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“Cosa potrebbe accadere se lei non facesse questo?” Il Disputing Capovolto.

 

Psicoterapia: il Disputing Capovolto. - © alekup - Fotolia.comNel disputing, è bene ripeterlo, mettiamo in discussione tutto ciò che pensiamo o facciamo in automatico. In questo modo possiamo diventare più consapevoli di tutte le valutazioni negative che effettuiamo dandone per garantito il valore di verità: che non sopportiamo l’abbaiare improvviso dei cani celati dietro le siepi, che non siamo capaci di colloquiare anche solo per pochi minuti con persone che non ci piacciono, che non possiamo accettare che i nostri passati amori continuino ad avere una vita propria al di fuori del nostro possesso. E così via.

Come già scritto altrove, per ottenere questo il terapeuta effettua semplici domande, tutte in fondo riconducibili a una sola domanda madre: “cosa non le va in questo?.

Ma questa domanda va adattata a diversi contesti. Nella sua formulazione originale, la domanda è particolarmente adatta a mettere in discussione l’ansia, la paura e i suoi aspetti cognitivi. In fondo si tratta di chiedere al paziente:

  • Cosa teme?”
  • Cosa c’è in questo che ci genera paura o ansia?”
  • Quale pericolo corriamo?”

Disputing Monografia

MONOGRAFIA: Il Disputing in Psicoterapia

E così via. Le cose possono però complicarsi quando per esempio il paziente ha i suoi piani di gestione personali della paura. Piani evidentemente insufficienti se il paziente è venuto in terapia.

In questo caso non si tratta di valutare cosa ci sia di distorto in una valutazione cognitiva di una situazione, ma cosa ci sia di distorto in un piano di gestione patologico. È il caso soprattutto dei controlli compulsivi del disturbo ossessivo, ma anche degli evitamenti. In questo caso, si potrebbe chiedere: 

  • Perché fa questo?”
  • A che le serve reagire così?”
  • Qual è il suo obiettivo?”

Questa formulazione in positivo potrebbe essere insufficiente. Il paziente ossessivo (non diversamente in questo dall’ansioso) agisce in vista di un evitamento di un danno e non di un ottenimento di un obiettivo. Conseguentemente, non fa le cose per un “perché” ma per un “affinché non”.

Questo può determinare un ‘impasse, una situazione in cui il paziente risponde:

  • Non so perché lo faccio. È più forte di me”

In realtà non c’è un “perché” bensì un “affinché non” che rimane nascosto a causa della formulazione in positivo. Che fare, allora?

Riformuliamo la domanda in negativo:

  • Cosa potrebbe accadere se lei non facesse questo?”

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Possiamo utilizzare l’ABC per facilitare l’operazione terapeutica. Un ABC immaginario o virtuale, in cui la situazione è la non adesione del paziente al suo piano di gestione compulsivo.

Per esempio, un ABC in cui l’A è “mi astengo dal controllare che tutti i rubinetti siano chiusi”. In questo modo l’ABC finisce per generare una guided imagery, integrando stile terapeutico cognitivo ed esperienziale.

  • Terapeuta: “Cosa accadrebbe se non controllasse i rubinetti?”
  • Paziente: “La pagherei. Potrebbe accadere qualcosa di brutto”

 

Ribaltando l’ABC riusciamo quindi a tornare alla situazione standard di uno scenario negativo temuto. Arrivati li, possiamo tornare sul binario consueto.

Questa tecnica, sebbene centrata sull’ABC, la si può trovare anche in testi di scuola cognitiva beckiana. La tecnica di valutare lo scenario peggiore (“worst-case scenario”) è analoga a questo ABC rovesciato, e inoltre è più ampia e meno specifica per il caso determinato della rinuncia al controllo (Clark, Beck, 2010, pag. 209). L’applicazione specifica per il controllo ossessivo, molto simile all’intervento descritto qui, si trova nel libro di Clark (2004) sull’ossessività.

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

  • Clark, D. A., Beck, A. T. (2010). Cognitive Therapy of Anxiety Disorders. Science and Practice. New York: Guilford Press.
  • Clark, D. A. (2004). Cognitive-Behavior Therapy for OCD. New York: Guilford Press.


State of Mind © 2011-2012 Riproduzione riservata.



  • Gabriele Melli

    Da quando esiste una teoria cognitiva delle ossessioni, “se non controllassi il rubinetto succederebbe qualcosa di terribile” costituisce un A in quanto è il pensiero ossessivo stesso. Il B è la valutazione di tale eventualità come inaccettabile! Così come è formulato questo esempio, quindi, lo trovo sbagliato e mai con un ossessivo si fa un disputing razionale su cosa potrebbe succedere se non mette in atto i rituali. Suggerisco di rivedere l’articolo perché fuorviante.

