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Obbedienza all’Autorità ed Empatia: Stanley Milgram

Riflessioni sul saggio di Stanley Milgram. La rilettura di un classico alla luce delle recenti scoperte sui meccanismi dell’empatia

ID Articolo: 23215 - Pubblicato il: 04 dicembre 2012
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di Sabrina Masetti, Barbara Viviani & Linda Tarantino

 

Obbedienza all'Autorità & Empatia: Stanley Milgram

Stanley Milgram (New York, 15 agosto 1933 – New York, 20 dicembre 1984)

Riflessioni sul saggio di Stanley Milgram.

La rilettura di un classico alla luce delle recenti scoperte sui meccanismi dell’empatia

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A 50 anni dal processo in Israele a Adolf Eichmann, colui che è diventato il simbolo della banalità del male come definito dalla Arendt e sulle cui motivazioni indagò anche lo psicologio sociale Stanley Milgram nel suo famoso esperimento sull’obbedienza all’autorità, può essere utile rileggere la descrizione del test alla luce delle recenti acquisizioni sul ruolo dei neuroni specchio nella capacità di empatizzare.

Ricordiamo brevemente quali furono i termini di questa sperimentazione che il Prof. Milgram condusse all’Università di Yale su migliaia di persone e che è stato più volte oggetto di ripetizione. All’interno di un laboratorio un soggetto che si era reso disponibile a condurre esperimenti sulla memorizzazione doveva correggere un altro soggetto – un attore sotto le mentite spoglie di cavia – somministrandogli delle scosse a intensità crescente ogni volta che questi sbagliava a rispondere alle domande sottoposte dal dottore che conduceva l’esperimento. Lo scopo era vedere fino a che punto il soggetto avrebbe accettato di continuare a somministrare le scosse (che potevano arrivare anche fino a 450 V ed erano contrassegnate con diciture fino a “scossa pericolosa”) pur in presenza dei lamenti, delle proteste e infine degli urli e dei rantoli della “cavia”.

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Milgram volle anche vedere non solo fino a dove la maggioranza degli esaminati poteva arrivare ma anche quali circostanze avevano maggiore o minore peso nella decisione di rivoltarsi all’autorità.

In particolare vi sono alcune varianti dell’esperimento poste in opera dallo stesso Milgram che ci permettono di isolare esattamente la dinamica empatica nell’esecuzione della tortura sperimentale e che potrebbero portare ad una visione più comprensiva e meno terrifica della “banalità del male”.

Tra le diverse variazioni dei fattori suscettibili di alterare il livello di obbedienza dei partecipanti Milgram si mostra particolarmente lungimirante introducendo più varianti relative alla “vicinanza della vittima”.

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Nell’osservare le varianti che a noi interessano partiamo dall’esperimento 1 “Reazione a Distanza  (Remote Feedback)” dove la cavia si trova in un’altra stanza e non si odono i suoi lamenti fino a 300 volt, valore oltre il quale le pareti del laboratorio rimbombano dei suoi colpi di protesta.

L’esperimento 2 “Reazione vocale (Voice Feedback)” prevedeva invece che i lamenti fossero tutti chiaramente udibili attraverso le pareti del laboratorio.

La variante 3 ”Vicinanza (Proximity)” si realizza collocando la vittima nella stanza del somministratore di scosse, a meno di un metro da lui e con il “torturatore” in grado di vedere la vittima e ascoltare le sue richieste.

Infine nel caso 4 “Contatto fisico (Touch Proximity)” il soggetto esaminato doveva addirittura posizionare la mano della vittima su una piastra metallica.

I risultati del variare di questi fattori furono così determinanti che portarono Milgram a postulare che “il livello di obbedienza diminuisce in modo significativo in proporzione all’avvicinamento della vittima al soggetto”

Non solo infatti il livello dei soggetti obbedienti diminuiva fino a dimezzarsi, ma si abbassava considerevolmente anche il massimo livello di scossa somministrata: se nella Reazione a Distanza gli obbedienti erano il 65% del campione, nella Reazione Vocale si aveva uno scostamento invero leggero al 62,5% mentre con il primo livello di Vicinanza si crollava al 40%, percentuale che si abbassava ulteriormente al 30% nel Contatto Fisico.

