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Superare la colpa in due terapeuti italiani: Davide Lopez e Francesco Mancini

ID Articolo: 8448
aprile 23
14:49 2012
Modificato il: 23/04/2012 (14:49)
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Superare la colpa di due terapeuti italiani: Davide Lopez e Francesco Mancini - Immagine: © Andrea Danti - Fotolia.comDavide Lopez e Francesco Mancini sono due terapeuti italiani che si sono entrambi occupati di colpa. Oltre ciò, apparentemente nulla in comune tra loro. Non solo perché l’uno psicoanalista e l’altro cognitivista. È una coppia improbabilissima. A essi si adatta bene la metafora troppo usata dell’acqua e dell’olio. Non si mescolano e non interagiscono. Chi conosce Lopez quasi sicuramente nulla sa di Mancini, e viceversa. È necessario quindi fornire qualche cenno biografico.

Davide Lopez è stato un importante psicoanalista italiano. Si formò a Londra, dove incontrò Anna Freud, Winnicott, Bion e altri ancora. Entrò quindi in contatto con l’ortodossia (anna)freudiana, con la semieresia kleiniana e con gli indipendenti del terzo gruppo. Tornato in Italia negli anni ’60, in quarant’anni sviluppò un suo percorso molto personale, a tratti quasi idiosincraticamente personale. L’originalità di Lopez risiedeva nel fatto che nell’ultima fase della sua ricerca teorica era (quasi) giunto a metter Nietzsche al posto di Freud. Questo significava che Lopez raccomandava un tipo di sanità mentale fondato sul riconoscimento del desiderio e non sul controllo morale esercitato dal SuperIo, mentre invece –secondo Lopez- il tardo Freud indulgeva al moralismo superegoico (le mani mi tremano mentre uso questi termini a me –cognitivista- poco familiari). In termini cognitivisti potrei azzardare che Lopez sembrava raccomandare un intervento di accettazione non giudicante dei propri stati mentali accanto alla loro ristrutturazione razionalistica e adattativa. Egli, spesso in compagnia della sua collega e compagna Loretta Zorzi, espose questi suoi pensieri in libri dal sapore quasi sapienziale e applicò gli aspetti clinici alla cura dei depressi (Lopez, 2011; Lopez, Zorzi, 2003).

Storie di Terapie #5 - Simone l'Ossessivo. - Immagine: © Oleksii Sergieiev - Fotolia.com

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È vero che il Nietzsche di Lopez è –per fortuna- quello più solare e sorridente e bisognoso di contatto umano e di affetto (ah, leggiamo una biografia di Nietzsche e scopriamo quanto fosse solo al mondo e timidissimo e affamato d’amore e d’amicizia come un tenero cagnolino–era un supercagnolino, in verità- e così goffo e perfino bislacco nel ricercarle), mentre le smargiassate più provocatorie di Nietzsche, quelle della bestia bionda, del disprezzo della massa degli schiavi, sono respinte da Lopez come megalomania adolescenziale. Per fortuna, di nuovo.

Francesco Mancini è uno dei maggiori cognitivisti clinici italiani. Da sempre interessato alla comprensione del disturbo ossessivo compulsivo, lo ha descritto in termini cognitivi come frutto di un senso eccessivo e pervasivo di responsabilità. Ipotesi che era già di Paul Salkovskis. Tuttavia Mancini l’ha sviluppata, dimostrando con un esperimento elegante che lo stato mentale della colpa, il timore di fare del male a qualcuno, quando si aggiunge a quello della responsabilità, del dover rispondere che qualcosa sia fatto secondo correttezza, è in grado di aggravare il livello di ossessività controllante. In seguito Mancini ha ulteriormente approfondito con finezza vari tipi di senso di colpa, distinguendo (anche dal punto di vista neurologico) senso di colpa altruistico –timore di recare danno ad altri- e senso di colpa deontologico –timore di violare le regole-. E così via.

Messaggio pubblicitario SFU Mancini però non è soltanto un ricercatore, ma anche e prima di tutto un terapeuta. E per curare il paziente ossessivo Mancini sfodera un aspetto dionisiaco e nicciano che in qualche modo lo apparenta, sia pure alla lontana, con Lopez. Infatti Mancini raccomanda un intervento di accettazione: il paziente ossessivo non si libererà mai del suo timore di essere immorale, della sua paura di poter essere colpevole (Castelfranchi, Mancini, Miceli, 2008; Paciolla, Mancini, 2010). Lopez (forse) direbbe: del suo SuperIo giudicante. E la soluzione, dice Mancini, non può essere solo ristrutturare razionalisticamente questo pensiero colpevolizzante. Al contrario, esso va accettato. Accettato come rischio: è vero, è possibile, è possibilissimo che capiti di essere nella vita di essere colpevoli di qualcosa. Questa eventualità va messa nel conto e non ossessivamente prevenuta o controllata o espiata, come vorrebbe fare e tenta di fare il paziente. In tal modo la colpa, da rischio terrificante da eliminare assolutamente diventa eventualità possibile, da affrontare laicamente solo se e quando si presenterà. In qualche modo Mancini, sia pure in modi meno martellanti e dionisiaci di Nietzsche, esprime lo stesso “si alla vita” del superuomo.

Insomma, io vedo in Mancini e Lopez, al di là delle grandi differenze di due storie diversissime, una strana somiglianza. In entrambi una volontà solare e mediterranea di vita si oppone al chiuso colpevolismo nordico e protestante. In entrambi si illumina una capacità di sdrammatizzare e di dire di si alla vita, ma in termini più moderati e, oserei dire, più italiani del dionisismo tragico e catastrofico di Nietzsche. E in entrambi è presente anche però una pietosa e francescana capacità di comprendere le radici emotive della sofferenza, diffidando delle prescrizioni ossessive della moralità colpevolizzante. In definitiva, entrambi appartengono a quella tradizione di pensiero emotivo e vivente che, come scrive il filosofo Roberto Esposito, è il marchio di fabbrica della tradizione sapienziale italiana (Esposito, 2010).

 

 

BIBLIOGRAFIA:  

  • Lopez, D., Zorzi, L. (2003). Terapia psicoanalitica delle malattie depressive. Milano: Cortina.
  • Lopez, D. (2011). La strada dei maestri. Vicenza: Colla Editore.
  • Castelfranci, C., Mancini, F., Miceli, M. (2008). Fondamenti di cognitivismo clinico. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Esposito, R. (2010). Pensiero Vivente. Torino: Einaudi.
  • Paciolla, A., Mancini, F. (2010). Cognitivismo esistenziale. Dal significato del sintomo al significato della vita. Roma: Franco Angeli.
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  • marco

    Conosco bene l’opera di Davide Lopez, e, in effetti, per niente quella di Mancini. Mi piace molto l’accostamento tra questi due autori; sarebbe piaciuto anche a Lopez e gli avrebbe fornito spunto per una delle sue scorribande clinico-filosofiche. Posso aggiungere che, essendo io uno psicologo sistemico, la sfida superegoica, ha molta più probabilità di essere vinta (integrazione delle istanze etiche) con un confronto interpsichico (incontro con le figure genitoriali reali) piuttosto che intrapsichico

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