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Skinhead: teste rasate, anfibi, bretelle, Oi!, ska music.

Skinhead: teste rasate, anfibi, bretelle, Oi!, ska music. La sottocultura più fraintesa degli ultimi 40 anni. Psicologia Sociale, Antropologia, Sociologia.

ID Articolo: 30720 - Pubblicato il: 10 maggio 2013
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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TORINO – FACOLTA’ DI PSICOLOGIA

David Ruben Barbaglia

Skinhead: teste rasate, anfibi, bretelle, Oi!, ska music.

La sottocultura più fraintesa degli ultimi quarant’anni

Tesi di Laurea Magistrale (Relatore: Dott. Tartaglia Stefano – Anno Accademico 2011/2012)  

SKINHEAD

Introduzione

 

“quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni?”

Primo Levi

Come ricorda Shakespeare nell’Amleto, attraverso uno dei personaggi della tragedia, Polonio, “Ché l’abito, spesso, fa da spia all’uomo”; sottolineando come la prima impressione o l’aspetto esteriore delle persone sia la prima strategia umana per caratterizzare gli altri. Polonio aggiunge, nella serie di consigli rivolti al figlio Laerte, “non entrare in una lite, ma se ti ci dovessi trovare immischiato, conducila in modo che il tuo nemico debba star lui attento a te”. Il temperamento umano sembra rivolto alla supremazia, a un retaggio animalesco che ci costringe a vivere l’altro, in caso di conflitto, come il nemico da sconfiggere. Se le riflessioni riprese dalla tragedia inglese permettono un delineamento iniziale delle tematiche trattate nella ricerca che seguirà, dall’altra sono frutto anche di un pensiero popolare diffuso che spesso non rappresenta la realtà. Il detto popolare “l’abito non fa il monaco” riprende il pensiero di Polonio, stravolgendolo e ricordando che la prima impressione è spesso fallace. Umberto Eco sottolinea, in un breve saggio dell’inizio degli anni Settanta dal titolo “L’abito parla il monaco”: «Chi ha fatto la mano ai problemi attuali della semiologia non può più annodarsi la cravatta, la mattina davanti allo specchio, senza avere la netta sensazione di fare una scelta ideologica: o, almeno, di stendere un messaggio, in una lettera aperta ai passanti e a coloro che incontrerà durante la giornata»(Eco, 1972, p.7), tornando a delineare un percorso circolare dove l’abito può “non fare il monaco” o “far da spia all’uomo” ma comunque l’ “abito” che indossiamo in qualche modo comincerà a rappresentarci, o tenderà a trasformare il nostro modo di approcciarci al mondo. Dal momento che i codici legati ai vestiti, o più in generale all’ “abito”, esistono ma sono sovente deboli, cioè essi mutano velocemente ed è difficile stenderne i relativi ‘dizionari’, il codice và spesso costruito sul momento, nella situazione data, inferito dai messaggi stessi (Eco, 1972). Per codificare i messaggi che vengono mandati con gli “abiti” occorre prestare, in primo luogo, la massima attenzione alle coordinate spazio-temporali. Verrà usato il termine “abito” tra virgolette per definire non solo il vestiario ma per allargare il concetto alla descrizione della comunicazione non verbale che si può cogliere nell’incontro con l’Altro. In un contesto dove “non si può non comunicare”, come teorizzò Watzlawick (1967), limitare la lettura al solo vestiario è riduttivo e si allontana dall’interesse psicologico e sociologico della ricerca. Allargare il campo di ricerca agli atteggiamenti, al portamento, alla mimica, legati ad un vestiario particolare, rende l’oggetto di studio più completo. Un esempio è sicuramente il film diretto da Stanley Kubrick , Arancia Meccanica1, dove lo studio delle bande giovanili che in quegli anni crearono tensioni e paura a Londra, servì per estrapolare un modello di giovane violento che avesse una divisa caratteristica ma anche uno modus vivendi e operandi che potesse rappresentare l’”abito” del giovane violento prototipico degli anni Settanta. Il Drugo diventa, in questo modo, facilmente riconoscibile dagli altri, creando una sorta di reverenza e timore nei suoi confronti; dall’altra faccia della medaglia, indossato l’abito da Drugo, il ragazzo incarna e fa proprio lo stile di vita del giovane violento. La lettura del contesto sociale prevede, per correttezza, che si usi una logica circolare e non di causalità lineare, ormai superata nel campo della ricerca. L’oggetto A non influenza l’oggetto B in maniera univoca ma ne viene influenzato nel momento stesso in cui ne viene a contatto. Questa teoria, tratta dalla teoria dei sistemi (Bertalanffy, 1983), è fondamentale per analizzare un tema complesso. Se, da un parte, la regola è chiara per chi si immerga nel sociale con scopi di studio, dall’altra, l’approcciarsi alla “realtà sociale” costringe il ricercatore a semplificare alcuni eventi al fine di poterne dare una lettura che porti un senso. Per completare il concetto di “abito” è necessario analizzare anche il concetto di violenza, cioè i due temi presentati in incipit attraverso la tragedia shakespeariana. La tesi che presenteremo tratta della sottocultura skinhead. L’interesse nasce dalla percezione che esistano due mondi differenti, l’uno presentato dai mass-media e dall’immaginario comune, l’altro dall’incontro vis à vis con alcuni appartenenti alla sottocultura in esame. Soprattutto la figura del “naziskin”, fortemente presente nell’immaginario collettivo grazie ad una campagna mediatica martellante, è il rappresentante di un movimento sotto culturale, è l’unità che rappresenta un tutto, o è un’unità marginale, estrema, che è stata predestinata a diventare rappresentante di un tutto? L’interesse della ricerca è immergersi nel mondo Skinhead per cercare di riemergere con un’idea più chiara su cosa l’ “abito” skinhead rappresenti e su come tale “abito” conduca o sia rappresentativo di una realtà violenta e aggressiva.