  • http://www.facebook.com/giovanni.m.ruggiero Giovanni Maria Ruggiero

    Una osservazione utile e una futile da parte del collega. Può darsi che non sia sempre clinicamente opportuno controllare la catena di previsioni negative dietro un controllo ossessivo. Non mi sbilancerei invece su una supposta regola del “mai farlo” senza fornire riferimenti bibliografici. Assolutamente futile invece la questione su quale sia un A corretto.

  • http://www.facebook.com/giovanni.m.ruggiero Giovanni Maria Ruggiero

    L’articolo può essere discutibile e deve essere discusso, criticato e perfino stroncato, se si vuole. Le critiche possono essere anche tranchant, ma quanto più sono severe tanto più vanno giustificate bibliograficamente e clinicamente. Il prossimo commento che non giustifica a fondo con almeno un paio di riferimenti bibliografici (possibilmente non solo pro ma anche contro: troppo facile portare solo gli argomenti a favore; ma vanno bene anche riferimenti bibliografici solo pro domo sua purché stimolanti) sarà cancellato in quanto appartenente alla categoria dei “troll”. Qui habet aures audiendi, audiat. Passi, per stavolta, il suggerimento di riscrivere l’articolo.

  • Gabriele Caselli

    Credo che il punto sia chiarire bene cosa si intende per ‘disputing razionale’… di certo accertamenti del tipo “cosa succederebbe se (lei abbandonasse i rituali)” nella tradizione cognitivista sono tutt’altro che assenti o sconsigliati, anzi solitamente preferiti ad accertamenti di stile comportamentali che individuino principalmente le funzioni positive del rituale. 
    Inoltre questo tipo di accertamento che direi ‘metacognitivo’ è utile per elicitare nella coscienza dell’individuo quali sono le credenze rispetto i rituali. Cito per esempio dal libro di Wells, capitolo su Disturbo Ossessivo-Compulsivo, contributo che entrambi conoscete bene:

    “Note that for clinician purpose it is often necessary to elicit material by questioning the worst consequences of not engaging in a ritual behaviour, rather than only questioning about the benefits of engaging in behaviur (e.g. is there a reason for not trying to stop rituals?” (Wells, 2000, pp.188).

    Quindi qualche cognitivista quanto meno suggerisce di farlo. Poi certo non è che il parere di uno o dell’altro diventi legge. E forse ci sono anche ricerche che possono sostenere l’uso o il non uso di una peculiare strategia.

    Da quì più che altro l’invito, un po’ per tutti ma soprattutto per chi si attiene al dibattito scientifico, all’argomentazione… anche perchè mi sembra un dibattito molto interessante.
    E quindi mi chiedo: perchè è sconsigliabile e/o consigliabile? C’è mai stata ricerca su questo?
    Io personalmente ho idea che le ossessioni siano più utili messi in A perchè il punto non è discuterne il contenuto ma la risposta alla loro presenza. Però credo anche che l’associazione tra rituali e l’evitamento dello scenario peggiore sia un tema di importante contatto in terapia.

  • Gabriele Caselli

    Credo che il punto sia chiarire bene cosa si intende per ‘disputing razionale’… di certo accertamenti del tipo “cosa succederebbe se (lei abbandonasse i rituali)” nella tradizione cognitivista sono tutt’altro che assenti o sconsigliati, anzi solitamente preferiti ad accertamenti di stile comportamentali che individuino principalmente le funzioni positive del rituale. 
    Inoltre questo tipo di accertamento che direi ‘metacognitivo’ è utile per elicitare nella coscienza dell’individuo quali sono le credenze rispetto i rituali. Cito per esempio dal libro di Wells, capitolo su Disturbo Ossessivo-Compulsivo, contributo che entrambi conoscete bene:

    “Note that for clinician purpose it is often necessary to elicit material by questioning the worst consequences of not engaging in a ritual behaviour, rather than only questioning about the benefits of engaging in behaviur (e.g. is there a reason for not trying to stop rituals?” (Wells, 2000, pp.188).

    Quindi qualche cognitivista quanto meno suggerisce di farlo. Poi certo non è che il parere di uno o dell’altro diventi legge. E forse ci sono anche ricerche che possono sostenere l’uso o il non uso di una peculiare strategia.

    Da quì più che altro l’invito, un po’ per tutti ma soprattutto per chi si attiene al dibattito scientifico, all’argomentazione… anche perchè mi sembra un dibattito molto interessante.
    E quindi mi chiedo: perchè è sconsigliabile e/o consigliabile? C’è mai stata ricerca su questo?
    Io personalmente ho idea che le ossessioni siano più utili messi in A perchè il punto non è discuterne il contenuto ma la risposta alla loro presenza. Però credo anche che l’associazione tra rituali e l’evitamento dello scenario peggiore sia un tema di importante contatto in terapia.

