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Amarezza cronica post-traumatica: una diagnosi per i precari.

 

Amarezza cronica post-traumatica. Immagine: © 2011-2012 Costanza Prinetti -

Navigando tra riviste scientifiche mi sono “imbattuta” in un articolo che trattava di una nuova diagnosi che mi è parsa interessante ed emblematica rispetto al periodo storico ed economico in cui ci troviamo: il “disturbo da amarezza cronica post-traumatica” (Post-Traumatic Embitterment Disorder, PTED).

Descritto come una particolare forma di disturbo dell’adattamento, il PTED è stato per la prima volta proposto nel 2003, dallo psichiatra tedesco Michael Linden come nuovo disturbo mentale. Le prime ricerche su questa sindrome risalgono al 1999 e si sono occupate di approfondire lo stato di malessere psicologico diffuso tra gli immigrati tedeschi provenienti dalla Germania dell’Est a seguito della caduta del muro di Berlino.

Ambienti rigenerativi - Immagine: © John Casey - Fotolia.com -

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Attualmente i sintomi che caratterizzano questa diagnosi sono considerati una reazione psicopatologica ad eventi di vita particolari che possono essere classificabili come normali eventi di vita negativi, se non tendono però a ripetersi tutti i giorni (ad esempio i conflitti a lavoro, perdita di lavoro, essere vittima di discriminazioni,…).

Ecco che la ciclica perdita di lavoro cui i precari sono soggetti, potrebbe spingerli verso questo stato di cronica sofferenza psicologica.

L’elemento cruciale perché si manifesti questo cronico sentimento di amarezza è, secondo i ricercatori, che l’evento sia vissuto come ingiusto e come una grave violazione delle proprie credenze e valori di riferimento. La differenza principale tra i disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e il disturbo da amarezza cronica post-traumatica (PTED) sta nel fatto che il primo riguarda una reazione psicopatologica ad eventi che per la maggior parte delle persone sono considerati traumatici (violenze fisiche, guerre, disastri naturali,..), mentre il secondo riguarda eventi non classificabili come traumatici, ma che per la frequenza o per la loro capacità di colpire valori centrali per la persona, possono provocare sintomi quali amarezza, sentimenti di ingiustizia, ricordi ripetitivi ed intrusivi degli eventi critici, sintomi fobici, abbassamento del tono dell’umore, ritiro dalle relazioni sociali e comportamenti di evitamento.

I principali criteri indicati da Linden (2007) sono:

A –  Sviluppo di sintomi emotivi e comportamentali clinicamente significativi a seguito di un unico, sebbene normale, evento di vita negativo.

B –  L’evento traumatico viene vissuto nei seguenti modi:

  • la persona riconosce l’evento come causa del suo problema emotivo;
  • l’evento è percepito come ingiusto, come un insulto o un’umiliazione;
  • la reazione della persona all’evento implica sentimenti di amarezza, rabbia e impotenza;
  • la persona reagisce con un arousal emotivo significativo quando ripensa all’evento.

C - Presenza di ricordi intrusivi e ripetitivi e uno stabile e significativo cambiamento in senso negativo nel benessere psicologico.

D –  Assenza di altri disturbi mentali precedenti all’evento, che possano spiegare tale reazione.

E –  Ridotto funzionamento sociale e lavorativo.

F – I sintomi durano da più di 6 mesi.

 

I disturbi psicopatologici con più alta comorbidità con la diagnosi di PTED sono i Disturbi dell’Adattamento (66%), la Depressione Maggiore (50%) e la Distimia (40%).

Gli studi di Linden hanno evidenziato come nel 73% dei casi gli eventi considerati come scatenanti il malessere riguardassero problemi sul posto di lavoro; tutti i pazienti intervistati dai ricercatori hanno riferito inoltre di avere pensieri intrusivi improvvisi, il 98% lamentava un umore persistente negativo e il 92% una cronica irrequietezza dal manifestarsi degli eventi critici in poi. Tuttavia, in contrasto con i pazienti depressi, il 92% dei pazienti affetti da PTED mostra un umore normale ed una buona capacità di modulare le emozioni quando distratti dalle loro preoccupazioni.

