Il conflitto: da ragionevole divergenza a escalation violenta – Pt.5

In molte condizioni sociali e relazionali risulta necessario promuovere interventi per una risoluzione pacifica e costruttiva dell’escalation del conflitto.

ID Articolo: 37524 - Pubblicato il: 09 dicembre 2013
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Il conflitto pt. 5

Il conflitto: Interrompere la logica dell’ “occhio per occhio”, ovvero de-escalation, contenimento, risoluzione.

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Il conflitto - da ragionevole divergenza a escalation violenta - Pt.5. - Immagine: © NLshop - Fotolia.comPer quanto l’acutizzazione di un conflitto sia un processo molto più semplice e immediato del suo contenimento, risulta necessario, se non inevitabile, in molte condizioni sociali e relazionali promuovere e attuare interventi per una risoluzione quanto più pacifica e costruttiva dell’escalation.

Quando si parla di de-escalation non si intende sbrigativamente il processo simmetricamente opposto all’escalation, ma una procedura che ripercorra a ritroso le fasi che hanno caratterizzato l’incremento e l’intensificazione del conflitto, favorendo la rielaborazione e l’analisi delle azioni, percezioni ed emozioni degli agenti coinvolti (Arielli e Scotto, 2003). La de-escalation mira all’abbandono da parte degli agenti di obiettivi massimalisti e di posizioni ingessate, alla depolarizzazione, all’esaurimento della spirale aggressiva e alla ricostruzione della relazione. Lo scopo finale è quello di favorire scambi cooperativi e costruttivi tra forze in conflitto, aprendo nuovi canali comunicativi, favorendo la riconciliazione reciproca e il riconoscimento della corresponsabilità di quanto accaduto (ibid.). Dal momento che, come già detto sopra, i conflitti divenuti intrattabili sono caratterizzati da una diminuzione della complessità, un intervento di de-escalation dovrebbe concentrarsi sulla ricostruzione e reinstaurazione della multidimensionalità relazionale (Coleman et al., 2007).

Il primo passo è quello di identificare gli elementi rilevanti alla base del conflitto, per rompere i legami univoci tra di loro e favorire negli attori coinvolti nuove strategie di comunicazione e di problem solving; il secondo passo è quello di amplificare le possibilità di scelta, di azione e di interazione, moltiplicando così anche i possibili esiti, non solamente distruttivi, della dinamica conflittuale (ibid.; Martello, 2006a).

Queste linee guida possono essere applicate alle situazioni conflittuali estreme a diversi livelli, da quello micro a quello macrosociale (Coleman et al., 2007; Anderson, Buckley e Carnagey, 2008). Concentrandosi a livello interpersonale, gli interventi di prevenzione e gestione del conflitto dovrebbero essere progettati e costruiti tenendo conto della multidimensionalità del costrutto in oggetto (Anderson e Bushman, 2002); concentrarsi solo sulle azioni oggettive e sui comportamenti concreti non rende giustizia ai vissuti emotivi profondi e disturbanti che, come descritto sopra, accompagnano il conflitto, così come valutare solo la dimensione covert rischia di giustificare azioni concrete socialmente e/o umanamente inammissibili.

Messaggio pubblicitario Un primo aspetto da considerare dovrebbe riguardare la modificazione del contesto relazionale, allo scopo di renderlo un frame caratterizzato da sicurezza e supporto in cui percepire il conflitto non come una rigida opposizione in cui vince il più forte o il più ostinato anche a rischio di incrinare la relazione, ma come un’occasione di confronto, di approfondimento, di arricchimento personale e relazionale (Martello, 2006b). Pensare al conflitto come una possibilità grazie a cui meglio conoscere i propri e altrui diritti, bisogni e scopi, rappresenta un fattore di protezione e consolidamento della relazione (Geiger e Fischer, 2006).

Dal momento poi che le dinamiche conflittuali all’interno delle relazioni umane tendono a stabilizzarsi nel tempo e a cristallizzarsi in scripts (Winstok e Eisikovits, 2008), un intervento efficace dovrebbe tentare di de-stabilizzare queste componenti cristallizzate e di favorire l’uscita degli attori dalla logica rigida e dicotomica del “vincere o arrendersi”; i destinatari di questi interventi dovrebbero convincersi del fatto che il conflitto non deve necessariamente presentarsi sempre mediante le stesse dinamiche ed avere sempre la stessa conclusione distruttiva per gli attori in causa o per la loro relazione. Dal momento che gli esseri umani sono agenti attivi all’interno del proprio ambiente sociale e relazionale, sono essi stessi in prima persona a decidere con intenzionalità ed autoefficacia come gestire le relazioni cui partecipano e quali insegnamenti trarre dalle dinamiche coinvolte (Bandura, 2001).

Nell’intento di conferire importanza alla multidimensionalità del costrutto, gli interventi dovrebbero agire a livello sia cognitivo, favorendo la riduzione della tendenza all’azione, il controllo cognitivo, la gestione di pensieri e rimuginazioni ostili, sia a livello comportamentale, potenziando le competenze di automonitoraggio, autocontrollo e pianificazione (Smits e De Boeck, 2007).

Essendo inoltre il conflitto orientato e alimentato da una reciproca attribuzione di biases cognitivi e percettivi, gli interventi di contenimento del conflitto dovrebbero porsi l’obiettivo di far comprendere agli agenti che le proprie posizioni sono spesso influenzate da aspettative irrealistiche, da esperienze personali, da schemi cognitivi preesistenti, da sistemi di valori e di credenze e da bisogni di protezione del Sé (Kennedy e Pronin, 2008). Riconoscere in noi stessi queste tendenze erronee e tendenziose, rappresenta il primo passo concreto verso la loro correzione, ma anche verso la prevenzione dell’escalation e la risoluzione costruttiva del conflitto (Pronin, 2007).

A livello emotivo, restituire dignità e umanità ai reduci di una forte escalation risulta essere il primo passo verso una migliore comprensione dei fatti e una più lucida valutazione di sé e delle proprie azioni; questo significa a sua volta riportare i ruoli all’interno della relazione, che con il conflitto si erano irrigiditi e polarizzati, alla complementarietà e alla flessibilità, garantendo il diritto alla diversità e alla complessità individuale (Arielli e Scotto, 2003; Coleman et al., 2007; Gray et al., 2007; Martello, 2006b).

 

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