedute di allenamento soddisfano queste specifiche esigenze o se per favorire lo sviluppo tecnico, questi aspetti vengono trascurati.
  • Consumare energia: il bisogno di consumare energia, di entusiasmarsi e scaricare il nervosismo. Questa è una componente motivazionale strettamente collegata a quella precedente e la presenza di due fattori che riguardano la gestione delle sue emozioni (il bisogno di spendere energia e scaricare il nervosismo) tramite l’impegno sportivo, testimonia l’importanza di questi bisogni che devono essere riconosciuti e soddisfatti dagli adulti (genitori, allenatori) con i quali i giovani atleti si trovano ad interagire (Cei, 2005).

Nel gruppo dei più giovani (9-11 anni) è maggiormente dominante la dimensione affiliativa (fare sport con gli amici, incontrarne di nuovi e divertirsi), nelle fasce d’età successive emergono più forti il desiderio di eccitamento e di entusiasmarsi (12-14 anni) mentre solo successivamente (oltre 14 anni) si evidenzia il desiderio di raggiungere e mantenere la migliore forma fisica e la competenza sportiva. In riferimento a quest’ultima fascia d’età è stato riscontrato che i maschi nella loro pratica sportiva attribuiscono un importanza particolare all’Acquisizione di status, al vincere, ricevere premi mentre le femmine danno maggior importanza alla dimensione Amicizia/Divertimento e Forma fisica (Cei 2005).

Le dimensioni Squadra e Amicizia/Divertimento sono molto significative sia negli sport individuali che di gruppo. Da ricerche successive è emerso che nei più giovani l’affiliazione è uno dei fattori più rilevante mentre nelle età successive prevalgono il bisogni di eccitazione e l’acquisizione di competenze sportive.

Queste differenze sono addebitate alla evoluzione psicologica dei giovani che va da una fase in cui è fondamentale imparare a vivere in un gruppo ad un’altra in cui è maggiormente preminente il bisogno di spendere energia attraverso l’azione e di acquisire e migliorare le proprie abilità. Programmi d’allenamento che non tengono in considerazione il bisogno di stare con gli amici e l’esigenza di spendere energia attraverso l’azione fisica e divertirsi fanno si che, crescendo il livello agonistico, allo sport venga associata un’elevata ansia competitiva e scarsa motivazione interna alla pratica sportiva tali da determinare l’insorgenza di risvolti psicologici negativi di notevole peso per l’adolescente. L’esperienza di frequenti insuccessi sportivi uniti ad attribuzioni colpevolizzanti dei risultati negativi, riducono il senso di autoefficacia generando un vissuto di frustrazione caratterizzato da sentimenti aggressivi che possono rivolgersi internamente o verso l’esterno (Giovannini, 2002).

Anche i fattori sociali, come le elevate pressioni ambientali, l’eccessivo carico agonistico e di allenamento, la mancanza di rinforzi appropriati da parte delle figure di riferimento favoriscono l’insorgere di alcuni disturbi psicologici (disturbi d’ansia, del tono dell’umore, del ritmo sonno veglia) che possono confluire nella sindrome di burnout (perdita di interesse per l’attività svolta) o portare al drop-out (abbandono della pratica sportiva), fenomeno sempre più frequente tra gli adolescenti. Conoscere quindi la spinta motivazionale che determina e mantiene il coinvolgimento sportivo degli atleti è molto complesso e i fattori che la determinano devono essere tenuti presenti nei programmi di allenamento giovanile per incentivare i giovani atleti alla pratica sportiva (Giovanini, 2002). Numerosi studi hanno tentato di spiegare la persistenza dello sport e di abbandono in relazione alle caratteristiche psicologiche sottostanti degli sportivi.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia E’ ampiamente condivisa l’idea che la motivazione sia una importante variabile che spinge all’iniziativa, verso una direzione con particolare intensità e quindi è un elemento chiave che può non lo solo facilitare la performance ma rendere l’esperienza sportiva più positiva (Calvo, Cervelló, Jiménez, Iglesias, Murcia, 2010) . Anche se la motivazione è spesso trattata come un costrutto singolare, una riflessione superficiale suggerisce che le persone agiscono mosse da diversi tipi di fattori, con esperienze e conseguenze molto diverse. Ad esempio le persone possono essere motivate perché stimano una attività o perché vi è forte coercizione esterna (Ryan e Deci, 2000). Il confronto tra le persone la cui motivazione è interna e coloro che sono semplicemente mossi da un comando esterno rivela che i primi rispetto agli altri, hanno più interesse, entusiasmo e fiducia nella loro azione e questo a sua volta avrà un importante riscontro sull’azione stessa in quanto permette di realizzare prestazioni migliori, la persistenza e la creatività in esse (Deci & Ryan, 1991; Sheldon, Ryan, Rawsthorne, e Ilardi, 1997) un senso di vitalità (Nix, Ryan, Manly, e Deci, 1999), l’autostima (Deci & Ryan, 1995) e un benessere generale accresciuti (Ryan, Deci, e Grolnick, 1995), (Ryan e Deci, 2000).

