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La cocaina, Freud e la lezione dei maestri.

Freud assiduo utlizzatore di cocaina. Gli effettti sulla sua produzione intellettuale e sul suo rapporto col resto della comunità scientifica.

La cocaina, Freud e la lezione dei maestri. - Immagine: licenza Creative Commons, Autore: http://www.flickr.com/photos/ajourneyroundmyskull/

Recentemente sulla New York Review of Books si è parlato degli effetti –positivi e negativi- che ebbe il consumo di cocaina sulla produzione creativa di Sigmund Freud. L’occasione è la recensione di un libro di Howard Markel che racconta meticolosamente un fatto noto ma spesso taciuto: che Freud fu per circa 15 anni assiduo consumatore di cocaina. Markel suggerisce che parte delle più audaci elaborazioni di Freud, quali le inferenze più acrobatiche sul significato metaforico dei sogni, la propensione a percepire le sue meditazioni in coppia con Wilhelm Fliess come illuminazioni messianiche, e anche la sua tendenza a giudicarsi circondato da nemici, tutte derivino dal consumo alto, forte e continuo di cocaina.

Nonostante alcuni tratti irritanti delle argomentazioni del recensore Crews, dalle quali emerge una certa antipatia verso la psicoanalisi (argomentazioni non sempre condivise dall’autore del libro, Markel, più prudente e benevolo verso Freud), alcuni punti fanno pensare. A quanto pare, in concomitanza con il consumo di cocaina,a un certo punto degli anni novanta dell’ottocento Freud comincia a mostrare segni di pensiero magico: strani giochi di numerologia con Fliess, applicazioni della numerologia di Fliess al timing delle mestruazioni maschili (avete letto bene: maschili; si tratta di un’idea un po’ fantasiosa di Fliess).

Psicoanalisi analisi dei sogni - © rolffimages - Fotolia.com -

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E’ vero che mentre fa questo Freud continua a scrivere anche sull’afasia in maniera scientificamente inappuntabile. Non ha perso completamente la testa, ma è di questo periodo anche una modalità di pensiero “associativa, autoconfermativa, visionaria e capace di spiegare tutto”  che si allontana dai fondamenti del pensiero scientifico dell’epoca. “Nel 1894 comincia a sentirsi un eroe solitario” e questi stati d’animo abbassano la severità del suo rigore empirico. Crews sostiene che la abbassano, ma non lo demoliscono perché Freud mantiene fino alla fine la capacità di muoversi da una modalità più scientifica all’altra più vaga e autoconfermativa. E sostiene che “l’altra” fu fortemente influenzata dalla cocaina.

 

Ci interessa tutto questo a noi che non siamo psicanalisti e non abbiamo riferimenti teorici ai quali richiamarci o da proteggere? Sì, ci interessa perché una certa abitudine all’isolamento autoreferenziale nel mondo psicanalitico è rimasta, una certa compiacenza a isolarsi tra vicini di pensiero, a non confrontarsi con il pensiero diverso, a richiamarsi all’ortodossia.

E paradossalmente è stata proprio l’ortodossia la lama che ha poi spezzettato il movimento psicoanalitico in tanti frammentate correnti movimenti: se la protezione del pensiero conforme diviene lo scopo privilegiato, allora se non sono d’accordo su alcuni punti devo andar via, devo fondare un’eresia. Questa chiusura sta diminuendo in questi anni proprio perché la psicanalisi ha incontrato il pensiero moderno e scientifico e si sta mettendo in relazione con nozioni provenienti da mondi differenti: le neuroscienze, la ricerca in psicoterapia, e anche la scienza cognitiva e la psicoterapia cognitiva.

Lasciamo ora il campo psicoanalitico e parliamo un po’ di analoghi fenomeni avvenuti nel mio mondo cognitivo. Forse un certo tipo di personalità debordante è tipica dei padri fondatori. Il triste commiato professionale di Albert Ellis ci dice quanto sia difficile uscire di scena, dover scomparire. Arte di pochi in ogni campo.

Anche in Italia non sempre il nostro padre fondatore, Vittorio Guidano, si dimostrò capace di essere un buon nutritore di giovani seguaci e talvolta mostrò la propensione a concentrarsi troppo su di sé e a divorare, come Crono, chi non seguiva il suo dettato. Ma lasciamo da parte questi tristi racconti e torniamo al presente. Le ultime evoluzioni del cognitivismo clinico hanno visto un fenomeno nuovo: l’emergere improvviso di personalità di padri fondatori che, invece di rimanere nel solco del lavoro già fatto per svilupparlo, tendono a fondare nuovi inizi rinnegando il passato.

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. Tutti e tre non si sono accontentati di essere solo terapeuti cognitivi, come del resto a suo tempo Guidano volle essere, aggiungendo l’aggettivo “post-razionalista” al suo cognitivismo.

Ripeto, forse una certa componente narcisista e perfino paranoica è necessaria e inevitabile per indicare nuove direzioni. Fatto sta che però si paga anche un prezzo.

Il punto interessante è il nascere in persone creative, nel bel mezzo di una vita di studio e idee, di tratti di pensiero sconcertanti. Si comincia a sentirsi più unici, ma anche più splendidamente isolati. Insomma, gli altri ci invidiano. Le nostre idee sono le più importanti, e chi non è d’accordo è uno sciocco, un invidioso, forse perfino un immorale. Le critiche fatte al nostro pensiero sono risibili. Ci si sente bene solo nel gruppo di devoti che sono sempre d’accordo con noi. Scompare il dovuto rispetto alle idee dell’altro, scompare la curiosità. Diventa difficile un dibattito su cose concrete, solo nel mio gruppo mi trovo veramente al sicuro e non vedo minacciate le mie idee. E, per finire, è dunque giusto che io fondi un movimento, con un suo nome che cambierà per sempre e in modo radicale la storia della psicoterapia.