La ricerca è frutto di un anno di interviste e partecipazione ad eventi della cultura Skinhead (concerti, manifestazioni, domeniche allo stadio, presentazioni di documenti o saggi da parte di ex esponenti del movimento, serate in birreria, etc.) ma è anche figlia di un percorso molto più ampio che vede gli autori della ricerca intrecciare il proprio percorso di vita con alcuni esponenti del movimento. L’interesse e lo stimolo per iniziare la ricerca nasce dalla sensazione che socialmente ci sia un fenomeno di etichettamento verso il movimento skinhead, che lo identifica come violento e razzista. L’impressione di partenza, rilevata nell’incontrare skinhead prima dell’inizio della ricerca, è che la violenza e il razzismo non fossero rappresentativi dell’intera categoria. Il lavoro di ricerca si è sviluppato in due lavori di tesi, uno dei quali è stato affrontato dal collega Marco Bertolino nell’elaborato “Are the kids united? Costruzione dell’identità nella sottocultura skinhead”. La ricerca qui presentata si pone come obiettivo la costruzione di una narrazione della nascita del movimento skinhead in Italia che cerchi di cogliere le sfumature e il complicato intreccio di fattori che compongono una forma sottoculturale specifica.

La tesi che segue è suddivisa in una parte teorica iniziale dove si analizza il concetto di cultura , di sottocultura, di stile, di devianza e il rapporto tra mass-media e sottoculture attraverso un’ottica sociologica e antropologica. Uno spazio particolare è riservato all’intervento della psicologia dinamica all’interno del dibattito sulla devianza.

In seguito è inserito un capitolo dedicato alla psicologia applicata ai contesti culturali e sottoculturali. Abbiamo scelto l’approccio della psicologia culturale, in particolare nelle figura di Jerome Bruner, come ramo della psicologia che meglio possa confrontarsi con una ricerca che indaghi un ambito culturale. Parallelamente, analizzando contesti sottoculturali dove l’identità dell’individuo viene plasmata e modificata anche grazie al rapporto con il gruppo dei pari, abbiamo analizzato brevemente il concetto di identità e il concetto di gruppo in psicologia.

Il terzo capitolo presenta la metodologia di ricerca. Vengono illustrati i motivi per cui si è scelto di adottare un approccio qualitativo di tipo etnografico, ad eccezione del lavoro di ricerca sui quotidiani che è di tipo quantitativo. In particolare viene sottolineata la necessità di adottare uno sguardo di tipo fenomenologico, dove lo studio dell’essere umano acquista senso solo se quest’ultimo viene osservato nel proprio tempo, in uno spazio preciso occupato dalla propria corporalità che è in relazione con persone e contesti. Si è cercato di sottolineare il profondo rispetto che è richiesto ad un ricercatore, nel momento in cui si appresta a studiare altri esseri umani, nel valutare e interpretare le scelte dell’altro. Il terzo paragrafo del capitolo è dedicato alla presentazione del lavoro di ricerca svolto per l’opera presentata.

Il quarto capitolo tratta le origini della sottocultura skinhead attraverso una ricerca bibliografica che permette di presentare il fenomeno nel suo nascere e svilupparsi in Inghilterra. La seconda parte del capitolo si focalizza sullo sviluppo delle tendenze razziste di destra da parte di una certa frangia del movimento e della loro diffusione dall’Inghilterra verso l’Europa continentale.

Il quinto capitolo racchiude lo studio e l’analisi del materiale raccolto tramite interviste biografiche somministrate ad esponenti del movimento skinhead.

Il sesto capitolo si focalizza sulle fonti secondarie: la presenza delle parole “skinhead” e “naziskin” negli articoli di quattro quotidiani nazionali e la musica skinhead, ossia un’analisi che confronta i testi delle canzoni prodotte da band facenti parte di diverse aree del movimento.

Il settimo capitolo apre la discussione per cercare, attraverso il materiale ricavato dalla ricerca, di sottolinearne i punti di incontro e di distacco tra le possibili fazioni all’interno del movimento e di osservare i fenomeni identitari intervenuti nella nascita della sottocultura esaminata. La discussione permetterà di confrontare il materiale teorico presentato nei primi due capitoli con le narrazioni ottenute tramite la raccolta delle fonti.

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