Milgram attribuisce questo effetto a più fattori e tra questi per primo elenca proprio gli “stimoli empatici”. Richiamandosi al noto esempio di persona civile e perbene che in guerra non esiterebbe ad eliminare uno come lui o a sganciare una bomba dall’alto di un aereo, Milgram evidenzia subito lo smarcamento tra la comprensione concettuale, il capire, e il sentire. Non si ferma però qui e testualmente scrive: “E’ possibile che gli stimoli visivi associati con la sofferenza della vittima suggeriscano risposte empatiche nel soggetto facendolo partecipare più intensamente all’esperienza della vittima. E’ anche possibile che risposte empatiche siano di per sé spiacevoli e provochino nel soggetto impulsi tali da indurlo a desistere dalla prova. La diminuzione dell’obbedienza sarebbe in tal caso spiegata dall’aumento dell’intensità degli stimoli empatici nelle condizioni sperimentali 1,2, e 3.”

Messaggio pubblicitario Me.Dia.Re. NOVEMBRE 2017  Tra gli altri fattori che Milgram considera separati dall’empatia ce ne sono alcuni che invece, a nostro avviso, non possono essere considerati autonomamente dal meccanismo empatico.

“Negazione e riduzione del campo cognitivo” rende conto del meccanismo del restringimento cognitivo messo in atto dal “torturatore” per escludere il pensiero della vittima che soffre. Milgram stesso nota che esso non può attuarsi nella condizione di vicinanza alla vittima a causa della sua inclusione nel campo visivo.

Il fattore “Campi Reciproci” si dedica invece non all’osservazione del somministratore sulla vittima ma, viceversa, sullo sguardo della vittima verso il soggetto. L’esposizione al campo percettivo della vittima “crea imbarazzo, vergogna e inibizioni a punirla”.

Tutti questi fattori ci ricordano, e ancora una volta ci suggeriscono, come per migliorare la sintonizzazione empatica sia fondamentale condividere con l’altro lo stesso spazio vitale; ancor più, il guardare negli occhi la persona che ci sta di fronte ci permette di cogliere meglio le sue espressioni emotive.

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L’esperimento di Milgram oggi può essere confermato anche dagli studi sulla neurobiologia dell’empatia ed in particolare dagli studi che vedono nei neuroni specchio la base biologica dell’empatia. In uno studio (Singer et al, 2004) è stato infatti dimostrato che i neuroni specchio sono coinvolti sia nel rispecchiamento del dolore dell’altro sia nel rispecchiamento dell’emozione correlata al dolore dell’altro. L’autore ha studiato con la fMRI le risposte empatiche di donne mentre sia loro stesse che il proprio partner subivano una scossa elettrica attraverso un elettrodo posto sulla mano. Le donne nella fMRI non vedevano direttamente il marito mentre gli veniva data la scossa ma una freccia colorata che si accendeva sul loro monitor avvertendo chi dei due (la donna o l’uomo) avrebbe ricevuto la scossa. Ciò che questo esperimento ha mostrato è che quando le donne ricevevano le scosse elettriche si attivavano le aree somatosensoriali per l’elaborazione del dolore e le aree cerebrali (tra cui la corteccia del cingolo, ricca di neuroni specchio) che elaborano l’esperienza emotiva associata al dolore. Quando invece le donne vedevano nel monitor la freccia che indicava che il proprio partner stava per ricevere la scossa  si attivavano nel cervello delle donne solo le aree affettive (tra cui quindi quelle con i neuroni specchio) e non quelle somatosensoriali implicate nell’elaborazione del dolore. Questo significa che anche senza vedere la “vittima” il nostro cervello è in grado di empatizzare con l’esperienza emotiva dell’espressione dolorosa.

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Da altri studi (Iacoboni, 2008) sappiamo che empatizzare con l’altro vuol dire creare nel nostro cervello una “simulazione incarnata” dell’espressione facciale dell’altro, meccanismo che coinvolge i neuroni specchio dell’area prefrontale e dell’insula e che implica il guardare o il sentire le espressioni emotive dell’altro. In base a questi dati provenienti dalle neuroscienze possiamo supporre che man mano che nell’esperimento di Milgram il “torturatore” si avvicina alla “vittima” si attiveranno non solo i circuiti che servono per rispecchiare l’esperienza emotiva del dolore ma sempre più anche quei circuiti neuronali relativi all’empatia che si attivano alla vista dell’espressione facciale dell’altro e all’udire la voce sofferente e terrorizzata della “vittima” e che questo aumento di rispecchiamento modifichi il suo comportamento verso la “vittima”.

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Alla luce di queste osservazioni l’ipotesi suggestiva sarebbe quella di ripetere l’esperimento in presenza di sensori che rilevino il meccanismo di scarica dei neuroni specchio in modo da convalidare gli aspetti effettivamente legati all’empatia e definirne accuratamente l’ordine di grandezza ed importanza nel processo decisionale.

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