In realtà questa tendenza a rifondare sempre tutto è il problema della psicoterapia. Se smetto il confronto nutrendo disprezzo verso gli altri sono destinato nel tempo a ritrovarmi lontano dai luoghi dove il nuovo accade. E così le idee divengono marmoree, fissate in uno spazio atemporale. Ma se non ho il coraggio di una discussione franca e dura, emargino automaticamente le persone creative che se ne vanno, mi lasciano, per andare a discutere altrove.

Questi sono i cattivi maestri. Che con la loro brillantezza creano, ma generano anche problemi nel tempo. Ne parla George Steiner in “La lezione dei maestri”. Invece il vero maestro lascia crescere e maturare come Socrate e accetta l’indipendenza di giudizio nel quadro di una relazione che dura nel tempo.

 

BIBLIOGRAFIA:

 

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  • Michele Pennelli

    Mi è piaciuto molto come articolo da un punto di vista di ricostruzione storica del fenomeno, ma ho notato della forte criticità rispetto alle terapie di terza generazione, non a tutte tra l’altro, infatti  mi sorprende che tale criticità  non si sia rivolta anche a Kabat Zinn e alla mindfulness.
    Non conosco nello specifico le condotte  Hayes, ma mi affascina molto l’ACT e la sto trovando molto utile in terapia, sarà forse perchè pratico joga  sivaista da molto tempo prima di essere uno psicologo, rimanendo comunque uno scientista. 
    L’ACT, infatti, secondo me unisce bene questi due miei aspetti, quello scientista, basandosi su una terapia dalla dimostrata efficacia e sul’uso funzionale che questo approccio fa  della mindfullness.
    Certo è  che non mi sono mai piaciute le fazioni, però, in un ottica positivista, ritengo che bisognerebbe sempre fare ricerca e comunque aggiornarsi, indipendentemente dalle opinioni personali, cercando cose nuove e non perchè quelle vecchie non funzionino, ma quanto per cercare di migliorarle e migliorarsi.
    Di più la gestione open source della conoscenza, tipica dell’ Act, mi sembra che non vada,poi,  nella direzione “elitaria” e paranoica. 
    Come ho detto non conosco le  condotte  Hayes, ma non  mi sembra “settario” o “castrante”, ma potrei sbagliarmi, e quindi, vi chiedo, nell’ignoranza più assoluta del comportamento dell’ uomo Hayes, nello specifico cosa lo rende un cattivo maestro ?

  • Sandrasassaroli

    credo che sia un “cattivo maestro” non per motivi
    intrinseci alla sua teoria che non voglio discutere qui, e che trovo interessante, ma per il fatto
    che dopo una dura lite con cognitivisti e cbt a helsinki, esce dalle
    eabct, la società che riunisce i terapisti europei cbt e ct, si fa un
    suo gruppo e si ritrova ovviamente ad essere capo di una fazione che si
    autodefinisce ACT, definisce lui come maestro e meno si confronta con il
    resto del mondo

    Insomma non è che tutti fondano fisiche diverse, o matematiche diverse, la società internazionale degli astrofisici è una…nel nostro mondo c’è questo fenomeno, data da molti anni, forse addirittura da Freud e non mi piace affatto. Stiamo dentro una stanza e discutiamo, diamine!

  • Michele Pennelli

    Gentile Professoressa, la ringrazio per la delucidazione e sono pienamente d’accordo con il suo punto di vista: è necessario sempre discutere e se mi permette aggiungerei: una cosa è vera finché non si dimostra il contrario! 
    Ho frequentato la sua scuola estiva e considero la ricerca come essenziale per l’ arricchimento della psicoterapia, però devo dissentire su una cosa come psicologo, non come psicoterapeuta, come psicologo e faccio riferimento al suo accenno di una casa comune, il padre della psicologia non è Freud  e non perchè lo dico io, ma perche è il padre della psicoanalisi appunto e non della psicologia e perchè convenzionalmente la psicologia come scienza nasce a Lipsia nel 1879.
    La nostra identità e la nostra storia, come psicologi (parlo per me che sono uno psicologo), nasce da Wundt,  passa per Piaget e il funzionalismo di Vygotsky e Bruner e  ha la sua massima espressione con Skinner, considerato da molti come lo psicologo più influente del ventesimo secolo, ora mi perdoni professoressa, ma l’ ACT è forse uno dei pochi orientamenti che questa origine non la dimentica definendosi come diretta emanazione della Relational Frame Theory, quindi non so l’origine del contendere, e me ne dispiaccio, ma non mi sembra da ciò che ho letto sull’ ACT che questa si voglia distanziare da ciò che si può definire psicologia.
    La ringrazio ancora una volta per la sua risposta e spero sempre di più che ci sia un integrazione e non delle sette, che ci sia sempre un dibattito scientifico e un rispetto comune.Un cordiale saluto e buon lavoro.

  • Robelore

    Quanto Sandra scrive per i maestri credo valga anche per i genitori. Occorre saper scomparire per lasciar crescere il discepolo ed il figlio. In piccolo la stessa dinamica si verifica anche nel corso di una psicoterapia. Troppa prolungata riconoscenza di un paziente è un brutto segno

  • Gabriele Caselli

    Questa analogia con i genitori mi fa venire in mente che forse è proprio una questione di tempistiche. Quando il bambino è piccolo il genitore incarna un modello e forse per questo svolge al meglio il suo ruolo se appare come maestro stabile e forse un poco rigido (penso alle regole) qualora ha lo scopo primario di educare. E poi capire quando cominciare a scomparire per far sì che ciò che ha piantato possa crescere in modo indipendente e anche (soprattutto) diverso dall’originale.

thomas davisthomas davis