Ryan e Deci (1985) hanno elaborato una importante teoria sulla motivazione: La teoria dell’autodeterminazione. Secondo i due autori esistono due principali tipi di motivazione: la motivazione intrinseca e la motivazione estrinseca.

Motivazione intrinseca ed estrinseca non sono indipendenti ma si trovano su un continuum che va dalla assoluta mancanza di motivazione (amotivation) al livello più alto di motivazione intrinseca. Un atleta motivato intrinsecamente deciderà di praticare un’attività sportiva per scelta personale, per il piacere di farlo, per l’appagamento e la soddisfazione che ne deriva senza spinte provenienti dall’esterno. L’atleta si impegnerà liberamente in attività che reputa interessanti e piacevoli, che offrano un’opportunità di apprendimento o di acquisire una competenza. Questa dimensione è caratterizzata da un locus of control interno e gli individui considerano le loro azioni auto -determinate e volitive (Un esempio è l’atleta che gioca a calcio perché prova interesse e soddisfazione nell’imparare nuovi movimenti con la palla) (Calvo, Cervelló, Jiménez, Iglesias, Murcia, 2010).  Inoltre Vallerand et al. (2001) hanno sostenuto che ci sono tre tipi di motivazione intrinseca nel coinvolgimento sportivo che riguardano la motivazione verso esperienze stimolanti , per acquisire conoscenze e per realizzare le cose.

Gli atleti estrinsecamente motivati nello sport partecipano perché stimano i risultati associati che possono essere ricompense esterne come il riconoscimento pubblico o la lode (Calvo, Cervelló, Jiménez, Iglesias, Murcia, 2010). Il coinvolgimento sportivo è dovuto a qualche incentivo esterno e lo sport rappresenta un mezzo per ottenere qualcosa che desiderano o evitare qualcosa di sgradito (ad esempio un atleta che partecipa alle Olimpiadi per ottenere una medaglia d’oro o il riconoscimento di uno status elevato). La motivazione estrinseca rappresenta la forma meno autodeterminata e implica forme di regolazione esterna.

Infine l’assenza di motivazione costituisce uno stato psicologico in cui le persone non hanno né un senso di efficacia né un senso di controllo rispetto al conseguimento di un risultato desiderato. Può essere quindi indicativa di un’alta probabilità di abbandono sportivo perché gli atleti non percepiscono una spinta né intrinseca né estrinseca a parteciparvi.

Ryan et al. in uno studio condotto nel 2002 su 281 ginnaste australiane trovarono che le atlete che avevano abbandonato lo sport avevano maturato motivazioni estrinseche nella spinta a partecipare, mentre quelle che avevano perseguito nella pratica del loro sport riferivano motivazioni intrinseche (Calvo, Cervelló, Jiménez, Iglesias, Murcia, 2010). In un altro lavoro Pelletier e collaboratori (2001), hanno condotto due anni di studio prospettico per valutare la persistenza nel nuoto competitivo in un campione di 360 nuotatori canadesi prevalentemente adolescenti. Lo studio fu effettuato in tre fasi di raccolta dati per 22 mesi. Emerse come la decisione autonoma dei nuotatori di praticare lo sport era positivamente correlata con la motivazione intrinseca e che solo una piccola percentuale di motivazione era influenzata da fattori esterni rinforzanti.

La percezione da parte degli atleti di uno stile autoritario dell’allenatore fu associata con livelli più elevati di mancanza di motivazione e la sensazione di una forte spinta motivazionale proveniente dall’ambiente esterno. Livelli di motivazione intrinseca predissero la partecipazione al nuoto in due fasi di follow-up (10 e 22 mesi dopo) e questa dimensione fu significativa tra gli atleti che mantennero il loro impegno sportivo nel nuoto rispetto a quello che quelli che abbandonarono. (Calvo, Cervelló, Jiménez, Iglesias, Murcia, 2010). Infine, un confronto significativo tra gli atleti che mantennero il loro impegno sportivo nel nuoto e quelli che abbandonarono, ha rivelato che i primi avevano una maggiore motivazione intrinseca e livelli inferiore di regolazione esterna e di demotivazione.

Alla luce di questi risultati è consigliabile che gli allenatori e i responsabili dell’insegnamento e della formazione con giovani atleti si impegnino nello strutturare programmi di allenamento che consentano di mantenere viva la loro motivazione e alta l’ auto-determinazione degli atleti nella pratica sportiva (Calvo, Cervelló, Jiménez, Iglesias, Murcia, 2010).

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