Linden e il suo gruppo di ricerca stanno validando una psicoterapia studiata ad hoc per la cura di questo disturbo: la “Wisdom Therapy” (Terapia della saggezza) da lui ideata qualche anno fa. Si tratta di una combinazione di Terapia Cognitivo-Comportamentale, e pratiche mindfulness. Ad una prima occhiata nulla di nuovo rispetto alle ormai classiche terapie cognitive di terza generazione!

La brutta notizia per i precari è che questa diagnosi ad oggi non è stata inserita ufficialmente nel Manuale Diagnostico dei Disturbi mentali (DSM IV-TR) e questo stato di “cronica amarezza” difficilmente potrà essere oggetto di risarcimento …. almeno per ora!

 

 

 BIBLIOGRAFIA: 



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  • Maria Macri

    Cara Camilla… Interessante davvero il tuo articolo. Certamente tocca molti sul tema “lavoro”. Ti propongo qualche dubbio: 1. in cosa si differirebbe, di preciso, da una “semplice” tendenza a ruminare? Intendo dire che entrambi conservano il “ricordo” dell’evento spiacevole (o ritenuto tale dal soggetto, o meglio, DA UN CERTO TIPO DI SOGGETTI), che si “attenua” nel momento in cui li si invita alla distrazione (esempio Stop al rimuginio o ruminazione); 2. la sottigliezza potrebbe discriminare i soggetti (depressi) che hanno la tendenza a ruminare dai soggetti (PTED) che ruminano “solo” su quel preciso ricordo. A mio parere ci sta, dato che è molto probabile che la tendenza a ruminare si inneschi quando vengono “minacciate” le credenze nucleari della persona: se tale soggetto è stato invalidato “solo” su quella credenza e non su altre saremmo di fronte ad un potenziale “depresso” o “ansioso depressato” che è caduto nella trappola, ma riesce ad uscirne perchè la vita l’ha salvato da altre invalidazioni. Oppure è un soggetto che oscilla tra stati “lucidi” (a livello metacognitivo) e stati non ben monitorati…
    Che ne pensi?
    Maria Macrì

    • http://www.camillamarzocchi.it/ Camilla Marzocchi

      Interessanti considerazioni! Grazie Maria.In effetti l’elevata comorbidità con le diagnosi di depressione e distimia ci può far ipotizzare con buona certezza che questi pazienti abbiano una spiccata tendenza a ruminare, simile a quella dei depressi ma, diciamo, più circoscritta e meno pervasiva. Sono d’accordo con te sull’ipotesi che una ridotta esposizione ad altre invalidazioni nel corso della vita, possa essere un fattore protettivo, sufficiente a ridurre il rischio di sviluppare sintomi depressivi franchi. 

      Oltre alle variabili temperamentali o esperienziali tuttavia, un’altra possibile differenza che ci può aiutare a differenziare tra un depresso “classico” e un PTED, potrebbe essere che questi pazienti sembrano avere uno stile attributivo più esterno (più orientato cioè a colpevolizzare gli altri), che sembra preservare almeno in parte i costrutti centrali di sè e salvare l’autostima nucleare.

      Ruminare rabbiosamente verso gli altri è meglio che fare lo stesso verso se stessi?
      Ci vorrebbe un approfondimento puntuale dell’argomento, ma sembra che in questo modo riescano a mantenere un buon senso di auto-efficacia personale ed essere più propositivi in altre aree di vita, salve dalla ruminazione!

  • Piero

    Molto interessante questo articolo… dato che oggi il precariato è un problema molto sentito, in particolare tra i giovani, bisognerebbe davvero fare qualcosa per inserire il PTED nel Manuale Diagnostico dei Disturbi mentali….

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