  • Gabriele Caselli

    Aggiungo poi un’altra ipotesi inerente all’esempio:

    “se non controllassi il rubinetto succederebbe qualcosa di terribile” non mi sembra un’ossessione. Mi appare più un B che guida verso “controllare il rubinetto” che è una conseguenza comportamentale di sicurezza. La A (l’ossessione) non è espressa in questa frase.

    In A ci potrebbe essere un’ossessione di contaminazione per esempio. 
    In B (o dietro a B) ci potrebbero essere diverse convinzioni:
    - se lo penso è molto probabile se non sicuro che accada, sono responsabile di quello che succederà in seguito perchè ho avuto questo pensiero, sono una persona orribile se non prevengo le conseguenze, il fatto che accada e che io ne sia responsabile è insostenibile

    ma anche:

    - se controllo posso evitarlo, neutralizzare, prevenire, sentirmi a posto con me stesso nonostante il pensiero avuto (beliefs about rituals)

    In C finisce la compulsione

    Cosa ne pensate?

  • Gabriele Melli

    Mi scuso innanzitutto perché mi sembra che il mio commento, scritto frettolosamente e dal cellulare (perdonate la leggerezza, non credevo suscitasse tale reazione), sia stato recepito come severo e “stroncante”, quando il mio intento non era assolutamente di questa natura. Peraltro condivido appieno i contenuti dell’articolo, che giustamente non era sul DOC, e l’utilità delle procedure proposte, ma ho solo fatto un appunto relativamente al fatto che l’esempio citato potesse essere confusivo per il lettore, non necessariamente esperto di queste tematiche.
    Non solo nei modelli metacognitivi più recenti (Wells, 2009) si tende a considerare il pensiero un A e a centrare la metavalutazione, ma per quanto riguarda il DOC, fin dagli studi di Rachman e De Silva (1978) che hanno dimostrato come i pensieri, le immagini e gli impulsi intrusivi degli ossessivi siano normali e qualitativamente non differenti dai fenomeni intrusivi di chiunque, l’attenzione si è spostata sulla valutazione dell’intrusione stessa. Come riporta Clark stesso (2004; pg. 100), da voi citato, Rachman (2003) sostiene che “naturally occurring unwanted thoughts become the basis of obsessions when individuals misinterpret their mental intrusions in a personally significant and threatening manner. Rachman proposes that a number of key cognitive concepts and processes are involved in the escalation of normal unwanted intrusive thougths into highly persistent clinical obsessions”.
    Da allora sono nate tutte le varie teorie, prime fra tutte quella della inflated responsibility di Salkovskis, che tentano di spiegare come e perché i soggetti ossessivi interpretino (B) i normali pensieri intrusivi (A) come minacciosi, con conseguente risposta emotiva e bisogno di mettere in atto i rituali.
    Ovviamente tutto ciò è criticabile, come qualunque modello teorico, o migliorabile, ma volevo solo far riferimento a questo. Ipotizzo quindi, e personalmente credo più utile, un’analisi del tipo:
    A – oddio forse non ho chiuso il rubinetto e potrebbe allagarsi la casa
    B – sarebbe terribile se succedesse una cosa del genere per colpa mia
    C – ansia e comportamento di ricerca di rassicurazione (controllo, ripasso mentale, richiesta di rassicurazione, ecc.)

    Spero di aver illustrato in modo sufficientemente argomentato e supportato da riferimenti scientifici le mie affermazioni, che non sono e non volevano essere né miei liberi pensieri, né tantomeno commenti distruttivi, ma volevano solo far notare come, a mio parere, nel caso specifico del DOC, l’esempio citato nell’articolo rischi di passare il messaggio che il target dell’analisi e dell’intervento cognitivo stiano nel disputing sulla fondatezza del dubbio intrusivo, quando peraltro in genere il paziente stesso è perfettamente consapevole di quanto questo sia assurdo, eccessivo e irragionevole, e si sente stupido nel mettere in atto dei controlli da lui stesso valutati inutili e superflui…. ma non può non farli!

    Cari saluti

    Gabriele

  • http://www.facebook.com/giovanni.m.ruggiero Giovanni Maria Ruggiero

    @cc6aec0e1b6b70340bab4a704dee775a:disqus Comprendo la frettolosità, e a rileggermi anche io mi sono ritrovato troppo irritato nelle risposte. Probabilmente tutti stiamo imparando a usare questo mezzo di espressione. L’effetto di ciò che si pubblica un attimo dopo aver schiacciato “invio” è spesso molto diverso da quel che sembrava scrivendo. L’importante è continuare a discutere e accettare i momenti sgradevoli, come direbbero Ellis e Hayes.

  • Angela

    Trovo la lettura di questi articoli davvero utile. Per chi come me sta studiando per divenire psicoterapeuta è utilissimo avere un ulteriore spazio per approfondire alcuni argomenti, aggiornarsi e confrontarsi, grazie.
    Angela

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